
Alejandro Lanusse e l’Argentina prima di Videla
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Figura centrale e controversa dell’Argentina prima di Videla, Lanusse fu golpista, presidente de facto e promotore di una transizione controllata. La sua parabola racconta il confine fragile tra autoritarismo militare, legalità eccezionale e terrorismo di Stato
È il 13 maggio 1985. A Buenos Aires è in pieno svolgimento il Processo alle giunte, il procedimento penale ordinario voluto dal governo di Raúl Alfonsín contro i responsabili delle violazioni dei diritti umani commesse durante l’ultima dittatura militare argentina, tra il 1976 e il 1983. L’opinione pubblica del Paese, e con essa una parte consistente dell’opinione pubblica internazionale, viene investita dal racconto degli orrori compiuti negli anni del cosiddetto Processo di riorganizzazione nazionale: sequestri, torture, centri clandestini di detenzione, sparizioni forzate.
Quel giorno, davanti alla corte, compare un militare. Non è convocato come imputato, ma come testimone. Le sue parole, pronunciate sotto giuramento, sono destinate a restare nella memoria del processo.
Il pubblico ministero gli domanda se, in qualche occasione, una delle autorità con cui aveva avuto contatti avesse riconosciuto l’uso di metodi clandestini. Il testimone risponde ricordando un episodio avvenuto mentre si trovava detenuto a Campo de Mayo, presso la Escuela de Comunicaciones. Dopo il suo arresto e la perquisizione della sua abitazione, si presentarono da lui i generali Santiago Omar Riveros e Reynaldo Bignone. Riveros, secondo il racconto del testimone, gli rimproverò le sue pubbliche prese di posizione contro quelle che definiva «procedimientos por izquierda» (eufemismo per indicare operazioni clandestine, detenzioni illegali, azioni non coperte da ordini formali), aggiungendo che proprio grazie a quei metodi egli era ancora vivo.
La replica fu durissima: «Vi sono occasioni in cui è preferibile non vivere, generale Riveros». Poi il testimone aggiunse che Riveros non aveva né il grado né il privilegio per indicargli come dovesse comportarsi. L’atmosfera si fece tesa. Bignone cercò di intervenire e disse che, fino all’anno precedente, anche lui la pensava nello stesso modo. Il testimone rispose che, fino all’anno precedente, aveva avuto di Bignone una certa considerazione, ma che ormai l’aveva perduta. Quindi evocò l’esistenza di procedure nelle quali alcuni ufficiali esecutori uscivano a volto coperto, passando davanti alla guardia e ai cadetti del Colegio Militar de la Nación. E concluse chiedendo ai suoi interlocutori di riflettere su un punto: se quello fosse davvero il modo di educare gli ufficiali del futuro.
Il militare in questione non era un graduato qualsiasi. Era il generale Alejandro Agustín Lanusse Gelly, ex comandante in capo dell’Esercito ed ex presidente de facto dell’Argentina tra il 1971 e il 1973, nella fase conclusiva della cosiddetta Revolución Argentina, il regime militare instaurato dopo il rovesciamento del presidente costituzionale Arturo Umberto Illia, nel giugno 1966.
UNA BIOGRAFIA DIFFICILE

Nel panorama europeo il nome di Lanusse è meno noto rispetto a quelli di Jorge Rafael Videla, Emilio Massera o Leopoldo Galtieri. Eppure la sua figura è essenziale per comprendere l’Argentina degli anni Settanta, proprio perché sfugge agli schemi più immediati. Lanusse fu un militare golpista, un antiperonista convinto e un uomo pienamente interno alla cultura politica delle Forze armate argentine. Al tempo stesso, nella fase finale del suo percorso pubblico, tentò di aprire una via d’uscita istituzionale dal regime militare della Revolución Argentina e si oppose, almeno sul piano dei principi e delle dichiarazioni, alla deriva clandestina e criminale che avrebbe segnato la dittatura successiva.
Quella di Alejandro Agustín Lanusse Gelly è dunque una biografia difficile da ricondurre a una formula semplice. Nato nel 1918, proveniva dal patriziato argentino, da quell’élite sociale e militare che aveva accompagnato la lunga stagione dell’Argentina ricca e conservatrice, destinata nel corso del Novecento a entrare in una crisi politica, economica e istituzionale sempre più profonda. La sua carriera attraversò buona parte del tumultuoso secolo breve argentino: partecipò a cospirazioni militari, conobbe il carcere, raggiunse i vertici dell’Esercito, governò il Paese senza legittimazione democratica e, infine, contribuì a riaprire il processo elettorale che avrebbe riportato il peronismo al potere.
