
Giornalisti-spia. Il caso italiano tra servizi segreti, processi e carte scomparse (1976–1983)
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Tra il 1976 e il 1983, il caso dei cosiddetti «giornalisti-spia» attraversa inchieste, processi e reticenze. Una vicenda emblematica dell’Italia degli anni Settanta, ricostruita oggi attraverso le poche carte rimaste e la documentazione conservata negli archivi
Giornalisti pagati dai servizi segreti, fascicoli fantasma e rese dei conti incomplete. Questi sono gli ingredienti principali di una vicenda iniziata nel 1976, con un articolo sul Tempo illustrato di Raffaele «Lino» Jannuzzi, e finita nel 1983 con una sentenza della Corte di cassazione. Un lasso di tempo nel quale ci fu un processo per diffamazione intentato da alcuni professionisti della carta stampata, definiti appunto «giornalisti spia», svariati interrogatori, innumerevoli reticenze e una sequenza di insabbiature che rendono la storia un compendio interessante di ciò che è stata l’Italia negli anni della Guerra Fredda. La stessa chiusura dello scandalo fu molto particolare. I giudici di Monza, titolari del processo, stabilirono che alcune accuse di calunnia fossero fondate e altre, invece, no. Una conclusione maturata con fatica e difficoltà.
Terminato il procedimento giudiziario, tuttavia, questa storia si è persa nel ginepraio di quegli anni tormentati. La coltre di fumo sulla storia dei cosiddetti «giornalisti spia» è dovuta a un ulteriore elemento: la mancanza delle carte processuali. Trovare i documenti non è stata impresa semplice soprattutto perché si è arrivati solo con fatica a capire cosa è stato eliminato e cosa, invece, è ancora nella disponibilità degli studiosi. Il Tribunale di Monza ha proceduto allo scarto amministrativo secondo norma di legge e, di conseguenza, non si può reperire nulla da quella preziosa fonte. Viene in aiuto l’ottimo Archivio Flamigni che conserva quasi tutta la documentazione processuale. Siamo quindi riusciti così a recuperare la maggior parte delle carte di un processo importante e peculiare.
ALLE ORIGINI DELL’INCHIESTA

A raccontare come si è arrivati alla pubblicazione dell’inchiesta sul Tempo è lo stesso Lino Jannuzzi, la firma principale di questo scoop. Nei primi anni Ottanta fu interrogato dagli inquirenti durante il processo per diffamazione intentato contro di lui e i suoi colleghi. Jannuzzi afferma che l’idea di approfondire il tema dei giornalisti-spia venne a seguito di due episodi: il coinvolgimento di Guido Giannettini, l’agente Zeta, nella strage al Banco Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana, e l’implicazione di Mino Pecorelli, direttore dell’Osservatore Politico, nell’arresto di Vito Miceli, ex direttore del SID. Secondo Jannuzzi, l’incarcerazione del generale dei servizi era basata su un dossier del suo sottoposto e rivale Gianadelio Maletti, capo dell’Ufficio D, il quale, tra gli altri elementi, evidenziava i legami tra Miceli e Pecorelli. Jannuzzi fa intendere che, secondo le sue informazioni, il giudice Tamburino stava per spiccare un mandato d’arresto anche per Pecorelli stesso, ma l’indagine gli fu tolta.
Jannuzzi, nell’interrogatorio, dice di aver identificato quattro agenzie d’informazione finanziate dai servizi segreti: Oltremare, AIPE, OP e Montecitorio di Lando Dell’Amico. Queste pubblicazioni erano state favorite o dal capo di Stato maggiore della Difesa Giuseppe Aloia o dal direttore del SID Eugenio Henke.
