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Dal mito della Ricostruzione all’operaio massa

Redazione Spazio70

Il mito della Ricostruzione si fa largo accanto a quello della cosiddetta Rivoluzione tradita che rappresenterà, nel tempo, una delle giustificazioni politico-ideologiche della lotta armata di sinistra in Italia

La zona compresa tra Milano, Torino, Genova, all’interno del cosiddetto triangolo industriale, è quella nella quale confluisce la maggior parte dei fondi del Piano Marshall voluto dagli americani per la ricostruzione dei Paesi europei subito dopo la guerra. Milano è la capitale di quello spicchio d’Italia: negli anni Cinquanta ha ancora poco più di un milione di abitanti e la vita di molti meneghini si svolge nelle strade o tra i cortili delle case. Bar, cinema rionali e sale da ballo rappresentano i tradizionali punti di ritrovo per il tempo libero, in una esistenza che pare essere scandita fin dalla gioventù: scuole di avviamento professionale per i figli degli operai, liceo e università per i rampolli della buona borghesia.

LA POLITICA DEL RAGIONIER VALLETTA IN FIAT

La capitale della Lombardia rappresenta la punta più avanzata, l’avanguardia, di un Paese povero, uscito distrutto dalla guerra, che ha fame di inserirsi nel novero delle nuove potenze industriali. La ricetta è semplice: coniugare all’alta produttività nelle fabbriche i bassi salari. È così che il Nord-Ovest si trasforma in una piccola Cina. Il mito della Ricostruzione si fa largo accanto a quello della cosiddetta Rivoluzione tradita che rappresenterà, nel tempo, una delle giustificazioni, politico-ideologiche, della lotta armata di sinistra in Italia.

Ancora negli anni Cinquanta e Sessanta tanti reduci della Guerra di Liberazione dal nazifascismo sono insoddisfatti per un epilogo che ha visto il sostanziale reinserimento, nella vita pubblica, nelle professioni e nell’amministrazione dello Stato, di figure compromesse col passato regime. L’eredità legislativa, figlia del Fascismo, si rivela di decisiva importanza per comprimere le libertà politiche e sindacali in nome del più alto bene della Ricostruzione. Se parte dei combattenti avrebbe voluto continuare volentieri la lotta, passando dalla Liberazione alla Rivoluzione, una simile prospettiva viene scoraggiata dal Pci togliattiano con la marginalizzazione della componente – quella prossima a Pietro Secchia – più vicina alle tentazioni rivoluzionarie.

Il maggior partito comunista d’Occidente sceglie di scendere a patti con gli industriali rendendo possibile la ripresa economica del Paese: protetto da un sistema pluripartitico parlamentare debole, ma proprio per questo capace di garantire tutti, opposizioni comprese, il Pci si adegua alla logica di Yalta con l’Europa divisa in due grandi blocchi contrapposti e l’Italia saldamente ancorata alla Nato. È la santificazione della linea tracciata dal Migliore a Salerno nel 1945: sì alla presa del potere attraverso la via democratica, no alla rivoluzione. Nelle fabbriche della Ricostruzione, e poi durante il cosiddetto Miracolo economico, i diritti sindacali sono praticamente nulli.

La politica attuata dal ragionier Valletta in Fiat rappresenta un esempio paradigmatico, con un attacco ai lavoratori, e di fatto alle libertà sindacali sancite dalla Costituzione, che si sviluppa in due direzioni: da un lato ricorrendo alla persuasione, attraverso la previsione di appositi premi in denaro per chi si astiene da attività sindacali contrarie agli interessi aziendali – il cosiddetto premio antisciopero da 27 mila lire – dall’altra con la promozione di un simulacro di sindacato, quello aziendale, definito giallo, che è il risultato di una preliminare bonifica all’interno della più grande azienda del Paese condotta con la marginalizzazione delle avanguardie sindacali più attive. All’interno della fabbrica vige quasi un regime del terrore, alimentato dalla figura del capo reparto, con i tribunali di fabbrica che hanno il compito di giudicare i lavoratori e applicare la pena del licenziamento. Il risultato della politica di Valletta saranno dieci anni di astensione dagli scioperi.