Nel 1951 Lanusse prese parte, insieme al generale Benjamín Menéndez, a un tentativo di sollevamento contro il presidente Juan Domingo Perón. Come larga parte dell’establishment militare e della società borghese dell’epoca, vedeva nel peronismo un progetto politico autoritario, populista e incompatibile con l’idea tradizionale dell’ordine repubblicano. Il tentativo fallì quasi subito. Lanusse fu arrestato e trascorse quattro anni in carcere, anche nelle prigioni patagoniche, lontano dalla famiglia e dai centri del potere politico e militare.
Tornò in libertà dopo il colpo di Stato del settembre 1955, che rovesciò definitivamente Perón. Rientrato nei ranghi, si collocò nel fronte più ostile a una riapertura politica verso il peronismo, messo fuori legge e tenuto ai margini della vita istituzionale fino agli anni Settanta. Nel 1966 fu tra i militari che appoggiarono il rovesciamento del presidente radicale Arturo Umberto Illia da parte del generale Juan Carlos Onganía.
Illia, medico di origine italiana e figura oggi ricordata in Argentina come uno degli esempi più alti di sobrietà istituzionale, veniva allora rappresentato dai suoi avversari come un uomo debole, incapace di governare le tensioni sociali e politiche del Paese. Per i settori militari più duri, la sua disponibilità a rimuovere progressivamente la proscrizione del peronismo costituiva un rischio intollerabile. Il paradosso era evidente: il presidente radicale era stato osteggiato proprio dal peronismo, che aveva favorito il voto in bianco e ne aveva delegittimato l’azione attraverso i propri canali politici, sindacali e giornalistici. Ma per l’Esercito la possibilità di un ritorno pieno del Partito giustizialista alla competizione elettorale restava inaccettabile.
LA REVOLUCIÓN ARGENTINA

La Revolución Argentina, iniziata nel 1966, si presentò come un regime militare destinato a riorganizzare il Paese, superando la politica dei partiti e costruendo uno Stato autoritario, tecnocratico e corporativo. Onganía, tuttavia, si convinse progressivamente di poter governare senza limiti temporali chiari. Le rivolte urbane del 1969, a partire dal Cordobazo, mostrarono la fragilità di quel progetto. Córdoba, Rosario, Mendoza e altri centri del Paese furono attraversati da mobilitazioni operaie e studentesche che misero in crisi l’idea di un ordine imposto dall’alto.
Lanusse, allora comandante in capo dell’Esercito, maturò in quella fase un giudizio sempre più critico sull’esperienza di Onganía. Non si trattava di una conversione democratica in senso pieno. La sua rimaneva una concezione militare e tutelare della vita politica: le Forze armate, secondo Lanusse, potevano intervenire per ristabilire l’ordine, reprimere la violenza politica e impedire il collasso dello Stato, ma non dovevano trasformarsi in un potere permanente, separato dalla società e senza prospettiva di ritorno alla normalità costituzionale.
L’uccisione dell’ex presidente Pedro Eugenio Aramburu da parte dei Montoneros, nel 1970, accelerò la crisi del regime di Onganía. Per molti settori militari il governo non era riuscito né a contenere la radicalizzazione politica né a garantire la sicurezza degli stessi uomini simbolo dell’antiperonismo. Lanusse ebbe così buon gioco nel sostenere il rovesciamento di Onganía e, dopo la breve parentesi del generale Roberto Marcelo Levingston, assunse direttamente la guida del Paese nel marzo 1971.
Nelle sue memorie Lanusse avrebbe poi riconosciuto l’errore rappresentato dal colpo di Stato del 1966. La sospensione della vita istituzionale, lungi dal disinnescare le tensioni sociali e politiche, aveva contribuito a renderle più radicali. L’assenza di partiti, Parlamento e mediazione democratica aveva lasciato spazio a un confronto sempre più violento tra Stato, organizzazioni armate, sindacati, movimenti studenteschi e settori della destra peronista e antiperonista.