Le fonti dell’inchiesta del Tempo, dunque, dovevano essere per forza interne a determinati ambienti: quello giornalistico o quello dell’intelligence. È Jannuzzi a confermare il tutto, seppur con alcune domande che rimangono senza risposta. Il giornalista afferma che il suo lavoro si avvalse di diversi testimoni, ma un ruolo decisivo era stato ricoperto dal generale dei Carabinieri Enrico Mino, morto in un incidente in elicottero qualche anno prima rispetto all’interrogatorio di Jannuzzi. L’identificazione di Mino come fonte fa emergere alcune problematiche, in primis il fatto che non si potessero avere conferme dal diretto interessato. Ma Mino non poteva essere l’unica gola profonda. Per sbrogliare questo interrogativo viene in aiuto OP. Il sempre ben informato Pecorelli scrisse ripetutamente che Jannuzzi, per la sua inchiesta, si era avvalso anche della collaborazione di Gianadelio Maletti. È da evidenziare che Maletti aveva avuto sicuramente accesso alle informazioni sui giornalisti spia essendo stato a capo dell’Ufficio D del SID, un luogo centrale per la gestione degli informatori.
Jannuzzi precisa di aver ottenuto il materiale definitivo due settimane prima della pubblicazione degli articoli. Lui e i suoi collaboratori avevano in mano centinaia di nomi, ma decisero di pubblicare solo coloro su cui erano stati fatti riscontri con «fonti autorevoli e fiduciari». Jannuzzi concludeva l’interrogatorio sottolineando le quattro circostanze che erano state il perno del lavoro sul Tempo: 1) Il convegno sulla guerra rivoluzionaria al Parco dei Principi; 2) Le vicende delle agenzie sullo stile di Oltremare; 3) I nomi del primo gruppo dei giornalisti ingaggiati dai servizi a partire dal 1965/1966; 4) Un gruppo di giornalisti che, tempo dopo, si offrì di nuovo all’intelligence.
Ma ora, dopo aver scandagliato le origini dell’inchiesta di Jannuzzi e di alcuni giornalisti del Tempo, è il momento di analizzare cosa emerse in quel lavoro del 1976.
UNA INCHIESTA ESPLOSIVA
Jannuzzi esce sul Tempo il 12 settembre 1976. I collaboratori dell’inchiesta citati erano Enzo Catania, Maria Gentile, Mario Materassi, Vanni Nisticò e Mariano Squillante. Ma il primo articolo, con il titolo Rapporto sui giornalisti-spia, è a sola firma di Lino Jannuzzi e si può leggere un’aspra critica alle condizioni della stampa in Italia:
C’è una situazione generale di fragilità e di dissesto della stampa in Italia, di tutta la stampa, che la espone obiettivamente a forzature ed a pressioni che appena qualche anno fa sarebbero state inconcepibili… Ma detto anche questo, non saremmo sinceri con noi stessi se non dicessimo, se non aggiungessimo che c’è un discorso da fare, un discorso su di noi “giornalisti”, che non è più rinviabile. Negli ultimi anni, negli ultimi dieci anni appena, questo nostro mestiere si è maledettamente complicato e intorbidato… Questo nostro è diventato anche un mestiere di veline, di velinari, di bustarelle, di spie, di provocatori, di ricattatori.
Jannuzzi partiva proprio dalla sua esperienza all’Espresso. Se persino una pubblicazione di grande caratura si era piegata alla diffusione di documenti falsi provenienti dagli USA, in questo caso per attaccare Andreotti, la situazione era davvero pessima. La stampa si era schierata, prestando il fianco a contaminazioni pericolose. Nel pezzo di presentazione dell’inchiesta il fine di Jannuzzi era etico-moralizzante, ma serviva per introdurre una sorta di «dizionario» dei giornalisti-spia. Si elencavano i nomi di agenti dei servizi, agenzie d’informazione, imprenditori e politici che si erano resi protagonisti di commistioni improprie per un’opinione pubblica sana.
Jannuzzi concludeva l’articolo introduttivo alludendo al fatto che aveva in mano centinaia di nomi e altre informazioni scottanti, pronte per essere pubblicate. Egli sapeva di giornalisti che si erano offerti al SID come collaboratori a metà anni Settanta. L’intelligence, tuttavia, li aveva respinti perché li riteneva «bruciati». Erano 65 nominativi, molti di loro avevano già prestato servizio al SID ma erano stati travolti dalla caduta di Miceli.
