Mino Pecorelli e la mafia. Politica, affari e legami indicibili tra le pagine di OP

Le inchieste dell’Osservatore Politico sulla criminalità organizzata non formarono mai un dossier unitario. Attraverso decine di articoli, però, Mino Pecorelli ricostruì un mosaico di rapporti tra mafia, politica, affari e apparati dello Stato, anticipando temi destinati a segnare il dibattito pubblico

Mino Pecorelli e l’Osservatore Politico rivolsero gran parte della propria attività giornalistica verso le zone d’ombra della vita politica ed economica italiana. Alla base c’era la convinzione che dietro vicende apparentemente marginali e personaggi poco conosciuti si celassero spesso le chiavi per comprendere gli equilibri reali del Paese e così anticipare i grandi scoop. Nel “sommerso” dell’Italia turbolenta degli anni Settanta c’era evidentemente anche la mafia. Un tema sul quale OP si soffermò in più di un’occasione, evidenziando, prima di molti altri, soprattutto la saldatura con una certa parte di politica e mondo imprenditoriale non soltanto siciliano.

Sia nel periodo dell’Osservatore Politico come agenzia sia in quello successivo, da settimanale, le note furono diverse e approfondite. Tra i personaggi al centro dell’azione investigativa di Pecorelli ci furono Graziano Verzotto, Vito Ciancimino, Salvo Lima e Luciano Liggio, tutti grandi nomi del panorama malavitoso di quegli anni. Nessuno fu protagonista di una vera e propria inchiesta organica, ma ognuno di loro fu oggetto di un’attenzione costante negli anni, alimentata da dossier, atti giudiziari, documenti investigativi e materiali provenienti dalle Commissioni parlamentari d’inchiesta sul fenomeno mafioso.

Il lavoro di Pecorelli sulla criminalità organizzata assunse così la forma di un mosaico investigativo, composto da decine di articoli accomunati da alcuni elementi ricorrenti: l’attenzione ai risvolti economici, la sottolineatura della connivenza di determinati apparati statali e l’approfondimento della contiguità con gli ambienti politici.

L’ANTIMAFIA E SALVO LIMA

Le prime note riguardanti la mafia sono risalenti, per quanto è possibile ricostruire, al 1974. L’attenzione di OP era rivolta a Vito Guarrasi del quale si facevano emergere gli interessi vicini a quelli della Onorata società. In almeno un articolo era stata oggetto di critica veemente la Commissione antimafia all’epoca in carica. Secondo l’anonimo estensore del pezzo — verosimilmente lo stesso Pecorelli — la Commissione non aveva realmente indagato il fenomeno mafioso, limitandosi a una lunga ricostruzione storica, senza affrontare gli aspetti più attuali e concreti.

L’idiosincrasia nei confronti della Commissione parlamentare sulla mafia si può notare anche due anni più tardi. Nel gennaio 1976, nella nota Mafia tempora currunt, Pecorelli tornò infatti sulla conclusione dei lavori della Commissione, giudicandone i risultati complessivamente insoddisfacenti. L’unico elemento positivo riconosciuto all’attività svolta da deputati e senatori era l’aver contribuito a mettere in luce le connessioni tra mafia, economia e politica: un intreccio che, secondo OP, avrebbe meritato un’analisi ben più approfondita.

Il 28 novembre 1974 Pecorelli dedicò una nota al discusso esponente democristiano Salvo Lima. Il titolo era già di per sé eloquente: L’on. Lima autorizzato a… procedere segretario. Con il consueto tono ironico, OP commentava la scelta di nominare l’andreottiano sottosegretario al Bilancio, osservando come, alla luce dei suoi precedenti giudiziari e delle tre richieste di autorizzazione a procedere respinte dalla Camera, l’incarico della Giustizia sarebbe apparso persino più appropriato.

Pochi mesi dopo, nel gennaio 1975, Pecorelli tornò sul politico siciliano. In una nuova nota si domandava se Salvo Lima, il deputato democristiano Giovanni Gioia e l’imprenditore Francesco Vassallo potessero essere considerati in stretti rapporti con la mafia.

