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Che succede a un ragazzo che si droga? Risponde il professor Alberto Madeddu (1977)

Redazione Spazio70

Due interventi dello scienziato su «Epoca» e «Gente»

Il professor Alberto Madeddu, primario neuropsichiatra dell’Ospedale Antonini di Limbiate, studioso di problemi della droga, è uno dei fondatori del Cad (centro assistenza drogati) del comune di Milano. Il carico attuale del centro è di mille soggetti per i quali esistono cartelle cliniche complete, alcune centinaia di anonimi e numerosi familiari. Il professor Madeddu ha predisposto anche presso l’ospedale di Limbiate un ambulatorio per l’assistenza ai drogati che funziona la mattina di ogni giorno feriale. Questa specie di day-hospital, che non ha richiesto modifiche strutturali, né impegni economici particolari, potrebbe essere facilmente organizzato tra i servizi ambulatoriali di ogni ospedale generale, evitando così gli scontri, i fenomeni di rigetto, l’atteggiamento di rifiuto che si condensano nell’ancora attualissima “serrata istituzionale” nei confronti dei soggetti tossicofili. Al professor Madeddu abbiamo chiesto quali sono i sintomi visibili che si possono individuare in un ragazzo che si droga. Ecco la sua risposta.

«LA NOSTRA CASISTICA? SIAMO STATI IN CONTATTO ANCHE CON UN BAMBINO DI UNDICI ANNI»

Il professor Alberto Madeddu

«La nostra casistica, documentata anche da ricoveri ospedalieri, riguarda ragazzi a partire dall’età di 13-14 anni. Siamo stati in contatto – seppure brevissimo – anche con un bambino di undici anni, portato all’ambulatorio di Limbiate da un suo amico adulto. Aveva una forte crisi perché si era iniettato, a breve distanza di tempo, diverse dosi di eroina. Mi chiedete come si fa a riconoscere se un ragazzo si droga. Elencare i sintomi più vistosi dei vari drogaggi (a volte contemporanei nelle frequenti politossicosi) è praticamente impossibile. Ritengo, comunque, che per tutte le sostanze sia più questione di quantità che di qualità. Così come per l’alcool, “droga di Stato”, gli effetti dipendono dalla vulnerabilità metabolica (stanchezza, digiuno), dal livello socio-culturale, ma anche dalla concentrazione e quantità della droga assunta. Alla fase di debolezza, di eccitamento euforico (con la caratteristica dissociazione tra convinzione soggettiva di aumentata efficienza e le prestazioni obiettivamente ridotte), fase confuso-onirica (diminuita vigilanza e svincolamento dei sogni) ed allucinatoria; torpore e sonnolenza (serenità o “nirvana”), segue la fase depressiva con sconforto psicofisico terminale.

Il prevalere di una fase sull’altra nell’azione farmacologica suggerisce la divisione in “categorie” diverse (allucinogeni, inebrianti, stimolanti, ipnotici, eccetera) delle sostanze generatrici di tossicomania, con gerarchia piuttosto discutibile. Le distinzioni più opportune dovrebbero riferirsi al tempo necessario a ogni droga per stabilire la dipendenza, cioè tolleranza-assuefazione, “stato di bisogno” e quindi “fame di droga” con tutte le riserve che gli stessi termini impongono. Per ritornare agli effetti, bisognerà pure ricordare che le modalità e la quantità di assunzione hanno notevole importanza […] Così per l’eroina la dose considerata letale in un soggetto “vergine” (cioè che non ne ha mai fatto uso) è calcolato a centigrammi (10-20) mentre il dosaggio medio dichiarato dai nostri assistiti è attorno al grammo (con punte di tolleranza possibile fino ai 5 grammi quotidiani). Gli effetti dipendono inoltre dall’intensità emotiva, dall’ambiente (assunzione solitaria o di gruppo), dall’atteggiamento (droga come condotta di trasgressione e conseguente senso di colpa, droga come protesta, come esperienza o compenso a insufficienze reali o presunte, eccetera).