Il pezzo successivo, quella sorta di dizionario con nomi, aveva il seguente titolo: Il libro nero dei velinari italiani. Questi qui difendono la schiavitù di stampa. Ecco un’utile tabella divisa per categoria con tutti i nomi fatti da Jannuzzi e dai suoi collaboratori sul Tempo.
| AGENZIE E GIORNALI | GIORNALISTI | IMPRENDITORI | UOMINI DEI SERVIZI | POLITICI |
|---|---|---|---|---|
| AIPE | Gino Agnese Giano Accame |
Gianni Agnelli | Giovanni Allavena | Martin Graham (ambasciatore Usa) |
| OP | Vanni Angeli Eggardo Beltrametti |
Franco Briatico | Giuseppe Aloia | Antonio Alibrandi |
| Il Messaggero | Giulio Bomprini Marino Bon Valsassina |
Marino Fabbri | BND (servizi tedeschi) | |
| Aginter Press | Pietro Buscarelli Luigi Cavallo |
CIA | ||
| Il Candido | Leone Cancrini Ezio Ciccarella |
Ufficio D del SID | ||
| Il Borghese | Enrico De Boccard Filippo De Jorio |
Federico Umberto D’Amato | ||
| Corriere della Sera | Lando Dell’Amico Giuseppe Dell’Ongaro |
Vito Miceli | ||
| L’Espresso | Carlo De Risio Franco Di Bella |
Giovanni De Lorenzo | ||
| Oltremare | Enzo Erra Gianfranco Finaldi Fausto Gianfranceschi Guido Giannettini Guido Paglia Giorgio Pisanò Pino Rauti Giorgio Torchia Giorgio Zicari |
Europa 70
Federico Gasca Queirazza Eugenio Henke Ufficio “R” del SID |
Non tutti i soggetti citati erano coinvolti nella stessa misura dalla commistione tra stampa e servizi segreti. Giornali come Il Messaggero, l’Espresso e il Corriere, infatti, erano segnalati da Jannuzzi perché avevano nel loro organico alcuni giornalisti che, secondo il Tempo, ebbero contatti non ortodossi con l’intelligence.
Gli elementi interessanti che emergono dalle schede sono numerosi. Ad esempio, riguardo a Giano Accame, giornalista legato ad ambienti di estrema destra, si dice che fu cooptato ai tempi del SIFAR da Egidio Viggiani, allora capo del servizio segreto militare. Il contatto fu rinnovato da Viola, alla guida dell’Ufficio D del SID all’epoca di Henke, quando vennero arruolati anche altri 81 giornalisti. Dopo l’arresto del direttore del SID, Miceli, nel 1975, Accame cercò di farsi riassumere come consulente dell’intelligence insieme ad altri 65 giornalisti. Come già accennato, la proposta fu rifiutata. Sempre dalle schede si possono notare come SIFAR e SID avessero utilizzato agenzie, giornali e giornalisti per dare vita a campagne scandalistiche mirate contro rivali politici ed economici. Un ruolo centrale era assegnato all’Ufficio D che «arruola e remunera» collaboratori dai tempi di Aloia.
Gli stipendi, per la «infornata» di fine 1966, arrivavano a 70/80 mila lire mensili. Tale pratica era piuttosto diffusa. Giovanni De Lorenzo, ex capo dei Carabinieri e dominus del SIFAR durante il periodo del dossieraggio di massa, reclutava i giornalisti di sinistra per combattere le manovre di Aloia da destra. Come si approfondirà, l’unico ad aver rifiutato l’arruolamento era stato Carlo De Risio, giornalista de L’Italiano, Il Tempo e La Nazione. Un’altra scheda cruciale era quello dell’ammiraglio Eugenio Henke, capo del SID e uno dei «gestori» principali dei giornalisti spia. Jannuzzi e il Tempo segnalavano anche le influenze estere, soprattutto quelle statunitensi. Secondo la loro ricostruzione, basata sulla Commissione Pike, l’ambasciatore USA Graham Martin e altri esponenti a stelle e strisce avevano consegnato 800 mila dollari a Miceli per finanziare i giornalisti spia.
Erano fondi neri, non soggetti a controlli. E ne beneficiava anche l’Ufficio R del SID, in costante collegamento con Washington, che aveva in gestione una parte dei giornalisti-collaboratori.