IL «GRAN ACUERDO NACIONAL»

Una volta divenuto presidente de facto, Lanusse scelse di avviare una transizione controllata. Il suo progetto prese il nome di Gran Acuerdo Nacional, il GAN: un ritorno progressivo alla vita istituzionale, la restituzione ai partiti dei loro beni e delle loro funzioni, la preparazione di elezioni generali e il tentativo di ricondurre il peronismo dentro il gioco politico, senza però consentire a Perón di diventarne il protagonista istituzionale diretto.
La scelta di nominare ministro dell’Interno Arturo Mor Roig, esponente radicale di grande prestigio, rispondeva proprio a questa strategia. Lanusse cercava una riconciliazione nazionale dall’alto, guidata dai militari ma accompagnata da settori della politica civile. Il progetto prevedeva la partecipazione dei peronisti, ma non una piena apertura senza condizioni: poteva candidarsi alla presidenza soltanto chi avesse avuto la residenza in Argentina dall’anno precedente. La clausola, pensata per escludere Perón, che viveva ancora in esilio, consentiva al vecchio leader una funzione di riferimento simbolico, ma non la possibilità di tornare immediatamente alla Casa Rosada.
Al tempo stesso Lanusse restituì a Perón i gradi militari, i beni confiscati e gli arretrati economici. Favorì inoltre la restituzione della salma di Eva Duarte, trafugata e occultata per oltre sedici anni dopo il golpe del 1955. Erano gesti di forte valore politico e simbolico: il tentativo di chiudere, almeno in parte, la lunga guerra tra peronismo ed establishment militare. Ma erano anche mosse calcolate, pensate per separare il riconoscimento del movimento peronista dal ritorno personale di Perón al potere.
Lanusse rimase un militare all’antica, asciutto, duro, poco incline alla mediazione verbale, ma non privo di un certo senso diretto del rapporto con l’opinione pubblica. In alcune immagini dell’epoca, durante una visita ufficiale a Formosa, lo si vede autorizzare la scorta a lasciar passare un cittadino che gli corre incontro dalla folla, protestando e chiedendo di essere ascoltato. Ne nasce una discussione animata, davanti alle telecamere, con l’uomo e con altri cittadini presenti. È una scena rivelatrice: non quella di un democratico liberale, ma di un capo militare convinto di poter ancora parlare direttamente al Paese e di ottenere, almeno in parte, rispetto dalla società civile.
IL «CAMARÓN»

Anche sul piano internazionale Lanusse cercò di muoversi entro una logica istituzionale e di autonomia nazionale. Pur essendo distante dall’area politica rappresentata da Salvador Allende, ricevette ufficialmente il presidente cileno e, secondo diverse ricostruzioni, non diede seguito alle pressioni che avrebbero voluto coinvolgere l’Argentina in manovre contro il governo di Unidad Popular. Il dato è significativo, ma va letto con prudenza: Lanusse non fu un uomo della sinistra latinoamericana, né un sostenitore del socialismo cileno. La sua posizione rispondeva piuttosto a una concezione tradizionale della sovranità statale e del rispetto formale dei rapporti fra governi.
Sul piano interno, tuttavia, il suo governo non rinunciò alla repressione. La scelta più rilevante fu la creazione della Cámara Federal en lo Penal de la Nación, un tribunale speciale destinato a giudicare i reati legati alla violenza politica e alle organizzazioni armate. L’organo passò alla storia con il soprannome di Camarón.
La sua costituzionalità fu contestata dagli avvocati della difesa, anche per la natura stessa del governo che lo aveva istituito. Eppure il Camarón, pur nato all’interno di un regime militare, operava secondo procedure processuali riconoscibili: imputazioni formalizzate, diritto alla difesa, sentenze, possibilità di distinguere le responsabilità individuali, proscioglimenti e condanne differenziate. I detenuti venivano destinati al carcere civile, spesso in condizioni dure, ma non collocati in un universo clandestino sottratto a ogni controllo.
