«Raccolgono ciò che seminano con la legge Reale». La tragica fine di Re Cecconi secondo Lotta Continua

Secondo il quotidiano, «Re Cecconi scherzava, il gioielliere no». Un esempio definito «grottesco e spettacolare di come “un onesto cittadino” raccoglie le indicazioni all’armamento della propaganda borghese»

Aveva 28 anni, giocava bene, correva molto. Gli piacevano i «lanci» con i parà e i lanci lunghi sul campo: quest’anno aveva giocato poco, ma aveva fatto in tempo anche a segnare un «gol della domenica» contro la Juventus dopo aver dribblato tre difensori in fila e tirando da una posizione impossibile. È morto con le mani nelle tasche del cappotto, con una pallottola calibro 7,65 nel cuore, in una gioielleria romana.

«Un tragico scherzo», suggeriscono i giornali; un lucido assassinio collettivo nella realtà. Voleva fare uno scherzo, entrare nel negozio del gioielliere e spaventarlo, gridando «questa è una rapina»: uno scherzo di quelli un po’ banali e goliardici, partoriti nella noia dei lunghi ritiri prima della partita, frutti di un qualunquismo esasperato, della frustrazione di un ambiente povero di idee e ricco di soldi come quello calcistico.

«LA CAMPAGNA PER L’ORDINE PUBBLICO DI ANDREOTTI? UN MOSTRUOSO MESSAGGIO»

Dall’altra parte del banco, però, lo aspettava uno di quei cittadini italiani ai quali il regime ha recentemente concesso un’ampia licenza di uccidere: Bruno Tabocchini, il gioielliere, nel febbraio dell’anno scorso aveva già sparato contro un rapinatore ferendolo gravemente. Con un riflesso automatico, alle parole di Re Cecconi, ha preso la pistola e ha ucciso. È un automatismo pazientemente costruito in Tabocchini e negli altri suoi simili dal mostruoso messaggio ideologico che sta passando con la campagna per l’ordine pubblico lanciata dal governo Andreotti e dalle forze politiche che lo sostengono.

Re Cecconi aveva pochi strumenti per capire che quelle sue parole erano una condanna a morte. Probabilmente non aveva letto del ragazzo di 16 anni morto ammazzato a Cagliari su una macchina rubata o di quell’operaio di Torino che sabato notte, circondato da individui in borghese armati di mitra, è scappato convinto di essere incappato in rapinatori ed è stato crivellato di proiettili di mitra da quelli che in realtà erano carabinieri. Non aveva letto degli oltre 130 omicidi polizieschi commessi in un anno e mezzo di applicazione della «Legge Reale», dei «Vigilantes» che collaborano con le varie polizie nelle «cacce all’uomo», dell’esercito che ci si appresta a mandare a sorvegliare le carceri prima di impiegarlo apertamente nell’ordine pubblico, del vertice anticostituzionale che sull’ordine pubblico si era tenuto da Leone.

LA SPINTA ALL’ARMAMENTO DI «TUTTI CONTRO TUTTI»

Nella sede della Lazio, nell’ambiente di Re Cecconi, tra i suoi amici forse era appena arrivato l’eco delle polemiche sul caso Gilmore, il grande rumore dell’ipocrisia borghese del nostro paese su una «pena di morte» giudicata in astratto e come concetto giuridico, a dispetto di una applicazione su larga scala nella pratica repressiva delle nostre polizie.

Nell’opera di ricostruzione di una solida unità di classe della borghesia, intrapresa senza tentennamenti da Andreotti e dai suoi complici, la ricerca di una identità ideologica dello schieramento borghese attraverso l’unanimità sulla difesa ossessiva dell’ordine pubblico è forse l’espediente più miserabile. Ed è quello che unito ad una spinta all’armamento di tutti contro tutti, fino ai carabinieri e ai poliziotti, dove si sparano tra loro, conta più vite umane.

«E SE NON SI FOSSE TRATTATO DI RE CECCONI?»

Le spaventose cifre degli assassinii di stato, sia di quelli della polizia che di quelli dei «privati» come Tabocchini, sono il segno di due fenomeni strettamente collegati tra di loro: una guerra di classe dichiarata contro la «delinquenza» e che nella realtà colpisce i giovani proletari e i «diversi»: il sacrificio di vittime propiziatorie sull’altare della ricomposizione sociale e politica di un blocco sociale «di regime» sotto il segno di una schiacciante e oppressiva egemonia della grande borghesia.

Tabocchini è adesso in galera, forse sarà condannato questa volta. È stato sfortunato: se non si fosse trattato di Re Cecconi, il povero giovane biondo che gli si è presentato davanti con le mani in tasca gridando «questa è una rapina» sarebbe passato agevolmente per un pericoloso rapinatore. E Tabocchini sarebbe stato ancora una volta assolto, passando definitivamente nella schiera di quei nuovi idoli «che sono» i cittadini che si fanno giustizia da soli.

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