GLI SVILUPPI

Dopo la prima serie di articoli, Jannuzzi torna sul tema aggiungendo nuovi elementi importanti, tra cui i numeri dei fascicoli relativi ai giornalisti-spia e ottenuti chissà come, forse grazie a Maletti, direttamente dagli archivi dell’intelligence:
Nome, cognome, matricola, numero del conto corrente, numero dei mandati di pagamento, numero di repertorio, protocollo. Ciascuno dei giornalisti-spie ha il suo fascicolo, corredato di tutti gli elementi necessari. I fascicoli si sa dove sono. Non possono sparire, né essere manipolati, perché per ciascuno di essi esistono riscontri precisi e puntuali: e nessuno degli attuali responsabili (il capo del Sid, i dirigenti dell’ufficio «D» e «R», il capo del «Sds» del Ministero degli Interni) vorranno correre il rischio, crediamo, di finire in galera per sottrazioni di documenti dello Stato.
L’inchiesta va avanti e Jannuzzi difende il proprio operato e quello dei suoi colleghi. Viene paventato un nuovo caso SIFAR e un nuovo valzer di schedature, fascicoli e dossier nascosti. La firma del Tempo negava la sua qualifica di «moralizzatore», ma riteneva di star facendo il proprio lavoro aprendo uno squarcio sul ruolo dei giornalisti in quell’insieme di operazioni politiche e terroristiche che vengono raccolte sotto l’ombrello delle «stragi di Stato». In questa sua manovra di disvelamento, Jannuzzi era pienamente supportato dal suo settimanale, tant’è che il comitato di redazione del Tempo pubblicava un comunicato in cui si chiedeva all’ordine dei giornalisti di supportare l’inchiesta del tribunale, evidenziando come un’indagine all’interno dell’ordine stesso sarebbe stata superflua. Il Tempo segnalava anche la necessità di raccogliere i quattro documenti che avevano fatto da motore per l’inchiesta: i verbali della famosa conferenza sulla guerra rivoluzionaria tenutasi all’hotel Parco dei Principi, l’elenco dei collaboratori dell’agenzia Oltremare, la lista degli 81 giornalisti arruolati da Henke e Viola tra 1966-1967-1968 e un altro elenco relativo ai 61 giornalisti che si offrirono al SID nel 1975.
Jannuzzi aggiungeva un altro elemento interessante: i servizi non avevano smesso di arruolare giornalisti, ma ci si trovava in una fase interlocutoria. L’obiettivo era cercare collaboratori che non fossero bruciati come lo erano quelli elencati dall’inchiesta del Tempo. Questo filone d’indagine, tuttavia, fu totalmente abbandonato e, nonostante le parole di Jannuzzi, non ci furono ulteriori sviluppi lungo la traccia dei nuovi arruolamenti. Infine, nella medesima pagina, Giuseppe Catalano inserisce un articolo con i commenti di vari esponenti politici e sindacali, nessuno dei quali particolarmente interessante.
Due mesi dopo l’inchiesta di Jannuzzi, i giornalisti del Tempo Enzo Catania e Maurizio Pedrotti scrivevano il pezzo: Piovono querele? Macché, non piove nulla. L’articolo analizzava le conseguenze dello scoop di Jannuzzi segnalando come solo Fabio Isman e Fausto Gianfranceschi si fossero mossi con una querela contro il giornale. I giornalisti esprimevano quasi rammarico. Andare davanti ai giudici significava poter chiedere conto a generali dei servizi e giornalisti.
Nell’articolo si approfondiva il già citato colloquio di Carlo De Risio con i consiglieri dell’ordine. Egli raccontò di essere stato avvicinato dal colonnello Viola nel luglio 1966. Viola gli offrì 100mila lire al mese per alcuni articoli sulle forze armate, ma De Risio rifiutò. Il colonnello dei servizi se ne stupì e lo mandò dall’ammiraglio Henke, il suo superiore. Al nuovo diniego, il capo dell’intelligence liquidò definitivamente il giornalista. De Risio, all’ordine, si disse di convinto di essere l’unico giornalista ad aver rifiutato le lusinghe della coppia Henke-Viola. Catania e Pedrotti aggiunsero, ma senza approfondire, che anche il ministero dell’Interno e la presidenza del Consiglio avevano «sfruttato» i nomi emersi dall’inchiesta di Jannuzzi, stanziando 20 milioni di lire per pubblicazioni e studi fantasma.
