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Mistero della fede. L’attentato al Papa e le sue ombre. I servizi segreti francesi non sapevano del piano di Alì Agca

Tommaso Nelli

Un andirivieni di voci incontrollate e prive di riscontri si sono stratificate con il passare del tempo finendo per deformare il ruolo dell’intelligence dell’Eliseo nella vicenda

I servizi segreti francesi non erano al corrente dell’attentato contro Giovanni Paolo II. Dall’oceanica inchiesta giudiziaria sui mandanti degli spari al Papa affiorano altri documenti che permettono di diradare altre nebbie. Stavolta a beneficiarne sono gli 007 d’oltralpe, intrappolati per decenni in un cono di ombre e sospetti. Sapevano del pericolo incombente sul Santo Padre, ma si fecero scoprire dai servizi rumeni che avrebbero avvisato quelli bulgari per velocizzare l’operazione. No, informarono il Vaticano però quando ormai era troppo tardi. Per non parlare poi dell’accusa più infamante: tacquero ai nostri servizi di sicurezza l’esistenza del complotto.

Alexandre de Marenches, capo dello SDECE dal 1970 al 1981

Un andirivieni di voci incontrollate e prive di riscontri che si sono stratificate con il passare del tempo e che hanno finito per deformare il ruolo dell’intelligence dell’Eliseo nella vicenda con ripercussioni anche sulla comprensione di quest’ultima. Il corto circuito scoppia il 19 dicembre 1982. Siamo in piena pista bulgara e le accuse di Agca hanno già fatto arrestare il caposcalo della Balkan Air Sergej Antonov quando il Corriere della Sera, riprendendo articoli usciti in quei giorni sulla stampa francese, titola: «Già nel 1979 il controspionaggio francese avrebbe avvertito il Vaticano dell’agguato». La notizia sarebbe lineare nel suo scalpore se non fosse per le dichiarazioni al suo interno dell’ex direttore dello SDECE (Service de Documentation Extérieur et de Contre-Espionnage), l’alter ego del nostro SISMI di allora, Alexandre de Marenches. «Tre settimane prima dell’attentato in piazza San Pietro del 13 maggio 1981, trovandomi in Marocco, ho appreso da fonti accuratamente controllate che una azione puntuale rischiava di essere condotta contro il Pontefice. Ho avvertito personalmente il nunzio apostolico del rischio mortale che correva il Papa. E il nunzio ha avvertito il Vaticano».

«HO DECISO DI AVVERTIRE IL SANTO PADRE»

La differenza tra le due date per lo stesso episodio è evidente, spiazza e apre a un fiume di domande: davvero i servizi segreti francesi erano al corrente di un piano per uccidere Karol Wojtyla? Quando lo seppero? Da chi? E una volta avvisato, il Vaticano che contromisure adottò?

Letti i giornali, il giudice istruttore Ilario Martella, titolare dell’inchiesta giudiziaria sui fatti di piazza San Pietro, inoltra la rogatoria per ascoltare de Marenches. Ma il corpulento ufficiale, che proprio nel 1981 era stato avvicendato nel suo incarico dopo undici anni, rifiuta di rispondere alle domande opponendo il segreto di Stato. L’interrogativo rimane così in sospeso. Insieme ai dubbi, ai sospetti e alle inquietudini. Almeno fino al 1989. La pista bulgara si è nel frattempo risolta in un nulla di fatto e l’attentato al Papa è sempre un mistero. Al quale però sta cercando soluzione un’altra inchiesta della magistratura romana, iniziata nel 1985 e finalizzata a individuare i mandanti di Alì Agca. A condurla, il giudice istruttore Rosario Priore, titolare anche dell’incartamento su un altro tragico intrigo dell’epoca: la strage di Ustica.