La risposta che viene data è affermativa e si desume da un rapporto della Guardia di Finanza risalente al 27 dicembre 1963. Nel documento si parla proprio di Vassallo e dell’origine delle sue ricchezze, risalenti a un prestito da 700 milioni di lire, erogato dalla Cassa centrale di risparmio Vittorio Emanuele, ottenuto grazie alle pressioni della mafia sul presidente dello stesso istituto di credito.

Come si può notare, si trattava di note piuttosto esemplificative dell’attenzione che Pecorelli nutriva sulla mafia, la cui componente affaristica era in rapida crescita grazie ad agganci insospettabili.

«CIANCIMINO? DIVENTERÀ UN PERSONAGGIO DI LIVELLO NAZIONAL-MAFIOSO»

Pecorelli non disdegnava di usare una salace ironia, per descrivere il fenomeno mafioso, capace però di lasciare spazio all’amarezza nel momento in cui analizzava gli interessi economici e politici di Vito Ciancimino — sindaco di Palermo ed esponente della Democrazia Cristiana.

Nella nota intitolata L’onorata società gioca al bridge(6 giugno 1978), Ciancimino, definito «il non dimenticato boss siciliano», viene descritto alla guida della «In. Im.», cioè «Internazionale Immobiliare», una finanziaria alimentata da oscure liquidità, funzionale all’acquisto di aziende in vari settori.

L’attenzione su Ciancimino restava alta anche successivamente. Nella nota Veni, Vidi, Vito (10/10/1978), Pecorelli scriveva:

In campo nazionale Ciancimino avrebbe avuto contatti addirittura con il presidente del consiglio Andreotti al fine di costruire in Sicilia un secondo gruppo di amici del Divo Giulio, da non confondere però con la corrente «ufficiale» pilotata dall’on. Lima

Mino Pecorelli mafia

L’ex primo cittadino di Palermo puntava a un rilancio in grande stile nel mondo della politica e si diceva sostenitore del compromesso storico:

Anticomunista negli anni 60, Ciancimino ha ammorbidito le sue posizioni diventando acomunista o aperto ai comunisti: tanto che la stampa di sinistra durante la sua recente scalata di «finanziere» gli ha risparmiato i vecchi attacchi, mostrandosi anzi particolarmente benevola nei confronti dell’«astro nascente». 

Pecorelli concludeva:

Le premesse per diventare un personaggio di livello nazional-mafioso ci sono proprio tutte.

Ma l’Osservatore Politico prestava una certa attenzione alla Sicilia in generale, con approfondimenti sui guai di città come Messina e Catania. Ogni tanto comparivano nomi di imprenditori “chiacchierati”, come i Cavalieri del Lavoro Mario Rendo e Giacomo Caruso. A quest’ultimo, attivo nel settore del marmo, Pecorelli attribuiva un ruolo nel traffico di stupefacenti. Di conferme, sul tema, non ce ne furono mai, ma OP si chiedeva se lo stesso Caruso potesse essere un uomo di punta di un potere invisibile.

Non mancavano poi le critiche all’Assemblea regionale siciliana, con tutte le sue problematiche di ordine economico. Personaggi come Guarrasi e Verzotto, a metà strada tra politica e imprenditoria, avevano messo le mani su alcune partecipate regionali — di fatto collettrici di interessi per le varie clientele.

Pecorelli si soffermava anche sul tema della mafia nel Centro Italia: Natale Rimi, figlio del boss Vincenzo, era stato trasferito nel Lazio nei primi anni Settanta anche grazie all’intercessione di Frank Coppola, un altro padrino. L’Osservatore Politico sfiorava la vicenda nel giugno del 1978, in relazione ai rapporti opachi del deputato socialista Aldo Aniasi — già sindaco di Milano negli anni 1967/76  — con Italo Jalongo, faccendiere e consulente fiscale italiano, noto soprattutto per i suoi legami con il boss mafioso Frank Coppola. 

Leggiamo, dall’articolo Aniasi e la querela fantasma:

Dopo due anni Aldo Aniasi continua a farci la figura che voleva evitare di fare: di amico di Italo Jalongo e di partecipe dei suoi loschi affari. Si faccia quindi coraggio, c’è ancora tempo. 