È in questa differenza che si colloca uno dei nodi più importanti della parabola di Lanusse. Il suo governo represse la lotta armata, ma cercò di farlo entro un quadro giuridico, sia pure eccezionale e discutibile. Per molti suoi compagni d’armi, quella scelta apparve come una forma di debolezza. L’idea stessa di restituire spazio ai partiti e di rimuovere la proscrizione del peronismo fu letta come una resa. Gli ambienti militari più duri consideravano il GAN non un’uscita ordinata dalla crisi, ma una dichiarazione di sconfitta.
Lo stesso giudizio, in forme diverse, veniva dal campo peronista. Perón bollò il Gran Acuerdo Nacional come un tentativo meschino di salvare la faccia al governo militare. La diffidenza del vecchio leader era comprensibile: Lanusse voleva reintegrare il peronismo nella vita politica, ma al tempo stesso limitarne il capo storico. Il risultato fu una transizione fragile, costruita su un equilibrio quasi impossibile. I militari più duri vedevano nel progetto un cedimento; i peronisti lo interpretavano come una manovra; le organizzazioni armate continuarono a colpire; la società argentina rimaneva attraversata da fratture profonde.
LA «DICTABLANDA» DI LANUSSE

In questo clima maturò uno degli episodi più gravi della presidenza Lanusse: la strage di Trelew. Nell’agosto 1972, un gruppo di detenuti appartenenti a organizzazioni armate tentò un’evasione dal carcere di Rawson. La fuga riuscì soltanto in parte. Alcuni dirigenti riuscirono a raggiungere il Cile, mentre altri militanti furono ricatturati e trasferiti nella base aeronavale Almirante Zar, presso Trelew, sotto controllo della Marina argentina.
Il 22 agosto sedici di quei prigionieri vennero uccisi. La versione ufficiale parlò di un nuovo tentativo di fuga e della reazione delle guardie, ma le successive ricostruzioni e le indagini giudiziarie hanno smentito quella spiegazione, riconoscendo il carattere illegittimo dell’esecuzione. All’epoca, il massacro ebbe una risonanza enorme e scosse profondamente l’opinione pubblica argentina. Per molti, richiamò alla memoria le fucilazioni dei militari peronisti insorti nel 1956 a José León Suárez.
La responsabilità politica di Lanusse nella strage resta uno dei punti più controversi della sua biografia. L’eccidio appariva in contraddizione con il disegno del GAN e con la linea di repressione giudiziaria che il presidente de facto aveva cercato di presentare come alternativa alla violenza incontrollata. Eppure Lanusse sostenne pubblicamente la versione ufficiale e se ne assunse la responsabilità istituzionale, anche nelle sue memorie.
Una delle ipotesi interpretative è che Trelew sia stato anche un messaggio interno al mondo militare: una dimostrazione di forza da parte dei settori più duri, in particolare della Marina, contro una politica ritenuta troppo conciliante. In quegli ambienti la presidenza Lanusse veniva talvolta definita dictablanda, in contrapposizione a dictadura: una dittatura debole, incapace di colpire fino in fondo. Non è possibile stabilire con certezza se la strage sia stata concepita anche per indebolire il capo dello Stato e affrettarne la caduta. È però evidente che l’episodio segnò una rottura ulteriore tra Lanusse e una parte crescente delle Forze armate.
L’OPPOSIZIONE ALLA DITTATURA MILITARE

La distanza si accentuò negli anni successivi. Quando, tra il 1975 e il 1976, maturò il nuovo colpo di Stato, i vertici militari consultarono Lanusse per ottenere il suo sostegno o almeno la sua adesione. Secondo le ricostruzioni disponibili, gli fu prospettata anche l’organizzazione clandestina della repressione illegale che avrebbe poi terrorizzato il Paese: sequestri, centri clandestini, eliminazione fisica degli oppositori, occultamento dei corpi.
Lanusse rifiutò. Non indietreggiò neppure quando i suoi interlocutori gli rinfacciarono il fallimento della sua linea legalista. L’amnistia concessa nel 1973 dal presidente Héctor Cámpora aveva liberato molti militanti condannati dal Camarón; secondo i settori militari più duri, quella scelta aveva consentito alle organizzazioni armate di riorganizzarsi e riprendere la lotta violenta. Di quel caos, Lanusse veniva considerato corresponsabile.
