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Ritratto di Ilich Ramirez Sanchez, alias «Carlos lo sciacallo»

Redazione Spazio70

Da un pezzo di Ovid Demaris pubblicato su «Epoca»

Il suo nome è Ilich Ramirez Sanchez, ma tutti lo conoscono come Carlos. In questo momento è il più famoso ricercato del mondo. A lui vengono imputati il massacro dell’aeroporto israeliano di Lod nel maggio del 1972, l’attentato contro un aereo delle linee arabe all’aeroporto di Orly nel gennaio del 1975, la collocazione di una bomba in una grande drogheria di Parigi nel giugno del 1975, il sequestro di undici ministri dell’Opec (l’organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio) a Vienna nel dicembre del 1975. Nessuno rappresenta meglio la natura complessa del terrorismo internazionale di questo venezuelano ventottenne con il suo gruppo di arabi, tedeschi e giapponesi. I servizi segreti di tutti i Paesi si chiedono: quale sarà la sua prossima impresa?

Alla fine dello scorso anno, un giornale del Cairo, Al-Akhbar, annunciò che Carlos era tornato in Europa, si nascondeva nell’ambasciata di un Paese arabo e aveva in suo possesso una piccola bomba nucleare. Questa notizia allarmante venne per lo più ignorata dalla stampa mondiale. Oggi, alcuni esperti ritengono che i recenti sequestri di aerei giapponesi e tedeschi siano anch’essi opera di Carlos e del suo ispiratore, il dottor Wadi Haddad, capo delle operazioni del Fronte popolare per la liberazione della Palestina. Le richieste di ingenti riscatti (sei milioni di dollari per l’aereo giapponese, pagati fino all’ultimo centesimo, e quindici milioni e mezzo di dollari per il 737 tedesco), fanno pensare che il Fronte si stia preparando a una grande offensiva.

ESPULSO DALL’UNIVERSITÀ PER «IMMORALITÀ» E «ATTEGGIAMENTO PROVOCATORE»

«Carlos» in una immagine giovanile

Furono i francesi, non i tedeschi, a mettere insieme i pezzi del puzzle Carlos. Rimasero sbalorditi. La scoperta dell’appartamento parigino di Carlos nel settembre del 1975, secondo l’allora ministro dell’Interno Michel Poniatowski, rivelò «uno dei più importanti casi di terrorismo internazionale che siano stati mai smascherati dalla polizia di un Paese occidentale».

Carlos ricevette la sua prima educazione politica al campo di Matanzas, vicino all’Avana, diretto, allora, da un colonnello sovietico, Victor Simonov, diventato il vero capo della polizia segreta cubana. L’istruttore dei guerriglieri era Antonio Dages Bouvier, l’unico terrorista sopravvissuto all’attacco sferrato dai commandos israeliani ad Entebbe. La scuola di perfezionamento di Carlos fu invece l’università Patrice Lumumba a Mosca, dove il Kgb ha organizzato un centro di addestramento per i giovani rivoluzionari del Terzo mondo. Oltre all’indottrinamento politico, i giovani più promettenti sono addestrati al terrorismo, al sabotaggio, alle tecniche di guerriglia in appositi campi che si trovano a Odessa, a Baku, a Simferopol e a Tashkent.

Nel 1970, dopo due anni di studio, Carlos fu espulso dall’università per «immoralità», e «atteggiamento provocatore». L’espulsione però è un trucco spesso usato dal servizio segreto sovietico per favorire l’azione dei suoi agenti che devono essere utilizzati all’estero. Gli esperti russi consigliavano spesso ai loro allievi: «Fatevi aiutare dalle ragazze. Diventate amici di queste creature apparentemente innocue, perché spesso possono offrirvi un rifugio insospettabile». Carlos applicò questo consiglio in molte occasioni, mentre passava da una città all’altra in Europa e nel Medio Oriente.