UN PROCESSO A RILENTO, MA L’ORDINE SI MUOVE

Il Tempo si dimostrava attento al tema dei servizi segreti. All’epoca dell’inchiesta sui giornalisti-spia, era in corso una forte polemica per i rapporti tra Vito Miceli, ex capo del SID, e il Presidente della Repubblica Giovanni Leone. Le visite al Quirinale del primo al secondo erano state oggetto di dibattito e il Tempo intervistò Henke, il generale Nicola Falde e il giornalista Accame su questo tema. Ma non fu chiesto nulla sui giornalisti-spia, nonostante tutti e tre fossero citati e avessero ruoli di primo piano nell’inchiesta. Come mai? Si trattò di un’ospitata riparatoria per le stilettate di Jannuzzi? Non è così improbabile pensarlo.
In realtà, le querele contro Jannuzzi e il Tempo furono più di due tant’è che si decise di accorparle in un unico procedimento per diffamazione. Il processo doveva iniziare nel 1976, ma si succedettero innumerevoli rinvii e posticipi. Nel frattempo, l’ordine dei giornalisti di Lazio, Umbria, Abruzzo e Molise sentì quasi tutti i reporter nominati negli articoli del Tempo. Gli interrogatori si tennero dalla fine di settembre 1976 in poi. L’obiettivo era verificare la veridicità delle parole di Jannuzzi. Tra le testimonianze più interessanti c’è quella di Mino Pecorelli, il quale negava le accuse del Tempo ma confermava, almeno a livello di verosimiglianza, le parole su alcuni giornalisti, tra cui il suo ex collaboratore Franco Simeoni di cui si conosceva la vicinanza ai servizi. Il direttore di OP affermava anche di aver subito una perquisizione in casa sua su «ispirazione» del generale dei servizi Gianadelio Maletti, «amico di Jannuzzi».
Nel complesso, tuttavia, dal lavoro dell’ordine emersero informazioni frammentarie, poco chiare e spesso non inerenti al tema dell’inchiesta di Jannuzzi. Affiorò comunque, seppur con fatica, una certa contiguità tra servizi e mondo giornalistico come descritto dal Tempo.
Mino Pecorelli e il suo Osservatore Politico furono tra i più feroci critici dell’inchiesta di Jannuzzi, querelato dopo la pubblicazione dell’inchiesta. Il giornalista molisano, tuttavia, non si limitò a una controffensiva nei tribunali, ma scatenò perfino la sua agenzia. OP accusava Jannuzzi di essersi prestato alle manovre di Maletti e Giulio Andreotti. La difesa di Pecorelli era incardinata su alcuni punti: a) l’inchiesta sui giornalisti-spia era stata ispirata da ambienti ben identificati; b) anche Jannuzzi aveva rapporti con i servizi segreti; c) Jannuzzi aveva una dubbia moralità e legami radicati con personaggi oscuri come Sindona.
Il direttore di OP, tuttavia, ci teneva a evidenziare come alcuni giornalisti citati dal Tempo fossero effettivamente vicini all’intelligence. L’errore di Jannuzzi, tuttavia, era stato quello di mescolare nomi diversi e differentemente coinvolti con i servizi segreti.
Fatto sta che dopo l’inchiesta, le querele e le raffiche di note di OP, la vicenda finì per sparire fino all’alba del nuovo decennio, quello del riflusso.
FINALMENTE IL PROCESSO

Il procedimento penale numero 619/80, con magistrati Renato Improta, Maria Maddalena Russo e Giuseppe Bocelli e pubblico ministero Alfredo Robledo, riuniva svariate accuse di querela, tutte rivolte ai giornalisti del Tempo. I querelanti erano Arturo Diaconale, Giorgio Pisanò, Giorgio Nelson Page, Giovanni Angeli, Guido Paglia, Mino Pecorelli, Giano Accame, Fulvio Stinchelli, Marino Valsassina Bon, Luigi Cavallo, Gino Ragni e Fausto Gianfranceschi. Gli imputati erano Jannuzzi, Catania, Gentile, Materassi, Nisticò, Gregoretti e Squillante. La prima udienza si tenne il 27 novembre 1980 poi si procedette nei mesi di febbraio, giugno e luglio del 1981. Il processo di primo grado si chiuse il 29 ottobre 1981.