Anziché minacciare querela, chieda che il parlamento di cui fa parte dal giugno ’76 nomini una commissione d’inchiesta che accerti i suoi rapporti con la Mafia

Mino Pecorelli mafia

MAFIA, POLITICA E POTERI PUBBLICI: PRIMA PARTE

Uno dei più importanti lavori di OP sul tema della criminalità organizzata è la pubblicazione integrale di un lungo dossier prodotto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia. Il protagonista principale del documento era Luciano Leggio, uno dei più importanti boss mafiosi del secondo dopoguerra e tra i capostipiti della dinastia sanguinaria dei corleonesi.

Pecorelli anticipava il contenuto del dossier con una breve nota (23 maggio 1978):

Mino Pecorelli mafia

La parte iniziale è dedicata alla descrizione della carriera criminale di Leggio, spesso erroneamente chiamato Liggio. Denunciato a diciannove anni, a venti era stato ritenuto protagonista dell’omicidio di una guardia campestre. In qualche modo era tuttavia riuscito a scampare alla condanna. Dopo vari altri episodi criminosi, nella Sicilia rurale di fine anni Quaranta, Leggio aveva scalato la gerarchia mafiosa diventando un nome in ascesa. Nel 1948 entrò in latitanza. Riuscì a rimandare l’arresto fino al 1964 anche grazie a una vasta rete di sostegno, ben alimentata dalle sue importanti disponibilità finanziarie.

A fine anni Cinquanta, Leggio iniziò una guerra senza quartiere contro il clan di Michele Navarra — del quale era stato braccio destro per diverso tempo. Lo scontro fu lungo, con morti da entrambe le parti. Tuttavia, alla fine, fu Leggio a emergere vincitore divenendo, con l’uccisione di Navarra il 2 agosto 1958, il più importante boss mafioso dell’isola.

La relazione della Commissione antimafia, pubblicata da Pecorelli, segnalava nomi importanti tra i sostenitori del nuovo dominus della mala siciliana:

Leggio poteva contare sia sull’appoggio dei suoi sodali criminali sia sul sostegno di influenti personaggi, senza dimenticare il rispetto con cui veniva trattato dalla gente comune terrorizzata da una figura così sanguinaria.

La Commissione passava poi ad analizzare il discusso arrivo a Corleone di Angelo Mangano, inviato direttamente dal capo della Polizia Angelo Vicari. L’anno è il 1963 e da subito emergono rivalità tra Polizia e Carabinieri. Ciò si nota in particolar modo durante l’arresto di Leggio. Secondo i militari dell’Arma, Mangano si era intestato un ruolo che non aveva avuto ingigantendo il suo peso nel corso di un’operazione pianificata e portata a termine dai Carabinieri.

Al di là delle rivalità tra apparati, l’arresto di Leggio, avvenuto nel maggio 1964, sembrava aver bloccato la sua avventura criminale.

In quegli anni in carcere, Leggio intreccia rapporti sempre più fitti con il vecchio boss italo‑americano Frank Coppola, detto Frank Tre Dita, figura al centro di varie inchieste parlamentari. Dopo la clamorosa sentenza del giugno 1969, che gli consente di lasciare il carcere, Leggio e il suo fedelissimo Totò Riina rientrano in libertà e si ridistribuiscono tra Sicilia e continente, mentre il procuratore generale Pietro Scaglione propone nei loro confronti l’applicazione di misure di prevenzione, ai sensi della legge antimafia, rimaste inspiegabilmente inapplicate per alcuni mesi. La latitanza di Leggio, passata per Roma e poi per il Nord, si chiuderà solo il 16 maggio 1974, quando la Guardia di Finanza lo arresta in un appartamento di via Ripamonti, a Milano, nel quadro delle indagini sulla Anonima sequestri.

Sul tema Leggio-Scaglione, si legge ancora su OP (23 maggio 1978):

Mino Pecorelli mafia

Scaglione e La Ferlita, presidente del tribunale della prima sezione penale, avevano detto di arrestare Leggio solo se fosse tornato a Corleone, contravvenendo così al loro stesso ordine di cattura che, invece, prevedeva la possibilità di fermarlo in qualsiasi zona d’Italia. Per la Commissione, questa era un’ulteriore testimonianza delle altissime protezioni di cui Leggio godeva.