«DICEVA DI ESSERE UN ECONOMISTA PERUVIANO»

Poche delle persone che hanno avuto contatti con Carlos negli ultimi sette anni sono disposte a parlare di lui. Barry Woodhams, che era allora un ricercatore all’Istituto per la guerra chimica a Londra, conobbe Carlos nel 1974. Gli fu presentato da Angela Oraola, cameriera in un ristorante del quartiere di Bayswater. Barry e Angela erano socialisti: lei era basca e aveva lasciato la Spagna per ragioni politiche. Aveva avuto una relazione con Carlos, che aveva conosciuto due anni prima, ma i loro rapporti si erano raffreddati a causa dei suoi continui viaggi e Woodhams aveva preso il posto di Carlos. Nonostante questo, Carlos venne accolto bene: Barry si divertiva a parlare con lui. «Certe volte ti sopraffaceva», ha raccontato Barry nell’autunno del 1975. «Era di una grande intelligenza e poteva affrontare un gran numero di argomenti. Tutte le conversazioni con lui si trasformavano prima o poi in una specie di dibattito. Voleva sempre avere ragione. E poi impressionava la sua ricchezza: ci dava la sensazione che egli appartenesse a una classe sociale diversa dalla nostra».

Barry cominciò a sospettare Carlos molto prima di saper qualcosa delle sue attività. «Per essere un ragazzo ricco cresciuto in città sapeva troppe cose sui fucili. Quando ero in Zambia io sparavo agli animali poggiando un ginocchio per terra e con il gomito appoggiato all’altro ginocchio. Carlos mi disse che questo era pericoloso quando si sparava alle persone, perché si offriva un bersaglio troppo grosso. “Ma io non sparo alle persone”, risposi. Carlos sorrise e disse: “Comunque dovresti imparare a sparare stando sdraiato”. Carlos era anche favorevole alla pena di morte, in certe circostanze. Due uomini erano appena stati ghigliottinati in Francia per omicidio. “Quelli che uccidono per denaro e non per motivi politici”, disse, “meritano di morire”. Diceva di essere un economista peruviano che rappresentava una industria del suo Paese in Europa. Parlava sempre dei suoi affari, dei suoi viaggi, delle sue conoscenze. Ogni volta che tornava dall’Europa continentale ci portava duecento sigarette Marlboro non tassate e una grande bottiglia di rum Bacardi. Piombava sempre in casa senza preavviso: se c’erano altri invitati, se ne andava subito».

UNA BORSA CON UN PICCOLO ARSENALE

Un’altra immagine di Ilich Ramírez Sánchez, presumibilmente risalente ai primi anni Settanta

Continua Woodhams: «Si comportava senza cerimonie. Entrava, si toglieva la giacca, si sedeva e cominciava a parlare di un argomento qualsiasi. Gli piaceva parlare e discutere in modo molto amichevole. Conosceva benissimo l’inglese, ma parlava molto rapidamente e pronunciava le parole in modo tale che sembravano una parola sola. Il suo accento non era né americano, né inglese, era inconfondibilmente suo. Parlava spagnolo allo stesso modo, così rapidamente che qualche volta neppure Angela riusciva a capirlo. Una notte parlammo dei sistemi di sicurezza agli aeroporti. Gli dissi che avevo visto un programma alla televisione sulle più recenti innovazioni. Carlos alzò le spalle. “E’ una perdita di tempo perché non potranno fermare tutti quelli che sanno davvero cosa vogliono”. Poi cominciò a parlarmi dell’aeroporto Charles De Gaulle a Parigi. Mi raccontò dei marciapiedi mobili che portavano passeggeri ai loro aerei attraverso tunnel di vetro. C’erano due guardie all’inizio del tunnel e una al di sopra che guardava giù. “Bastano tre o quattro persone bene organizzate e decise a tutto”, disse Carlos. “Bisogna sparare contro le due guardie all’ingresso e poi correre a più non posso giù per il tunnel. Non bisogna neppure pensare alla guardia di sopra. Il tunnel è pieno di gente e con la deformazione dell’immagine provocata dal vetro si fa in tempo ad arrivare all’aereo prima che lui spari un colpo. Con questo sistema si può perdere un uomo, non di più”».

