
Un disertore del KGB alla NSA. Testimonianza e propaganda interna nella Guerra fredda
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Nel 1973, la National Security Agency apre le sue porte a un ex ufficiale del KGB. Il documento, oggi declassificato, mostra come quella testimonianza sia stata utilizzata all’interno dell’Agenzia per definire il nemico e rafforzare la vigilanza durante gli anni della «distensione».

Il documento intitolato A Soviet Defector at NSA, redatto da A. J. Murphy e oggi disponibile grazie a una procedura riconducibile al Freedom of Information Act, offre uno spaccato significativo non tanto — o non soltanto — sulla figura di Petr Semyonovich Deriabin, ufficiale del KGB che a metà anni Cinquanta defezionò in favore degli Stati Uniti, quanto sul modo in cui l’intelligence USA utilizzava il tema dei disertori nel pieno della Guerra fredda.
A una prima scorsa, il testo si presenta come la cronaca di un evento di grande rilevanza: la presenza, all’interno della National Security Agency, di un ex ufficiale del Komitet Gosudarstvennoj Bezopasnosti passato all’Ovest e per questo in grado di offrire una conoscenza diretta dei meccanismi della sicurezza nazionale sovietica.
In realtà Deriabin non è semplicemente una fonte. Rappresenta, nel contesto del documento che meglio analizzeremo più avanti, una figura funzionale a una precisa operazione interna: rafforzare la coesione, la vigilanza e, in ultima analisi, l’identità stessa dell’apparato di intelligence americano. Il suo intervento viene quindi presentato come un momento di «richiamo», rivolto al personale della NSA , ma in generale a tutto l’apparato USA, in un passaggio storico delicato, segnato dalla distensione e da un possibile affievolimento della percezione del rischio.
Il testo insiste infatti su un elemento chiave: la necessità di non abbassare la guardia. In questo senso, la testimonianza dell’ex ufficiale KGB assume un valore che va oltre il piano informativo. Non si tratta soltanto di ciò che Deriabin sa, ma di ciò che la sua presenza rappresenta. Un uomo che ha attraversato il sistema sovietico e lo ha abbandonato diventa, agli occhi degli analisti americani, una prova vivente della natura intrinsecamente aggressiva e opaca del nemico.
È significativo, in questo quadro, il passaggio in cui viene respinta l’idea di una sorta di «equipollenza» tra KGB e FBI. Deriabin, e con lui l’autore del documento, contesta recisamente l’idea, diffusa in alcuni ambienti occidentali, che i due apparati possano essere considerati omologhi. La differenza non è soltanto di struttura, ma di funzione e finalità: il KGB viene rappresentato come uno strumento di controllo politico e di proiezione offensiva, inserito in un sistema più ampio di gestione autoritaria del potere.
Ma il punto forse più interessante emerge sul piano implicito. Il documento non è neutro. Pur non essendo un rapporto operativo, riflette un preciso orientamento culturale e strategico all’interno della comunità di intelligence americana. In un momento in cui la distensione rischia di produrre una narrazione più «cauta» dell’avversario sovietico, la figura del disertore viene al contrario utilizzata non certo per avallare una simile percezione bensì per riequilibrarla o correggerla.
La chiusura del testo è, sotto questo profilo, particolarmente rivelatrice. Il riferimento a William H. Martin e Bernon F. Mitchell, matematici e crittografi della NSA passati all’Unione Sovietica nel 1960, introduce una dimensione speculare: ogni sistema produce i propri disertori, ogni blocco subisce e sfrutta le stesse dinamiche. È una constatazione che, pur nella sua apparente semplicità, restituisce la natura profondamente simmetrica del confronto tra i due mondi.
In questo senso, A Soviet Defector at NSA rappresenta un documento sulla percezione del nemico, sulla costruzione della fedeltà interna e sul ruolo che le testimonianze individuali possono assumere all’interno di una più ampia strategia narrativa. Un testo che, letto oggi, consente di intravedere non solo le informazioni che circolavano all’interno della NSA, ma anche il modo in cui quelle informazioni venivano selezionate, interpretate e messe al servizio di un preciso equilibrio politico e culturale.
Nota archivistica
Fonte: National Security Agency
Titolo: A Soviet Defector at NSA
Autore: Albert J. Murphy
Data: 1973 (Security Week)
Identificativo: DOCID 4001125
Classificazione originaria: SECRET
Rilascio: Approved for Release by NSA on 26 September 2012 – FOIA Case #51546
Nota: “The opinions expressed in this article are those of the author(s) and do not represent the official opinion of NSA/CSS.” Il testo appare riconducibile a una pubblicazione interna dell’Agenzia.
Un disertore sovietico alla NSA
(A. J. Murphy)
La presenza del disertore sovietico ed ex funzionario del KGB Petr Sergeyevich Deriabin davanti a un’ampia platea della NSA durante la Security Week del 1973 deve essere considerata per ciò che fu — un evento di straordinaria importanza per noi, sia come cittadini privati sia come specialisti di crittologia all’interno della comunità dell’intelligence. Fu straordinario, innanzitutto, perché accadde (chi avrebbe mai immaginato, ai tempi di Arlington Hall*, che un giorno avremmo visto un ex ufficiale del KGB all’interno del perimetro della NSA?); e, in secondo luogo, perché è accaduto in un momento in cui alcuni americani potrebbero essere tentati di abbassare la guardia nei confronti delle potenziali intenzioni dei nostri tradizionali avversari.