UNA MASSA OPERAIA A LUNGO SILENZIOSA

Tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Sessanta affluiscono nel triangolo industriale circa un milione e mezzo di immigrati soprattutto meridionali e veneti. Sono flussi che portano a un cambiamento profondo delle città del Nord con le periferie che si trasformano in dormitori-ghetti, l’allontanamento dei ceti popolari dai centri storici sostituiti da uffici e attività del terziario secondo un processo che sarà sempre più marcato negli anni a venire. A farne le spese sarà la grande parte dei quartieri a struttura artigianale, proletaria e piccolo-borghese.

Anche la tradizionale rete di luoghi aggregativi ne risente con una grande parte di osterie, bocciofile, sale da ballo, che viene spazzata via. Il piccolo commercio al dettaglio, quello delle botteghe e dei negozi sotto casa, inizia a subire la concorrenza della grande distribuzione. Si diffondono gli apparecchi televisivi, anche nei piccoli centri, e la grande locomozione di massa: un processo, questo, guidato dall’industria nazionale, con in testa la Fiat, per i ceti popolari, e Alfa Romeo per quelli più benestanti.

L’uso della pubblicità, soprattutto il Carosello televisivo, ha la funzione di solleticare i desideri degli italiani e stimolarne i consumi. Se la figura, anche cinematograficamente vincente, dell’operaio specializzato, a forte spessore ideologico, dotato di memoria storica legata alla Resistenza, caratterizza gli anni Cinquanta, nello stesso decennio, a cavallo tra Ricostruzione e Miracolo economico, la componente operaia dequalificata comincia ad avere una sua forte consistenza soprattutto grazie all’immigrazione interna. Si tratta di una massa operaia che rimane a lungo silenziosa, priva di tutele e rappresentanze politico-sindacali.

Gli anni Sessanta, che segnano l’entrata nelle fabbriche della catena di montaggio, vedono l’operaio dequalificato, poi denominato operaio-massa, diventare maggioritario. Le innovazioni tecnologiche determinano una vera e propria sostituzione: la vecchia generazione di operai qualificati, politicamente coscienti, in gran parte di origine settentrionale, che in alcuni casi aveva preso la via della montagna per combattere i nazifascisti, diventa sempre maggiormente minoritaria rispetto alle decine di migliaia di giovani meridionali, provenienti spesso da famiglie di contadini, che, a bassissima specializzazione, trovano un impiego all’interno della catena di montaggio.

È il capitalismo che si riorganizza dopo la Ricostruzione: un modo, teoricamente perfetto, di continuare a garantire, attraverso la fungibilità degli operai, l’ordine in fabbrica e la supremazia del capitale sul lavoro. Se prima l’assetto all’interno delle industrie viene, di fatto, ottenuto attraverso il ricorso al quieto vivere che coinvolge le organizzazioni sindacali e il Pci – arrivando anche a espulsioni di delegati sindacali sgraditi alla Fiat – adesso, con la figura dell’operaio massa, sostituibile e ricattabile in qualsiasi momento, si prova a dare una stretta ulteriormente repressiva.

Quando l’operaio non qualificato comincia a diventare maggioritario, si verifica una conflittualità con le tradizionali strutture partitico-sindacali della sinistra che quel mondo dequalificato avevano sempre fin lì ignorato: l’operaio massa non rispetta nessuna delle regole di sciopero conosciute, ma ne inventa di nuove. Quella a fischietto ne è un esempio concreto: a un segnale convenuto si interrompe il lavoro senza alcun preavviso. I giornalisti più attenti, tra cui Walter Tobagi, parlano di gatto selvaggio per definire questa singolare, e per il padrone dannosissima, forma di sciopero: una protesta, che procede per fermate improvvise in punti nodali del ciclo produttivo, spontaneamente decisa dagli operai senza la mediazione delle strutture sindacali.

La centralità della fabbrica inizia, insomma, a essere evidente agli inizi degli anni Sessanta sotto forma di tensione e conflittualità molto forte all’interno dei meccanismi di produzione in particolare in quello metalmeccanico.

Il presente articolo è tratto dal nostro libro «Maledetti ’70. Storie dimenticate degli anni di piombo», edito dalla GOG Edizioni