Il giorno dopo Barry aprì una valigetta che Carlos aveva lasciato ad Angela e ci trovò dentro un piccolo arsenale: c’erano tre pistole automatiche, silenziatori, munizioni, bombe a mano, manganelli ed esplosivi al plastico. Nella valigetta c’erano anche passaporti falsi, tamponi per falsificarne i visti e una lista di 500 sostenitori della causa sionista. Barry venne a sapere solo molto tempo dopo che Carlos conosceva tutta Parigi come conosceva l’aeroporto Charles De Gaulle. La capitale francese era la base delle sue attività terroristiche: in essa poteva disporre di due appartamenti e di molte ragazze. Nell’inverno del 1974 Carlos conobbe un’altra Angela, Angela Armstrong. Era una segretaria del Collége de France di Parigi, l’accademia che riunisce le massime personalità del mondo scientifico e culturale francese. All’ora di colazione Angela andava in un appartamento di via Toullier 9 e qui si incontrava con alcuni studenti che si portavano qualcosa da mangiare. Il gruppo restava lì a chiacchierare, a suonare la chitarra e a cantare canzoni spagnole. L’appartamentino al secondo piano della rue Toullier apparteneva a un’amica di Angela, Nancy Sanchez, una venezuelana che era amante di Carlos. Nancy era una ragazza piuttosto brutta, con lineamenti marcati e i capelli neri pettinati all’africana. Era studentessa di sociologia e il suo appartamento era vicino alla Sorbona. Una tipica casa di quella zona, un po’ mal ridotta ma pittoresca col cortile quadrato, una scala a chiocciola esterna e uno stretto ballatoio che attraversava il cortile.

«SE AVESSI ACCETTATO QUELL’INVITO, FORSE ADESSO NON SAREI VIVA»

Nancy divideva il suo appartamento (composto da una grande stanza con una piccola cucina e un bagno) con Maria Teresa Lara, una studentessa di psicologia venezuelana, marxista e giornalista. Quando Carlos passava la notte con Nancy, appendevano una grande tenda che separava il loro letto dal resto della stanza. Era un indirizzo perfetto per lui. Nello stesso quartiere vivevano migliaia di studenti, l’ambiente era internazionale, i padroni di casa riscuotevano l’affitto e non facevano domande. Subito dietro l’angolo c’era la Sorbona e sul marciapiede opposto stavano l’ufficio postale e i telefoni che gli permettevano di fare in qualsiasi momento delle chiamate internazionali.

«La prima volta che incontrai Carlos fu nell’appartamento di Nancy alla fine di dicembre del 1974», racconta Angela. «Quando entrai nella stanza era seduto nella poltrona di Nancy. Ha una corporatura piuttosto robusta e la riempiva tutta. Sembrava che si sentisse a casa sua ed era molto sicuro di sé. Vestiva meglio della maggioranza degli studenti, in modo più classico, niente blue jeans o capelli lunghi. Aveva un aspetto molto curato. Si rivolgeva ai presenti come se fosse in casa sua. Nancy sembrava affascinata da lui. Ci disse che era peruviano, che lavorava per una grande multinazionale e che guadagnava molto. Mi ricordo che Nancy disse che Carlos non sapeva il francese, ma parlava benissimo l’inglese e lui allora si rivolse a me in quella lingua (Carlos preferiva parlare nella lingua che sapeva meglio: sa molto bene l’inglese, lo spagnolo e il russo, ma conosce discretamente il francese, l’arabo e il tedesco). Ci fu anche il problema di Maria Teresa Lara, che si innamorò di Carlos», prosegue Angela. «Le due donne non si parlavano per causa sua. Nancy mi spiegò poi che con solo una tenda in mezzo a due letti la convivenza diventava delicata».