La conclusione a cui si arrivava, dunque, era netta:

Mino Pecorelli mafia

La seconda latitanza di Leggio fu decisiva per l’esplosione della mafia al Nord. Il fenomeno, fino ad allora, era stato tenuto sotto controllo, ma l’approdo di un boss di quel calibro aveva provocato un netto salto di qualità. La Commissione sottolineava nuovamente gli appoggi politici di Leggio e portava come prova tre eventi occorsi durante la sua seconda latitanza: l’uccisione del procuratore Pietro Scaglione, la cosiddetta «ballata delle bobine» e il conflitto tra Mangano e Frank Coppola.

Sul procuratore Scaglione, massacrato nel maggio 1971 insieme alla sua guardia del corpo, la Commissione esprime un altro parere netto:

Nel corso della relazione finale, la Commissione torna su Angelo Mangano. Membro del famigerato Ufficio Affari riservati aveva testimoniato il suo rapporto con Coppola, un altro personaggio chiaramente legato a Leggio. Coppola, aveva detto a Mangano che il boss latitante era stato coinvolto nell’organizzazione degli omicidi del giornalista Mauro De Mauro e di Scaglione stesso. Ma Mangano, nonostante l’apparente disponibilità nei confronti della magistratura e le azioni antimafia, è coinvolto nella già citata «ballata delle bobine».

L’episodio è a dir poco oscuro. Quando Mangano era sbarcato nuovamente in Sicilia, nel 1966, aveva assunto il ruolo di capo del Centro di coordinamento regionale di Polizia criminale e si era impegnato in diverse azioni contro la malavita. Operazioni che, secondo la velata ma chiara idea della Commissione, erano di facciata. Fatto sta che Mangano chiese a Claudio Vitalone e ad Arnaldo Bracci, sostituti procuratori di Roma, di autorizzare una serie di intercettazioni con l’obiettivo di arrivare a Leggio.

Tra gennaio e maggio del 1970 furono così consegnate ai giudici quaranta bobine, ma i numeri non tornavano. La Commissione, infatti, raccoglieva la testimonianza di Coppola che aveva rivelato un particolare: Mangano gli aveva chiesto 18 milioni di lire per cancellare alcune bobine con riferimenti a politici vicini alla mafia. Il numero delle registrazioni, infatti, doveva essere più alto, almeno 62 o 64.

Di queste registrazioni, la Commissione non sapeva nulla:

Mino Pecorelli mafia

Quando la Commissione tentò di recuperare le bobine, si trovò di fronte a un atteggiamento omissivo e ostruzionistico da parte della magistratura palermitana. I supporti audio, infatti, erano stati catalogati in modo del tutto casuale e il materiale che fu possibile recuperare si rivelò ampiamente insufficiente.

L’indagine della Commissione si concluse con una constatazione amara: ormai non era più possibile ricostruire integralmente il contenuto delle bobine. Troppe erano state le imprecisioni — e, si potrebbe aggiungere, le omissioni volontarie.

MAFIA, POLITICA E POTERI PUBBLICI: SECONDA PARTE

Il 30 maggio 1978 Pecorelli pubblicava la seconda parte della lunga relazione parlamentare che ripartiva dalle bobine. In quelle pagine la Commissione sottolineava la scarsa collaborazione del magistrato Claudio Vitalone — come noto molto vicino a Giulio Andreotti. Tuttavia, nonostante le reticenze e gli intralci, si poteva affermare di avere alcune verità acquisite:

  • le bobine riguardavano personaggi mafiosi e la mafia;
  • rientravano all’interno di un gioco di ricatti tra Stato e mafia, in particolare tra Mangano e Coppola;
  • erano state manomesse e alterate.
  • L’omicidio di Scaglione poteva essere ragionevolmente collegato a questo tema;
  • l’attentato a Mangano era sicuramente collegato alla questione delle bobine.