La parte più interessante del processo riguarda gli interrogatori degli agenti dei servizi segreti. Alla sbarra furono chiamati numerosi esponenti dell’intelligence con l’obiettivo di comprendere se Jannuzzi fosse davvero protagonista di un episodio di diffamazione. Vale la pena approfondire alcuni di questi interrogatori.
Tra le testimonianze più importanti ci fu quella di Giovan Battista Minerva, incaricato di gestire il bilancio riservato e ordinario del SIFAR prima e del SID poi tra il 1963 e il 1975. Minerva spiegò il funzionamento dei conti dell’intelligence e approfondì quali fossero le persone coinvolte nella gestione dei foni, trimestralmente controllati dai ministri preposti. Tale novità fu voluta dall’allora ministro della Difesa Roberto Tramelloni. Minerva proseguiva affermando che il servizio centrale dava soldi agli uffici mentre gli informatori più delicati erano retribuiti dagli alti ufficiali tramite buste sigillate.
Sull’inchiesta dei giornalisti-spia, Minerva confermava che, tra 1965 e 1966, il capo di Stato maggiore dell’Esercito Giuseppe Aloia chiese al direttore del SID Eugenio Henke di procedere all’erogazione di un assegno mensile ad alcuni giornalisti che avevano collaborato nella creazione di informative per le forza armate. Henke decise, secondo Minerva, di dividerli tra Ufficio D e Ufficio R così da evitare di sovraccaricare economicamente un solo comparto. I giornalisti, tuttavia, erano solo quattro o cinque. Minerva concluse dicendo di aver conosciuto personalmente l’editore Leone Cancrini e, in un secondo momento, di aver sottoscritto abbonamenti a OP e all’AIPE su indicazione di Miceli. Minerva confermava anche i finanziamenti ai giornalisti Giorgio Torchia ed Eggardo Beltrametti, ma escludeva altri nomi.
Alcuni membri dei servizi, come Silvano Russomanno, tendevano a sminuire i loro rapporti con la stampa mentre altri, ad esempio, Nicola Falde confermavano l’esistenza di contatti. Lui stesso ne era una testimonianza visto che, a inizio anni Settanta, era stato scelto da Miceli per cercare di tenere sotto controllo l’Osservatore Politico.
Cruciali le informazioni date da Eugenio Henke e Vito Miceli. Il primo si diceva convinto che, qualora fossero autentici i fascicoli sui giornalisti conservati negli archivi dei servizi, essi si riferirebbero a informazioni su di loro e non originate da loro. Ma la sua posizione è complessa da credere. La vicinanza di Henke al mondo della stampa è confermata da Pasquale Di Marco, capo dell’Ufficio R del SID dal primo ottobre del 1966 allo stesso mese del 1969. Di Marco testimoniò che Henke gli diede una lista di giornalisti da pagare con fondi riservati. Tra i nomi si ricordava quello di De Boccard e quello di Giannettini. Altri nomi glieli diede a voce. A loro spettavano 70mila lire al mese. Miceli, d’altro canto, scaricava la responsabilità degli abbonamenti per OP e l’AIPE su Henke e negava di aver ricevuto fondi dalla CIA per mettere a libro paga i giornalisti. Rimane il fatto che il segretario privato di Miceli, Luigi Di Giovine, aveva avuto contatti ripetuti con Pecorelli e altri giornalisti proprio su indicazione del suo capo.
Filippo Stefani, capo ufficio stampa di Aloia, raccontava che il suo superiore aveva legami radicati con giornalisti interessati a questioni militari e che il SID li utilizzava per raccogliere informazioni. I nomi citati sono, tuttavia, molti meno rispetto a quelli scritti da Jannuzzi: Torchia, Beltrametti, Agnesi, Vanni, Giannettini e Bomprin. Stefani, inoltre, confermava la versione di Minerva: lo Stato maggiore dell’esercito e il SID si erano accordati per un compenso ai giornalisti che, secondo Aloia, erano stati “utili” per l’esercito.