«L’ultima volta che incontrai Nancy con Carlos fu nel pomeriggio del 27 giugno 1975, poche ore prima della strage», racconta Angela. «Ero nell’ufficio dei telefoni pubblici e aspettavo di parlare con mia madre a Londra quando lui entrò e mi si sedette accanto. Mi disse: “Che guaio, non riesco a parlare con l’Inghilterra”. Nancy quella sera partiva per il Venezuela, per trascorrervi le vacanze. Ed era andata alla Sorbona a iscriversi per l’anno successivo. Mi disse che l’università non gli piaceva, che fare lo studente era tempo sprecato, che lui si era molto annoiato e che non gli interessava quell’ambiente. Sedeva davanti a me accanto alla cabina telefonica e non sapevo che cosa dirgli. Lo vedevo riflesso nel vetro e mi chiedevo cosa ci trovasse Nancy. Poi ebbi la comunicazione con Londra e quando finii di parlare Nancy era arrivata dalla Sorbona. Aveva una faccia bianca come il gesso e sembrava disperata. Volevo dirle qualcosa, ma Carlos era lì e mi fu ancora più antipatico per l’atteggiamento di superiorità che aveva nei confronti di lei. Più tardi, quando seppi chi era davvero, mi chiesi di nuovo cosa Nancy avesse trovato in lui e pensai che forse per questo quel giorno sembrava così spaventata. A un certo momento, lui le pizzicò la guancia esclamando: “Ehi, negrita, coraggio, va tutto bene”. Questo non mi piacque, lo trovavo umiliante, e mi meravigliai che lei si facesse trattare in quel modo. Alla fine Nancy si riprese, mi disse che quella sera sarebbe partita per Caracas e io risposi: “Bon voyage, ci vediamo a settembre”. Lei aggiunse: “Tra le cinque e le sei vengono degli amici a bere qualcosa, saremmo contenti che ci fossi anche tu”. La ringraziai e dissi che dovevo andare a casa per occuparmi di mia figlia. Se avessi accettato, forse non sarei viva».

IL PROBLEMA DI MICHEL MOUKHARBAL

Michel Moukharbal

Quel giorno Carlos non pensava solo alla partenza della sua amica. C’era anche il problema di Michel Moukharbal, un corriere libanese che non si faceva vivo da una settimana. Lo aveva cercato a Londra, ma il suo amico Antonio Bouvier gli aveva risposto che il libanese non era passato di lì come previsto. Carlos si rese conto che c’erano serie difficoltà quando incontrò Moukharbal il 13 giugno sulle rive della Senna. L’uomo era latore di istruzioni in codice inviate da George Habbash, il capo del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, e di diecimila franchi francesi che consegnò a Carlos in una busta sigillata. Moukharbal gli spiegò che c’erano cattive notizie. La polizia libanese lo aveva fermato a Beirut giorni prima e lo aveva interrogato per 24 ore. Lo avevano un po’ maltrattato ma lui giurava di aver detto solo menzogne. All’interrogatorio aveva assistito uno straniero che secondo Moukharbal era un agente della Cia.

Carlos era furioso. Perché Moukharbal era venuto all’appuntamento? Non si rendeva conto che la Cia e la polizia libanese collaboravano con gli israeliani e con la Direction de la surveillance du territoire (Dst) francese, e che probabilmente anche in questo momento era sorvegliato, in attesa che prendesse contatto con altri membri del gruppo? Moukharbal doveva interrompere qualsiasi contatto e depistare la polizia. Poi doveva andare a Londra dove avrebbe ricevuto altre istruzioni da Bouvier.