Un altro passaggio significativo riguarda la seconda cattura di Luciano Leggio, avvenuta nel maggio 1974 grazie all’indagine coordinata dal giudice milanese Giuliano Turone e dalle forze dell’ordine lombarde. Turone stava investigando su un’organizzazione mafiosa attiva tra Vigevano, Trezzano sul Naviglio e Treviglio. Secondo la ricostruzione di OP, il gruppo, guidato da Leggio, poteva contare anche su una rete di contatti palermitani, tra i quali figurava don Agostino Coppola, nipote del boss Frank Coppola. Ai consistenti proventi derivanti dai sequestri di persona si affiancava una rete di relazioni che, secondo Pecorelli, raggiungeva anche ambienti politici.

I nomi più citati erano quelli di Lima, Gioia e Ciancimino. La Commissione evidenzia che, nell’agenda di Leggio, fu trovato il nome di Dino Cantonieri, ex deputato democristiano all’Assemblea regionale siciliana e membro del consiglio direttivo della Banca Loria, un istituto di area sindoniana legato alla mafia. Proprietaria della Banca Loria era la GEFI, una finanziaria di cui era membro di spicco Vito Guarrasi. La commissione, inoltre, cita anche Graziano Verzotto, ex segretario provinciale della DC di Siracusa ed ex capo delle pubbliche relazioni dell’ENI in Sicilia. Successivamente divenne presidente dell’Ente minerario siciliano, una delle aziende messe nel mirino da Pecorelli, e poi, dal 1968, era diventato senatore.

Le conclusioni che la Commissione trae da questo immane ginepraio di relazioni economiche-politiche-mafiose sono da leggere:

Nel tentativo di fornire una risposta al fenomeno mafioso, la Commissione avanzò una serie di proposte: misure di prevenzione, interventi di natura fiscale, un più stretto coordinamento tra Polizia e Carabinieri e l’istituzione di una Commissione parlamentare antimafia permanente.

Rimane un’ulteriore questione. Perché Pecorelli decise di pubblicare il testo di minoranza della Commissione antimafia ad anni di distanza? Una risposta è data da Franca Mangiavacca nel corso della sua deposizione al processo per l’omicidio Pecorelli nell’agosto del 1996. La segretaria e compagna del direttore di OP afferma che il dossier fu ritenuto di valore per due ragioni. La prima è che nessuno lo aveva pubblicato precedentemente. Il secondo motivo è più interessante. Pecorelli, infatti, era convinto che uscire con il dossier avrebbe smosso qualcosa all’interno del sottobosco politico romano. Pecorelli non disse a Mangiavacca cosa si sarebbe dovuto mettere in moto ma, forse, si trattava dei legami mafia-Brigate Rosse, tema su cui si tornerà in seguito e su cui stava lavorando il direttore di OP.

IL DOSSIER FAGONE

Salvatore Fagone, iscritto al PSI, era un deputato regionale siciliano poi divenuto membro della Camera tra il 1972 e il 1976. L’Osservatore Politico gli dedicava ampio spazio con un lungo dossier, sempre preparato dalla Commissione Antimafia, uscito a inizio giugno 1978. Nell’introduzione al documento si leggeva che Fagone, al momento della pubblicazione del materiale, si era «dato alla latitanza». In realtà non risulta che l’ex deputato stesse sfuggendo alla giustizia, ma Pecorelli lo usava ugualmente come esempio di politico dalle indicibili connessioni, protetto e tutelato dai suoi colleghi di partito.

L’introduzione è molto esplicativa:

A cavallo tra anni Cinquanta e Sessanta, con l’ascesa nella DC siciliana di notabili come Giovanni Gioia, una parte del vecchio blocco conservatore – monarchici, qualunquisti, ambienti liberali legati a interessi immobiliari e imprenditoriali – trovò rappresentanza nelle nuove correnti democristiane, portando con sé reti di relazione spesso contigue agli ambienti mafiosi. In questo clima maturò l’esperimento “milazzista”: il governo regionale guidato dal democristiano dissidente Silvio Milazzo, sostenuto da una maggioranza anomala che andava dal MSI al PCI, segnò una rottura clamorosa.

Sarà nel decennio successivo, con l’ingresso stabile in giunta di figure come il già citato Salvatore Fausto Fagone – più volte assessore regionale ai Lavori pubblici e all’Industria – che il tema della saldatura fra gestione delle grandi opere pubbliche e interessi mafiosi emergerà come questione centrale nelle relazioni antimafia e nelle inchieste giudiziarie.

