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«Maternità cosciente, contraccezione e aborto». Il dibattito nel Psi sull’interruzione volontaria della gravidanza (1975)

Redazione Spazio70

Da un articolo del quotidiano «Avanti!», aprile 1975

«Secondo stime recenti, il giro d’affari dell’aborto clandestino di massa viene calcolato annualmente sui 300 miliardi di cui gran parte va a medici generici, ginecologi, cliniche, ma anche a intermediari e praticone. E’ una cifra forse ancora bassa rispetto alla realtà: c’è chi parla, coi prezzi rincarati di oggi, di 700-800 miliardi ossia un decimo del reddito nazionale».

Quanto incida l’interruzione di maternità di una donna povera e quello di una ricca, è un arduo calcolo; da inchieste a livello locale si desume come la sottoproletaria, l’operaia, la contadina, sia costretta a liberarsi di un figlio non desiderato molto più spesso, vorremmo dire «regolarmente», a scadenze fisse, più di una borghese.

IL «RACKET» DEGLI ABORTI CLANDESTINI E LA MANCATA TUTELA DELLA SALUTE DEI LAVORATORI IN FABBRICA

«Contro l’aborto di classe», a cura di Maria Adele Teodori, Savelli editore

Il fenomeno riguarda tutte le classi sociali, ma più si scende nella scala più il numero degli aborti aumenta in condizioni igienico-sanitarie quasi inesistenti. In una inchiesta che la Demoskopea ha realizzato nell’estate 1974, alle domande su come sia per le donne di condizioni economiche ricche, medie o disagiate abortire clandestinamente con assistenza medica, è stato risposto così: il 75 per cento degli interrogati lo ritiene molto facile per le ricche, il 41 per cento abbastanza facile per le donne medie, il 58 per cento molto difficile per le povere.

Maria Adele Teodori ha parlato di un vero e proprio racket mafioso a proposito degli aborti clandestini. Chi si arricchisce sono proprio i medici che ricavano profitti altissimi proprio perché tutelati dalle cliniche permissive per ricchi e sono proprio loro i più decisi oppositori dell’aborto legalizzato.

Piera Monasterolo, dell’esecutivo di zona monzese, affrontando tra l’altro la realtà di un comune quale quello di Cinisello Balsamo da anni ad amministrazione di sinistra, ha allargato il discorso ad alcuni aspetti poco noti pur nella loro gravità delle condizioni della salute dei lavoratori in fabbrica.

La compagna Monasterolo ha infatti precisato nel suo intervento come l’impossibilità di una libera maternità e paternità non sia da imputare solo all’assenza delle strutture sociali, ma anche alle condizioni di lavoro che sono spesso un vero attacco a questa scelta: «Non sono soltanto gli aborti bianchi a riempire le statistiche di questi omicidi invisibili, ma anche la riduzione della capacità procreativa degli uomini costretti a lavorare in ambienti nocivi alla fertilità».

Ecco qualche dato esemplificatore. Un’ indagine alla Fiat di Modena, fatta nel 1971: su 1255 operai intervistati, il 16 per cento denunciava disturbi e difficoltà sessuali. Un’altra indagine svolta a Villalba di Guidonia (Tivoli) sulla condizione operaia ha dato, tra gli altri, questi risultati: su 100 operai, 40 avevano una attività sessuale normale, 52 diminuita, 8 scomparsa del tutto.

Nella lavorazione del legno, infatti, su 5 soggetti sottoposti a esami specifici, l’indice di fertilità mise in luce un caso di sterilità e 3 di fertilità diminuita.

IL CONFRONTO CON LE LEGISLAZIONI EUROPEE IN TEMA DI ABORTO

Una della situazioni più gravi si è però verificata a Pesaro, nell’industria del mobile, dove sono segnalati casi ciclicamente documentati di perdita della fertilità con un comprensibile diffuso malcontento che è sfociato in numerose fermate di lavoro e in non pochi casi di rifiuto a usare le macchine di riscaldamento ad alta frequenza.

La compagna Margherita Boniver nell’affrontare l’aspetto delle legislazioni europee in materia di aborto, ha sottolineato come, al di là delle varie situazioni, un elemento turbi in particolare i legislatori cioè l’aspetto della libertà della donna, libertà che viene quasi sempre temuta e quindi interdetta: «Si tratta insomma sempre di una decisione del corpo sociale a proposito del corpo della donna».

Soffermandosi in particolare sull’esame della legislazione più avanzate, la Boniver ha rilevato come la casistica in questi casi, almeno nei primi tre mesi di gravidanza, scompaia quasi del tutto e si possa quindi parlare di aborto su libera richiesta della donna.

In generale il medico che pratica l’aborto (vedi Austria e Germania Est) è obbligato a illustrare alla donna il significato medico dell’intervento e a consigliarla sui contraccettivi da usare in futuro. Le cure, l’intervento e il trattamento post-ospedaliero di un aborto praticato secondo le disposizioni di legge vengono equiparate a qualsiasi altra prestazione per malattia e i contraccettivi sono gratuiti. Queste leggi sono particolarmente interessanti perché attraverso l’assistenza mutualistica assicurano alla donna una reale libertà.

Sempre a proposito delle varie legislazioni più o meno permissive, Margherita Boniver ha ricordato il recente esempio della Francia dove almeno sulla carta si è giunti all’aborto libero nei primi tre mesi.

L’approvazione della legge Giscard alla quale si è giunti dopo che si era sviluppato in Francia un grosso movimento delle donne affiancate da medici, scienziati e dai partiti di sinistra, non è però ancora applicabile.