Convinto di essere sorvegliato, Carlos tornò al 9 della rue Toullier seguendo un itinerario complicato, prendendo la metropolitana, un autobus e poi un tassì. Ma Moukharbal non aveva avuto il coraggio di dirgli una cosa: la polizia libanese gli aveva confiscato un libretto su cui erano segnati in codice nomi e indirizzi. Non appena lui era arrivato a Parigi, la Dst (avvertita dal governo libanese) aveva registrato le sue telefonate con Beirut nel corso delle quali il nome di Carlos era stato fatto più volte. Era la prima vola che il controspionaggio francese sentiva il nome dell’uomo che doveva diventare il più famoso terrorista del mondo. Quando Moukharbal arrivò all’aeroporto Charles De Gaulle, fu pedinato immediatamente fino al suo incontro con Carlos sulle rive della Senna e i due uomini furono fotografati insieme al momento della consegna della busta. Le tracce di Carlos si persero poi nella metropolitana e fu anche molto difficile stare dietro a Moukharbal che andava in giro per Parigi senza un obiettivo preciso. Il 20 giugno del 1975 il centro comunicazioni del servizio segreto francese spedì un messaggio in codice a tutte le polizie dell’Europa occidentale. Argomento: controspionaggio. Persona indiziata: Michel Moukharbal, nato il 13 giugno del 1941. Cittadino libanese, arredatore, domiciliato a Beirut. Lavora per il Fronte popolare di liberazione della Palestina. La sua missione: stabilire rapporti con persone pronte a svolgere attività terroriste per contro del Pflip.

LA LIBERTÀ DI MOUKHARBAL IN CAMBIO DI «COOPERAZIONE E INFORMAZIONI»

Il rapporto affermava che Moukharbal aveva lasciato Parigi per andare a Londra. C’era il pericolo che salisse poi su un altro aereo e andasse in un altro Paese, sfuggendo così alla sorveglianza. La polizia inglese agì immediatamente. Arrestarono Moukharbal all’aeroporto di Heathrow e lo rispedirono in Francia con un altro aereo. Questa volta lo prese in consegna la Dst. Alle cinque del pomeriggio del 22 giugno cominciò a interrogarlo. L’interrogatorio era condotto dal commissario principale Jean Herranz, assistito dagli agenti Raymod Dous e Jean Donatini. All’inizio Moukharbal si rifiutò di rispondere. Il 24 giugno i controlli sugli indirizzi trovati nel suo taccuino cominciarono a dare dei frutti. Quando Wilfrid Boese, un membro della banda Baader-Meinhof, bussò alla porta dell’appartamentino di Moukharbal fu accolto da agenti della Dst che lo condussero immediatamente dal commissario Herranz. Boese dapprima si presentò come Axel Kaludius, di Stoccarda, poi quando scoprirono che il suo passaporto era falso decise di rivelare una parte di quello che sapeva.

Non conosceva l’uomo che gli aveva dato il passaporto. Boese sapeva soltanto che si chiamava Carlos e che era sudamericano. Lo straniero gli parlò di un suo piano usando poche parole: il Paese che gli interessava era la Spagna perché era «un barile di polvere». Boese doveva andare in Spagna a raccogliere informazioni sulla situazione politica e in particolare sugli arresti e i processi a Madrid, a Barcellona e a Siviglia.

Boese ammise di aver incontrato Carlos al caffé Hotel de Ville prima di andare all’appartamento di Moukharbal. Carlos gli aveva dato del denaro e un passaporto falso. Questo, disse Boese, era tutto. Dopo due giorni di interrogatorio fu consegnato alle autorità tedesche a Sarreguemines e più tardi messo in libertà provvisoria da un magistrato. Si trattò però di un gravissimo errore: infatti dopo un anno Boese dirotterà un apparecchio della Air France all’aeroporto di Entebbe in Uganda venendo poi ucciso dai soldati israeliani.

Messo di fronte alla dichiarazione di Boese e alle foto che lo ritraevano in compagnia di Carlos, Moukharbal cominciò a vacillare. Ormai era stanchissimo perché l’interrogatorio durava da cinque giorni. Alla fine Herranz gli assicurò che l’avrebbe lasciato libero in cambio di «cooperazione e informazioni». Moukharbal promise allora di condurre i poliziotti in un altro appartamento del quartiere latino dove avrebbero potuto raccogliere informazioni su Carlos.