Avevamo di fronte a noi un impressionante ex avversario, che condivideva con noi una conoscenza diretta della missione e delle funzioni della pervasiva polizia segreta sovietica. Deriabin conosceva tutto questo, in grande dettaglio. Non c’è da stupirsi. Per dieci anni era stato tra l’élite, ricoprendo vari incarichi all’interno del sistema. Trascorse cinque anni presso il Direttorato della Guardia del Cremlino, incaricato della protezione del Cremlino e degli alti funzionari sovietici. Nel 1952 fu trasferito alla sezione di intelligence estera dell’apparato della Sicurezza di Stato e prestò servizio nel quartier generale di Mosca fino a diventare capo della contro-intelligence nell’ufficio del KGB a Vienna. Nel febbraio 1954, per ragioni ideologiche e personali, chiese asilo alle autorità statunitensi a Vienna. E ora si trovava davanti a noi, alla NSA. Un’esperienza davvero istruttiva per tutti i presenti, ma ancor più per coloro che operano da tempo e che hanno visto l’intero spettro dei successi e delle delusioni nel confronto crittologico con i sovietici. Il nostro personale della sicurezza merita riconoscimento per l’intraprendenza dimostrata nell’organizzare questa visita.
Che il signor Deriabin lo intendesse oppure no, il suo intervento sembrò stimolare un rinnovato senso di consapevolezza dell’importanza e della sensibilità della missione della NSA. In termini semplici, tale consapevolezza si tradusse in un monito: restare vigili e, allo stesso tempo, ravvivare le vecchie virtù di integrità e perseveranza nel nostro lavoro. Si presentò come un individuo affabile e corretto, dal portamento fermo e con l’autorevolezza che gli derivava da ciò che aveva da dire. All’inizio apparve leggermente nervoso, come egli stesso disse, a causa dell’ampiezza del pubblico (e certamente non per mancanza di coraggio da parte sua, avendo volontariamente raggiunto la NSA da sotto copertura), e probabilmente anche perché sospettava che noi conoscessimo il KGB quanto lui stesso.
A prima vista, l’intervento era fortemente orientato ad avvertire il personale della NSA sulla stoltezza di quegli americani che sembrano decisi ad accettare l’idea che il KGB per l’Unione Sovietica sia ciò che l’FBI è per gli Stati Uniti. Deriabin richiamava chiaramente le pericolose conseguenze dell’ignorare la miriade di fatti che dimostrano il contrario. Chi potrebbe obiettare? Forse, con delusione di alcuni, egli non espresse apertamente alcuna posizione sostanziale su questioni che potremmo considerare di grande rilievo nell’ambito crittologico, come i casi Martin e Mitchell**, il sequestro della «Pueblo»*** (benché tali vicende fossero successive alla sua defezione), l’orchestrazione da parte del Cremlino della guerra in Vietnam**** o, in generale, il calendario dell’azione comunista. Presumibilmente per ragioni personali, non era incline a discutere le sue motivazioni per la defezione, avendo eluso una richiesta del pubblico in tal senso.
Eppure, a ben guardare, un messaggio più profondo – che, in un certo senso, dava voce a tutte queste preoccupazioni – sembrò riflettersi nel carattere stesso dell’uomo e nella sua presenza davanti a noi, in un messaggio che diceva pressappoco: «Questo è un momento di importanza cruciale nella storia. Avete già fatto molta strada e dovete continuare. Vi siete opposti a loro in tutto il mondo e a caro prezzo personale. E poiché avete tracciato una linea e l’avete mantenuta, la loro solidarietà ha cominciato a erodersi e il loro popolo ha iniziato a mettere in discussione il sistema. Dovete perseverare. Non cedete in questo momento difficile. Mettete ordine in casa vostra e restate vigili, soprattutto in questa stagione di apparente distensione». In questo contesto, sembra dunque del tutto appropriato che le cose siano andate come sono andate: il mondo libero ebbe Deriabin e i sovietici si presero Martin e Mitchell.
Note

* Arlington Hall fu un complesso militare situato ad Arlington, in Virginia, sede durante la Seconda guerra mondiale delle attività di crittoanalisi dell’esercito statunitense (Signal Intelligence Service). È considerato uno dei nuclei originari delle capacità crittologiche americane da cui, nel dopoguerra, si sviluppò la National Security Agency.
** William H. Martin e Bernon F. Mitchell erano due analisti della National Security Agency che nel 1960 disertarono verso l’Unione Sovietica, denunciando pubblicamente le attività di sorveglianza statunitensi. Il loro caso ebbe un forte impatto propagandistico durante la Guerra fredda.
*** La USS Pueblo era una nave da intelligence della Marina statunitense catturata dalla Corea del Nord nel 1968. L’episodio provocò una grave crisi internazionale e rappresentò uno dei momenti più delicati del confronto tra Stati Uniti e blocco comunista.
**** Il riferimento all’orchestrazione della guerra in Vietnam riflette una lettura diffusa durante la Guerra fredda, secondo cui l’URSS avrebbe avuto un ruolo diretto nella conduzione del conflitto. In realtà, pur fornendo un sostegno significativo al Vietnam del Nord, Mosca non esercitò un controllo strategico pieno sulle operazioni, che rimasero in larga parte autonome.
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