«SUL PROBLEMA DROGA SI FA MOLTO RUMORE, MA POCHISSIMA CORRETTA INFORMAZIONE»

I sintomi più vistosi, tenendo conto delle variabili personali (età, peso, cultura, eccetera), vanno dall’eccitamento euforico (risate immotivate, allegria e “felicità in movimento”) all’ebbrezza marcata, all’agitazione psico-motoria, allo stato di reverie, alla serenità distaccata in appagamento estatico, con abolizione di ansie e delle preoccupazioni oltre che del dolore. Visioni più o meno organizzate, deformazioni percettive (abbassamento della soglia di eccitamento sensoriale). Di solito sopravviene poi torpore, sonno. Al risveglio è frequente lo hangover: sconforto fisico e psichico.

Vi sono categorie di genitori che pensano, forse in buona fede, che il problema droga non varcherà mai la soglia della loro casa. Altri che si disinteressano dei figli drogati come fossero degli appestati (i nuovi “lebbrosi della società industriale”), altri che sono eternamente in allarme, assillati dalla legittima paura della droga. Ciò accade perché su questo problema si fa molto rumore, ma pochissima corretta informazione. L’assistenza è insufficiente perché lasciata allo spontaneismo, alla buona volontà dei singoli che lavorano senza risparmio in attesa di quelle “strutture decentrate” da molti anni promesse e pubblicizzate, soprattutto in periodo elettorale, ma ancora praticamente inesistenti.

Non è invece fare dell’allarmismo invitare alla riflessione su alcune statistiche che riguardano il rapporto droga-famiglia-lavoro: sondaggi aggiornati, compiuti tra i nostri assistiti, confermano che il 50-60 per cento dei giovani drogati hanno un’anormale composizione familiare (20-30 per cento orfani di entrambi i genitori; 10-15 per cento figli di genitori separati o divorziati; assenza fisica o funzionale di un genitore nel 15-20 per cento). I dati che riguardano il lavoro: oltre il 50 per cento non svolge alcuna attività; il 30 per cento lavora in modo discontinuo e occasionale; il 20 per cento lavora regolarmente o quasi regolarmente”.

«ANIASI? NON SA QUEL CHE DICE». LE CRITICHE AL NUOVO MINISTRO DELLA SANITÀ SUL TEMA DELLA LEGALIZZAZIONE (1980)

Aldo Aniasi

L’onorevole Aldo Aniasi, socialista, ex sindaco di Milano, diploma di geometra, ha esordito al governo in qualità di ministro della Sanità, ripescando, modificando e riadattando vecchi e strampalati progetti antidroga di ispirazione liberal-radicale. “Vogliamo affrancare i giovani dalla schiavitù dell’eroina?”, ha pensato il neoministro. “Bene, somministriamogliela gratuitamente. I ragazzi, così, non avranno più la preoccupazione di dover rubare per procurarsela clandestinamente e, quando ne avranno voglia, potranno entrare in un qualsiasi ospedale, dichiarare di essere tossicomani e ottenere, senza tante storie, la “bucatura della mutua”. E le droghe leggere? Quelle per Aniasi non sono un problema. E’ convinto, il signor ministro, che non facciano assolutamente male. Anzi, tanto vale liberalizzare il mercato dell’hascisc e della marijuana e smetterla di perseguire gli affezionati dello “spinello”.

Come era prevedibile la proposta di Aniasi ha sollevato un’ondata di polemiche e di commenti perfino ironici: “Se non fosse stata riferita con carattere di ufficialità”, ha scritto l’Osservatore romano, “l’idea del ministro della Sanità potrebbe sembrare la trovata di un’adunata hippy”. Noi abbiamo lasciato il commento a uno scienziato, lo psichiatra Alberto Madeddu.

  • Professor Madeddu, il ministro Aniasi sembra avere l’asso nella manica per porre fine al drammatico problema della droga. Gli si può dare credito oppure si tratta di demagogia, malafede e ignoranza di temi scientifici?

«Mi sembra innanzitutto doveroso sottolineare la puntuale coincidenza delle “nuove” proposte del ministro della Sanità, il socialista Aniasi (come del resto accadeva per quelle del suo predecessore, il liberale Altissimo), con l’aumento della benzina e, in genere, delle “stangate” ormai ricorrenti. La qual cosa lascia supporre che la maggiore disponibilità al “caos felice” nasconda in realtà un metodo consolidato di anestesia per rendere tollerabili le molte cose intollerabili. E mi viene in mente la denuncia dei sindacati statunitensi che, nel 1970, definirono l’”operazione marijuana libera” in quel Paese “un espediente per addormentare sette milioni di disoccupati»

  • Anestestia, dunque, non soluzione di un problema o comunque tentativo serio di soluzione.