Infine, è interessante analizzare ciò che disse Giovanni Romeo, capo dell’Ufficio D all’epoca dell’inchiesta di Jannuzzi. Egli affermò di essere stato preoccupato dalla fuga di notizie che portò alla pubblicazione dei numeri dei fascicoli ma che, nonostante un’inchiesta interna, non si riuscì a stabilire quale fosse la fonte. Romeo, durante l’interrogatorio, confermava la presenza effettiva dei fascicoli ma non seppe, o meglio non volle, dire se i documenti erano relativi ai giornalisti oppure contenevano informazioni trovate da loro. Sottile ma cruciale differenza, rimasta non specificata.
COLPEVOLI, MA CON DISTINGUO. LA SENTENZA

Durante il processo vennero ascoltati anche diversi giornalisti. Tra i primi ci fu Lando Dell’Amico, direttore dell’agenzia Repubblica. Egli negò qualsiasi addebito e il suo veloce interrogatorio terminò senza grandi scossoni. Diverso il caso di Rodolfo Cardellini, collaboratore di OP e dell’AIPE. Egli disse di aver visto più volte Giovan Battista Minerva andare nell’ufficio di Leone Cancrini, editore prima del Nuovo Mondo d’Oggi e poi dell’AIPE. Cardellini, inoltre, confermava anche l’esistenza di contatti tra Pecorelli e i servizi segreti. Infine, fu interrogato Diaconale, ex direttore dell’AIPE dal giugno 1972 al novembre 1978. Gli inquirenti si concentrarono soprattutto sui suoi metodi di lavoro ed egli specificò che le sue fonti erano disseminate tra burocrazia e ministeri. Tra le carte del processo si trova anche la memoria difensiva di Giorgio Torchia, giornalista cruciale per l’intera vicenda. Torchia si difendeva strenuamente e cercava di ridurre la sua collaborazione con i servizi a una dinamica normale di dialettica tra stampa e intelligence.
Dai giornalisti, anche a causa della mancanza degli interrogatori dei giornalisti del Tempo, emerge molto poco e le testimonianze appaiono lacunose in ampi tratti.
La lettura della sentenza di primo grado offre parecchi spunti di riflessione. I giudici stabilivano che l’inchiesta del Tempo era di «notevole rilevanza sociale» visto che gli autori avevano scoperto dei contatti tra i servizi segreti, sia militari sia l’Ufficio affari riservati del ministero dell’Interno, e il mondo della stampa. Cruciale era stato il ruolo del generale Enrico Mino e dell’esponente dei servizi segreti Viola, il quale aveva confermato a Jannuzzi l’esistenza dei rapporti SID-stampa. I due, essendo deceduti, non potevano né smentire né confermare. Nonostante ciò, la sentenza è chiara:
L’istruttoria dibattimentale ha consentito di accertare l’obiettiva esistenza di rapporti tra servizi segreti, organi di stampa e giornalisti, nel periodo preso in considerazione dagli articoli incriminati. La conclusione si impone argomentando da talune verifiche, in relazione ai fatti già riferiti dagli imputati.
Una questione centrale durante il processo riguardava l’esistenza dei fascicoli. Il Tribunale di Monza aveva chiesto al SISDE e al ministero dell’Interno di mostrare la documentazione, ma non ci fu alcuna risposta. Si provò perfino ad appellarsi al presidente del Consiglio Giovanni Spadolini, ma il muro di gomma resistette. Nella sentenza si legge:
Ciò detto, poiché non può esservi dubbio che i fascicoli siano esistiti e che il tenore dei provvedimenti del Tribunale consentiva comunque ampiamente l’individuazione dei documenti richiesti e del relativo detentore o depositario, si ha motivo di ipotizzare che l’atteggiamento di quegli organi interessati, compresa la presidenza del Consiglio sia di sostanziale rifiuto di collaborare, non senza sottolineare i ragionevoli dubbi e gli interrogativi che da tali atteggiamenti (per i quali va interessata la Procura della Repubblica di Roma) scaturiscono.