«HO AMMAZZATO TRE UOMINI. QUELLO SPORCO ARABO MI HA TRADITO»

Jean Donatini

Herranz e i suoi due assistenti non avevano nessuna intenzione di arrestare o di fermare qualcuno quando salirono la scala a chiocciola di ferro e attraversarono il ballatoio che portava all’appartamento di Nancy Sanchez. Erano venuti per fare una chiacchierata e sapere che tipo era questo Carlos. Avevano l’impressione di trovarsi ai margini di una importante rete terroristica ma erano venuti disarmati perché non immaginavano neanche la situazione che avrebbero dovuto affrontare. La porta e le finestre dell’appartamento erano chiuse, ma potevano sentire musica e canti all’interno. Il commissario principale Herranz lasciò fuori Moukharbel e Dous: fu Carlos ad aprire, aveva degli occhiali scuri e teneva in mano una bottiglia. Dopo che Herranz e Donatini si furono qualificati come poliziotti, furono invitati a entrare e presentati agli altri tre studenti.

Herranz accettò una bevanda e i due uomini si sedettero su invito di Carlos. Herranz cominciò gradualmente a informarsi sulle conoscenze e delle attività dell’uomo e lui seduto nella poltrona di Nancy rispose parlando della sua carriera. Quando Herranz pronunciò il nome di Wilfrid Boese, Carlos negò di conoscerlo. Dopo mezz’ora di conversazione piacevole ma inutile, Herranz fece segno a Donatini che uscì a cercare Dous e Moukharbal. Carlos restò seduto, ma i suoi occhi presero una espressione più dura dietro gli occhiali quando il libanese entrò nella stanza. Moukharbal cercò di dire qualcosa in arabo, ma Herranz gli ordinò di stare zitto. Carlos lo guardò in faccia e disse che non lo conosceva. Herranz allora giuocò il suo asso pigliatutto: mostrò a Carlos la foto che lo ritraeva assieme a Moukharbal e gli chiese di vedere il suo passaporto. Carlos andò a cercarlo dietro la tenda e quando tornò fuori aveva in mano una pistola russa automatica 7,65. Prima che qualcuno si rendesse conto di quel che stava succedendo aveva sparato cinque colpi. Moukharbal, Dous e Donatini caddero fulminati, Herranz gravemente ferito. Carlos andò verso Moukharbal, si chinò e gli sparò un altro colpo in testa. Poi si alzò, guardò gli studenti che gridavano disperatamente e corse fuori dalla porta. Erano trascorsi meno di dieci secondi. Un vicino vide Carlos che attraversava di corsa il ballatoio e correva giù per le scale saltando quattro scalini alla volta. Un momento dopo era sparito nella notte parigina.

La mattina dopo era sabato. La polizia frugava tutta Parigi cercando Carlos. Angela Armstrong che non sapeva niente andò all’air terminal «Les Invalides» per comprare un biglietto per Londra a sua figlia. «Ci eravamo messi in coda quando mi voltai e vidi Carlos sulla porta», racconta Angela. «Lo chiamai, lui si avvicinò, mi mise amichevolmente le braccia attorno alle spalle e mi spinse verso l’uscita. Io gli dissi: “Questa è Nina, mia figlia”. Lui rispose: “Non c’è problema”. Non capii cosa volesse dire. Lui disse: “Non sono peruviano, non vengo dal Perù”. Mi sembrò strano. Poi mi chiese: “Hai sentito parlare di me alla televisione?”. Gli dissi che non sapevo a cosa alludesse, lui cominciò a parlare in spagnolo molto velocemente e io lo fermai dicendo che non riuscivo a capire niente. Lui tacque un momento e poi disse: “Ho ammazzato tre uomini. Di solito non uccido, ma quello sporco arabo mi ha tradito. Uccido quelli che mi tradiscono”. Ero sbalordita, non riuscivo a dir niente. “Scrivi a Nancy e dille di restare in Venezuela”. Poi accennò ai tre studenti che avevano assistito alla sparatoria e aggiunse: “Non c’è problema, è tutto a posto. Ora vado in Medio Oriente”. Le sue ultime parole furono a proposito dei documenti che avrebbe dovuto cambiare e sul fatto che era un grosso fastidio. Poi mi salutò e uscì con molta calma».