
«Capelloni». Il rapporto del prefetto di Milano al ministero dell’Interno (febbraio 1967)
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«Si comunica che in questa città, dall’autunno 1966, hanno fatto la loro apparizione gruppi di giovani cosiddetti “capelloni”. Sono in gran parte studenti, elementi immigrati dal Meridione e disoccupati»
«Si comunica che in questa città, dall’autunno 1966, hanno fatto la loro apparizione, in un numero sempre crescente, gruppi di giovani cosiddetti “capelloni”. Sono in gran parte studenti, elementi immigrati dal Meridione e disoccupati. L’orientamento politico di siffatti elementi è, in prevalenza, anarchico-libertario, mentre piccole frange, che agiscono autonomamente, si ispirano alla “non violenza”, alla “obiezione di coscienza”, all’ideologia delle “guardie rosse”. Lo schieramento conta attualmente in città e provincia oltre 500 aderenti. Il gruppo più combattivo è quello dei “provos” che si ispira all’omonimo movimento di Amsterdam. Singolarmente i provos sono soliti chiamarsi per nome o col solo pseudonimo. Vestono con abbigliamento strano e dormono nei posti più disparati, in promiscuità; la maggior parte di essi ha abbandonato gli studi e la casa paterna.
IL PCI CONTRO I «PROVOS»
I provos, in più occasioni, hanno organizzato o si sono inseriti in manifestazioni politiche organizzate dai partiti di sinistra, dal movimento anarchico e dalla organizzazioni pacifiste, contro il regime di Franco, contro il servizio militare obbligatorio, nonché per la abolizione della diffida e del “foglio di via” obbligatorio. Tuttavia, i provos hanno finora rifiutato di essere strumentalizzati dai partiti politici, dai sindacati e dai gruppi di pressione economici e culturali.
Essi dichiarano di operare “con il proprio cervello” contro tutte le forme di “paternalismo borghese”: professano il rifiuto della famiglia con tutte le sue costrizioni e repressioni sessuali, nonché il rifiuto di ogni forma di collaborazione, per staccarsi dalla vecchia generazione, al fine di dimostrare agli altri la validità della “provocazione” definita “nuova metodologia”.
Attuano, a ogni livello, un netto distacco tra le associazioni e il mondo giovanile inserendosi, con punte anarchiche, mediante l’arma della “provocazione”, al fine di costringere gli adulti a “sostanziali ammissioni”. Tale condotta, anche se finora ha riscosso qualche simpatia, è definita, specialmente negli ambienti del Pci, “un narcisismo che riduce una grande forza contestativa nell’errata insegna del conflitto tra generazioni”.
Per quanto riguarda il sindacato, i giovani capelloni non hanno esitato a mettersi contro le direttive dello stesso. Si soggiunge poi che l’orientamento dell’opinione pubblica e della stampa nei confronti di siffatto fenomeno è del tutto negativo, in quanto esso viene definito sinonimo di aperta ribellione all’ordine costituito, pervicace rifiuto della disciplina familiare, e grave manifestazione di anarchia sessuale, nonché fertile terreno di maturazione della criminalità».
L’immagine in capo al pezzo si riferisce a un articolo del quotidiano «Il Giorno» (28 novembre 1966) originariamente pubblicato sul sito melchiorre-mel-gerbino.com
Spazio70 https://spazio70.com/pre-anni-70/il-pre-sessantotto/capelloni-il-rapporto-del-prefetto-di-milano-al-ministero-dellinterno-febbraio-1967/Articoli Correlati