Il suo lavoro guarda soprattutto all’estero e mette nuovamente sotto esame lo SDECE. Anche perché de Marenches, avendo più tempo a disposizione, aveva scritto un libro insieme alla giornalista Christine Ockrent – Dans le secret des princes (I segreti dei potenti nella versione italiana edita da Longanesi) – e nel 1986 aveva rilasciato un’intervista al settimanale francese L’Express nella quale aveva dichiarato: «Ero a conoscenza che ci sarebbe stato il tentativo di omicidio del Papa. […] Ho deciso allora di avvertire il Santo Padre e di inviare un ufficiale della mia cerchia diretta, accompagnato da un funzionario del Servizio di rango elevato». Al che anche Priore fa partire la rogatoria. Ed è più fortunato del collega Martella. Perché de Marenches parla. È il 16 novembre 1989. Le sue affermazioni sono chiare e pesanti nell’economia investigativa della vicenda. Lui avvisò il Vaticano dei rischi che correva Giovanni Paolo II, ma fu una sua libera iniziativa. «Questa minaccia proveniva dall’Est e, trattandosi della eliminazione di un Papa, di origine polacca per di più, il pericolo poteva essere preso seriamente in considerazione». Tace la provenienza della notizia – «Sono sempre legato al segreto, anche se non sono più in servizio, e non posso rivelare la fonte» – però dettaglia la sua trasmissione agli ambienti pontifici. «Non appena avuta questa informazione, ho spedito a Roma due miei collaboratori stretti, il generale medico Maurice Beccau – deceduto in seguito – e il signor Valentin Cavenago, funzionario del mio servizio di controspionaggio all’epoca e attualmente in pensione. Li ho indirizzati a un vecchio amico, Don Calmels, Superiore Generale dei Premostratensi di Roma (ed ex cappellano della I^Divisione France Libre) che si è premurato di guidarli ulteriormente nei labirinti dell’amministrazione vaticana. So che li ha introdotti al più alto livello dello Stato Vaticano, ma non ricordo più il nome delle persone che hanno incontrato. A quel punto era compito dei responsabili del Vaticano di valutare la minaccia e di adottare ogni misura adeguata alla circostanza».

«LE SERVICE NE DISPOSAIT D’AUCUN INFORMATION PRÉCISE»

Non specifica l’anno, l’uomo dalle origini nobiliari (aveva il titolo di conte) che nella seconda guerra mondiale combatté a Montecassino, lasciando aperto l’interrogativo d’apertura che però viene sciolto dal suo ex capogabinetto, monsieur Valentin Cavenago: «Il 29 maggio 1979 sono stato contattato dal medico generale Beccau, collaboratore diretto del signor de Marenches per portarmi in sua compagnia il 1°giugno 1979 a Roma. Abbiamo preso l’aereo e il signor Beccau mi ha informato che il signor de Marenches era al corrente che sua Santità rischiava di essere vittima di un attentato. A Roma siamo stati introdotti in presenza di monsignor Calmels, il signor Beccau l’ha informato di un forte rischio». Quale? Secondo Cavenago il «viaggio in Polonia» che il Pontefice avrebbe sostenuto dal giorno dopo fino al 10 giugno. A otto mesi dalla sua elezione (16 ottobre 1978) Wojtyla, primo Papa dell’Est Europa, andava per la prima volta nel suo Paese natale, situato oltre la cortina di ferro e governato da un regime comunista. Uno scenario più che sufficiente per una sua eliminazione. Il ragionamento di de Marenches è analogo alla pista bulgara, ma con la differenza non di poco conto della buonafede, e riflette una valutazione geopolitica comprensibile, tenendo a mente che il vertice della Chiesa Cattolica, prima che un sacerdote, è un capo di Stato. Cioè una personalità esposta e dall’incolumità sempre a rischio.

Ma quel 12 settembre 1990 le parole di Cavenago permettono d’incamerare un risultato più straordinario di quanto possa sembrare. Perché stabiliscono come la premura di de Marenches non avesse niente a che vedere con il gesto di Alì Agca. Il terrorista turco, infatti, mentre i due funzionari volavano a Roma, si dava alla macchia in Turchia per sfuggire alla polizia dopo l’assassinio del giornalista Abdi Ipekci. E la conferma che lo SDECE (oggi DGSE, Direction générale de la sécurité extérieure) non sapesse alcunché di quanto sarebbe accaduto il 13 maggio 1981 arriva da una nota del 4 gennaio 1985 rinvenuta tra i documenti del SISMI che Priore fa acquisire da Forte Braschi. «Le Service ne disposait d’aucun information précise concernant la preparation d’un attentat organisé par un Service de l’Est contre S.S. le PapeIl Servizio non disponeva di informazioni precise concernenti la preparazione di un attacco organizzato da un Servizio dell’Est contro il Papa». Un concetto già espresso da un altro scritto della nostra intelligence militare, inviato al Cesis e destinato anche ai Ministeri d’Interno e Difesa proprio il giorno in cui la notizia apparve sul Corriere: «Da informazioni attinte direttamente at Parigi risulta che […] gli atti non esiste et non est mai esistita notizia di sorta sui pericoli di attentati al Papa». Un appunto del SISDE di pochi mesi più tardi, 7 maggio 1983, fuga anche l’infame sospetto che lo SDECE sapesse di Agca, ma avesse tenuto all’oscuro i nostri servizi di sicurezza: «L’UCIGOS ha trasmesso l’unito appunto concernente pretese anticipazioni dei Servizi francesi a quelli italiani relativamente alla possibilità dell’attentato al Papa. Al riguardo si rappresenta che nessun atto né riscontro di alcun genere è stato rinvenuto presso questo Servizio».