«Certo. D’altra parte è più facile e più popolare tentare di tamponare le esigenze crescenti delle nuove generazioni con “risposte farmacologiche” anziché creare le strutture socio-sanitaria (previste anche dalla famigerata legge 685), mentre resta da verificare come sono stati impiegati i finanziamenti governativi in questo settore. Così come è molto più facile creare problemi nuovi, piuttosto che risolvere i problemi antichi derivanti da una disorganizzazione sanitaria sempre più acuta: tutti problemi mai seriamente affrontati e quindi mai risolti»

  • Che senso ha, professor Madeddu, tirare sistematicamente in ballo la «libertà di spinello» ogni volta che si deve affrontare la tragedia della tossicomania?

«Per quanto riguarda lo “spinello libero” (suprema istanza della nostra controcultura), bisognerebbe chiedersi se questa è una vera libertà, tenendo conto che il messaggio rappresenta un perfezionamento consumistico rivolto soprattutto agli adolescenti e che ha risvolti economici molto più ampi di quanto possano sospettare i nostri funzionari della politica. E a proposito di adolescenti, c’è da ricordare che la casistica, nella città di Milano (numericamente tra le più rappresentative in Italia), fissa l’età media di esordio o di iniziazione attorno ai dodici, quattordici anni»

  • Insomma, professor Madeddu, le cosiddette droghe leggere che sembrano preoccupare così poco i nostri governanti, tanto da indurli a liberalizzarle, fanno o non fanno male?

«Bisognerebbe chiederlo a quel medico che, dopo aver fumato “spinelli” con una certa intensità per provare gli effetti su se stesso, andava a prendere il tram completamente nudo. Purtroppo, la scienza, sempre più asservita all’ideologia, tende a trascurare le ricerche sulla tossicità dei derivati cannabici (hascisc e marijuana). Ma nel recente convegno internazionale di Cardiff, i rappresentanti del Terzo Mondo hanno denunciato, allarmati, i gravi problemi, soprattutto psichiatrici, derivanti nei loro Paesi dal largo e indiscriminato uso di hascisc e marijuana. Credo che il tanto decantato recupero del mondo dell’immaginazione dovrebbe essere piuttosto indirizzato ai molti adulti, irrigiditi e ingabbiati dalle abitudini e dal lavoro di routine, anche politico, almeno con la stessa discriminazione cronologica che dovrebbe esistere per l’uso di sostanze alcoliche. In questa prospettiva l’alcol, come droga di Stato, legalizzata da sempre, con problemi sanitari, economici e sociali di eccezionale gravità, può fornire un modello di previsione, anche epidemiologico, per eventuali ulteriori aperture alle tossicosi sociali nel nostro incredibile Paese. Non dimentichiamo che occupiamo uno dei primi posti nella graduatoria mondiale dei consumi di alcol. Prima della entrata in vigore della legge 180 (abolizione dei manicomi) la psichiatrizzazione dell’alcol maschile rappresentava il 40/50 per cento degli interessi psichiatrici nel Nord Italia con conseguente e costante aumento degli incidenti stradali, dell’infortunistica sul lavoro e dell’indice di assenteismo nelle fabbriche e negli uffici»

  • Un’ultima domanda, professor Madeddu. Aniasi propone la somministrazione controllata di eroina ai tossicomani in cura. Secondo lei, con le strutture sanitarie di cui disponiamo, è una proposta sensata o è semplice utopia?

«Bisognerebbe innanzitutto verificare la qualità e la quantità di informazione di chi propone la legalizzazione dell’eroina sulle esperienza effettuate in altri Paesi (Svezia e Inghilterra, per esempio), sanitariamente più organizzati del nostro. E soprattutto vedere se il ministro Aniasi ha valutato le possibilità concrete di tradurre in realtà a livello sanitario il suo progetto. Quali ospedali o centri specializzati in Italia sono in grado di controllare, con adeguati esami, l’entità dell’impregnazione eroinica dei consumatori, di valutare lo stato di bisogno effettivo (drammatizzazione dei sintomi di astinenza e problema dello pseudoeroinismo) degli eventuali assistiti, di seguirne le vicende e conoscerne le motivazioni consce e inconsce, mentre perdura la serrata istituzionale (nonostante la legge 685, mai applicata e mai esecutiva anche nei contenuti blandamente positivi) e persiste il rifiuto dei malati scomodi?»