Occorre una postilla: nel periodo in cui si cercavano questi fascicoli, luglio 1981, sull’informata agenzia di stampa di Dell’Amico comparve un articolo in cui si affermava che quei dossier sui giornalisti erano stati distrutti.
Interessante, inoltre, che la sentenza evidenziasse come non fossero emersi dati sui legami tra ufficio I della Guardia di Finanza e ufficio Affari riservati e la stampa. Ma questi contatti ci furono.
I giudici riconoscevano ancora una volta la valenza sociale del lavoro di Jannuzzi e, di fatto, si mostravano favorevoli a ciò che era stato scritto sul Tempo ma sentenziavano:
Ora, nell’ambito di tale prospettazione e sulla scorta di quanto detto in precedenza, non poche delle osservazioni assunte da Jannuzzi a fondamento dell’inchiesta hanno trovato il conforto di una sostanziale verifica, così che non pare azzardato sostenere che il predetto, allorché denunziava l’esistenza di rapporti obliqui tra Servizi Segreti e Stampa, proponeva alla pubblica opinione un problema, nel suo complesso, reale…Tuttavia, se logico appare il procedimento anzidetto nella denuncia del fenomeno nelle sue generali caratteristiche, come risultato del collegamento tra di loro, di dati ricorrenti in più vicende, non per questo sempre accettabili devono ritenersi le conclusioni tratte in relazione ai singoli giornalisti.
LE STORTURE DI UN «MONDO PARALLELO»
I giudici stabilirono che Jannuzzi e i suoi colleghi furono colpevoli di diffamazione nei confronti di Nelson-Page, Angeli, Paglia e Pisanò. Furono condannati al pagamento di un indennizzo, ma non furono riconosciute le aggravanti. D’altro canto, i giornalisti del Tempo furono assolti per quanto riguarda il reato di diffamazione ai danni di Accame e Pecorelli, rappresentato dai suoi eredi.
Il processo e la ricostruzione di questa vicenda sono inficiati da una serie abnorme di lacune, mancanze e non detti. La questione dei fascicoli ne è un chiaro esempio. La reticenza dei servizi e della politica eresse un muro di gomma che non riuscì a essere sfondato dal tribunale di Monza.
La questione dei giornalisti spia non si comprende se non si entra nel mondo delle piccole agenzie d’informazione a carattere politico. Il fenomeno è tipicamente romano e si salda attorno alle cordate a cavallo tra Parlamento, imprenditoria e intelligence che si crearono nella struttura fissa della cosiddetta Prima Repubblica. Queste entità erano utilizzate per attaccare rivali politici e avversari economici, mandando segnali per trovare un terreno comune su cui accordarsi. Nel giochino non erano esterni i servizi segreti, anch’essi divisi tra potentati differenti. Jannuzzi evidenziò tale particolarità perché la visse ma non la approfondì:
Il discorso sulle agenzie di stampa non è da trascurare. Manovre politiche, strategia della tensione, “avvisi” mafiosi ai ministri e grandi commis dello Stato, ricatti contro il Quirinale…Gran parte degli intrighi più oscuri degli ultimi anni sono passati attraverso le veline di agenzie…
Inoltre, è da evidenziare un ulteriore e ultimo elemento. Anche in questo caso, come in altre vicende, la carica esplosiva dello scoop di Jannuzzi si tradusse in un nulla di fatto. Ciò avvenne sia perché il Tempo non tornò più, nonostante alcuni accenni e promesse abbozzate, a trattare del tema sia perché il processo, che stabilì l’esistenza di legami accertati, non servì a chiarificare la situazione. È utile ricordare, infatti, che il procedimento era per diffamazione nei confronti di Jannuzzi e gli altri collaboratori del Tempo e non era indirizzato a stabilire eventuali reati da parte dei responsabili dell’intelligence. Nessuno di loro venne perseguito per aver pagato alcuni giornalisti. Era un reato o si trattava solamente di un gigantesco inquinamento dell’opinione pubblica italiana? E allora della vicenda dei giornalisti spia rimane solo la consapevolezza che i rapporti tra servizi segreti e giornalisti, anche a livello pecuniario, ci sono stati ed erano ben radicati.
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