D’altronde, nel giro di pochi anni, Fagone aveva visto crescere in modo consistente il proprio patrimonio grazie a una serie di mutui milionari concessi dalle locali Casse di risparmio su condizioni particolarmente favorevoli. Il tema, enorme, era solo sfiorato da questo dossier, prodotto anch’esso dalla Commissione antimafia. In quel contesto gli esponenti del PSI avevano difeso a spada tratta il loro collega.

Fagone, tuttavia, era un chiaro esempio del malaffare che imperava in determinati ambienti e che coinvolgeva personalità diverse come dimostra un articolo di OP pubblicato la settimana dopo (11 luglio 1978):

Mino Pecorelli mafia

UN LAVORO INCOMPLETO

L’interesse di Pecorelli e dell’Osservatore Politico per il fenomeno mafioso fu costante e articolato. Lo dimostrano i dossier dedicati appunto a Salvatore Fagone e Luciano Leggio, così come le numerose note pubblicate nel corso degli anni su Salvo Lima, Vito Ciancimino e altri protagonisti della vita politica e criminale siciliana. Come in molte altre inchieste, OP privilegiava una lettura del fenomeno attraverso la sua dimensione economica, seguendo il filo delle relazioni tra affari, politica e criminalità organizzata. La lunga campagna giornalistica su Graziano Verzotto e sull’Ente Minerario Siciliano ne rappresenta un esempio significativo: la mafia non ne costituiva il tema centrale, ma rimaneva costantemente sullo sfondo della ricostruzione.

I riferimenti sulla mafia erano numerosi anche tra gli appunti ritrovati nell’ufficio di Pecorelli, dopo l’omicidio del 20 marzo 1979. Ad esempio, all’interno della sua inchiesta sul golpe Borghese si adombrava un supporto delle cosche alle manovre del Principe. La mafia, però, sembrava aleggiare soprattutto nel dietro le quinte del sequestro Moro. Le carte del direttore di OP segnalavano che Renato Curcio, tra i fondatori delle BR, avrebbe potuto ricevere la grazia in cambio della salvezza del presidente democristiano. Tuttavia, occorrevano due precondizioni, tra le quali proprio la certezza della mancata implicazione della mafia. Questo sembrava essere il risultato della trattativa portata avanti dal leader socialista Bettino Craxi.

Un altro appunto risulta ancor più interessante. Si legge: «Perché la mafia? Il primo indizio è una lettera a Misasi (mafioso e massone) e tono diverso sul compromesso». Cosa intendesse dire Pecorelli non è di agevole comprensione. Originario di Cosenza, con diversi incarichi ministeriali alle spalle, Misasi era favorevole alla trattativa per salvare la vita di Moro. Il direttore di OP riteneva però che dietro la lettera del presidente democristiano al suo collega di partito vi fossero altri motivi. Insondabili.

Proseguendo nella lettura del medesimo appunto si può leggere: «Mafia-BR» e poi «CIA/KGB/MAFIA». Su cosa stava lavorando Pecorelli? Bisogna tener conto che già qualche anno prima OP aveva parlato dei contatti tra Renato Curcio e Leggio in carcere. Tuttavia, appuntarsi qualcosa del genere, nei convulsi giorni del post Moro, aveva tutto un peso diverso.

Questi erano gli sviluppi su cui stava cercando di raccogliere informazioni Pecorelli prima che venisse assassinato.

Il tema della mafia, sull’Osservatore Politico, non è dunque facile da inquadrare perché non si presta a una lettura unitaria. Si possono tuttavia riconoscere alcuni punti cardinali: l’attenzione alla dimensione economica, il focus sui rapporti con la politica, gli attacchi alla Regione Siciliana e le manchevolezze degli apparati statali. Temi che confluiscono nel lungo dossier su mafia, politica e poteri pubblici.

Resta però un interrogativo destinato a rimanere senza risposta: come avrebbe sviluppato Pecorelli quei promettenti appunti sulle connessioni internazionali della mafia?

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