Il prezzo personale della sua opposizione fu alto. Nel febbraio 1976 sua nuora, María Eulalia Caride, fu uccisa da un pacco bomba inviato al domicilio familiare. L’attentato venne attribuito a Montoneros, ma non fu rivendicato e sulla sua matrice sono rimasti dubbi. L’anno successivo scomparve Edgardo Sajón, giornalista, ex segretario e addetto stampa di Lanusse. Fu sequestrato in pieno giorno a Buenos Aires, insieme alla sua automobile e ai documenti che portava con sé. Di lui non si seppe più nulla.
Proprio la desaparición di Sajón avrebbe portato Lanusse a intervenire con particolare durezza durante il Processo alle giunte. L’ex presidente de facto si era interessato personalmente alla sorte dell’uomo, aveva sostenuto la famiglia nella denuncia, chiesto informazioni alle gerarchie militari e alle sue conoscenze politiche. Non ottenne né la liberazione né notizie certe. In compenso, dopo aver espresso pubblicamente la propria preoccupazione per Sajón e per ciò che stava accadendo nel Paese, venne arrestato con accuse di malversazione di fondi durante il suo governo. Non subì una condanna definitiva, ma il provvedimento ebbe un chiaro significato politico.
Nel 1977 e nel 1978 Lanusse fu nuovamente colpito da brevi detenzioni e sanzioni per le sue critiche al governo di Videla, che definì «una calamità per la nazione». Alla fine del 1978 fu coinvolto in un altro episodio tragico: la scomparsa e l’uccisione della diplomatica Elena Holmberg, sua parente, sequestrata dopo il rientro dal servizio presso l’ambasciata argentina a Parigi. Lanusse assistette i familiari nelle ricerche e partecipò al riconoscimento del corpo, ritrovato nel fiume Luján. Secondo il suo racconto, un militare incaricato dell’identificazione gli avrebbe confidato che in quelle acque venivano gettati continuamente corpi senza nome.
UNA BIOGRAFIA DIMENTICATA CHE MERITA DI ESSERE APPROFONDITA SENZA INDULGENZE
Le ragioni della testimonianza di Lanusse al Processo alle giunte furono dunque molteplici. Vi fu certamente il desiderio di prendere le distanze da uomini che avevano trasformato la repressione in un sistema clandestino di sterminio. Vi fu forse anche il risentimento personale per gli arresti, le umiliazioni subite e le persone a lui vicine colpite dalla macchina repressiva. Ma ridurre quella testimonianza a un regolamento di conti sarebbe insufficiente. Lanusse portava davanti alla corte anche la memoria di una frattura interna al mondo militare argentino: quella tra chi, pur dentro una cultura autoritaria, riteneva necessario conservare un quadro di legalità, e chi aveva scelto la cancellazione fisica e clandestina del nemico.
Oggi la figura di Lanusse è spesso dimenticata o confusa con quella di altri generali golpisti di minore rilievo. Il giudizio storico su di lui non può essere assolutorio. Fu parte attiva dell’antiperonismo militare, sostenne il golpe contro Illia, governò senza mandato democratico e portò la responsabilità politica di una repressione dura, culminata anche in episodi gravissimi come Trelew. La sua idea di legalità era limitata, gerarchica, tutelare: non coincideva con una piena cultura democratica.
E tuttavia proprio questa ambiguità rende la sua parabola storicamente significativa. Lanusse non fu un innocente, né un democratico nel senso pieno del termine. Fu un uomo del sistema militare argentino che, a un certo punto, comprese almeno in parte il precipizio verso cui quel sistema stava andando. Il suo fallimento politico non cancella la rilevanza del tentativo di cercare una via d’uscita diversa: una transizione controllata, imperfetta, segnata da calcoli e limiti evidenti, ma comunque alternativa alla brutalità clandestina che avrebbe travolto l’Argentina dopo il 24 marzo 1976.
La storia non si scrive con i “se”. Ma la testimonianza di Lanusse, le sue scelte e le sue contraddizioni consentono di intravedere una possibilità che pure esistette: l’Argentina non era fatalmente destinata al terrorismo di Stato. La macchina della sparizione, della tortura e dell’annientamento non fu l’unica risposta possibile alla crisi politica e alla violenza armata degli anni Settanta. Fu una scelta. E proprio per questo, ancora oggi, la figura contraddittoria di Alejandro Agustín Lanusse merita di essere riletta fuori dagli automatismi del giudizio sommario, ma anche senza indulgenze.
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