IL CARDINAL CASAROLI DICHIARA DI «NON AVER MAI AVUTO ACCESSO A INFORMAZIONI PROVENIENTI DAI SERVIZI FRANCESI»

Ma allora da dove nacque l’iniziativa di de Marenches? Da «riflessioni di ordine politico» mediante le quali «aveva ravvisato generici rischi di possibili attentati» scrive ancora il SISMI nel giugno 1983 dopo un colloquio con una «qualificata fonte estera». Fu quindi frutto di sue valutazioni personali, niente a che vedere con un’azione coordinata dal Servizio. E lo conferma anche il fatto che i due emissari viaggiarono con i loro documenti. «Ci siamo portati a Roma con i voli regolari dell’Air France, siamo rientrati la sera stessa. Non era una missione segreta» si legge nel racconto di Cavenago, che differisce rispetto a quello del suo superiore sull’apprendimento della notizia da parte del Vaticano: «Lei mi dà lettura del passo dell’audizione del signor de Marenches in cui si dice che siamo stati introdotti “negli arcani dell’Amministrazione vaticana” […] Noi abbiamo, nel corso di detta missione, incontrato unicamente monsignor Calmels».

Una discrepanza che alimenta un altro interessante quesito: monsignor Calmels riferì mai al Vaticano le valutazioni dell’amico 007? Quando Priore comincia a far luce, i suoi occhi si erano già chiusi. Così a piazzale Clodio vengono convocati altre figure di vertice della casa romana dei Padri Premostratensi. Ma nessuno di loro è in grado di dare una risposta. Allora si passa al destinatario dell’informazione, che è anche il soggetto maggiormente colpito dall’attentato: il Vaticano. Da dove però arriva un florilegio di silenzi. Rumorosi. Tra maggio e giugno del 1994 vengono interpellati tre porporati. Monsignor Achille Silvestrini, nel 1981 Segretario del Consiglio per gli Affari Pubblici della Chiesa (l’equivalente del nostro Ministero degli Esteri), dice di essere all’oscuro di tutto: «Nessuna informativa – diretta o indiretta – mi pervenne da parte dei Servizi di informazione e sicurezza esterna francesi riguardo a progetti di attentato contro il Santo Padre».

Addirittura incredulo, stando alle sue parole, monsignor Eduardo Martinez Somalo, Sostituto della Segreteria di Stato: «Soltanto dopo i tragici fatti del maggio 1981 appresi dai giornali l’esistenza di un’informativa che i Servizi di sicurezza esterna avrebbero inoltrato, per il tramite di monsignor Calmels, alla Santa Sede. Devo dire che mi meravigliai […] in quanto tale notizia non mi risultava assolutamente pervenuta alla Segreteria di Stato e in secondo luogo per le inusuali modalità con le quali sarebbe stata inoltrata». Da ultimo, monsignor Agostino Casaroli, Segretario di Stato Vaticano, il numero due per importanza dopo il Papa. Il suo verbale è persino in terza persona ed è una copia di quello del cardinal Silvestrini. «L’Em.mo Cardinale Agostino Casaroli dichiara di non aver mai, né direttamente né indirettamente, avuto accesso a informazioni provenienti dai Servizi segreti francesi».

Il 13 maggio 1981, in piazza S. Pietro, Giovanni Paolo II rischiò di morire per mano di uno squilibrato giunto da oltre duemila chilometri. Ma le anomalie e le domande su quell’insano gesto sembrano cominciare dal suo giardino di casa.