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La morte dell’agente Francesco «Serpico» Evangelista

Redazione Spazio70

Carmina Ghizzoni, vedova di Evangelista: «Gilberto Cavallini mi fece avere una lettera dal carcere chiedendomi il perdono»

Francesco Evangelista, detto «Serpico», è uno degli agenti più noti della polizia romana anni Settanta. Nato nel 1943 in provincia di Caserta, entra in polizia nel ’62 distinguendosi fin da subito per capacità e coraggio, elementi grazie ai quali gli verrà conferito il soprannome che rimanda al noto film con Al Pacino. Esperto di arti marziali e combattimenti corpo a corpo, diviene famoso tra i colleghi per l’elevato numero di arresti a mani nude. Il 21 settembre 1975, nel corso di una colluttazione con dei ladri d’appartamento, Evangelista viene scaraventato giù dal primo piano di un palazzo, nel quartiere Salario. Vivo per miracolo, subisce numerose fratture, tuttavia, durante la convalescenza, nonostante il busto ortopedico e l’impossibilità di muoversi a proprio piacimento, nel mese di novembre «Serpico» sventa una rapina in banca, disarmando ed immobilizzando un malvivente.

Autore di centinaia di arresti, è noto tra i criminali della città come un «osso duro» fino al giorno del suo assassinio. È il 28 maggio 1980, sono le ore 8:00. In corso Trieste, l’area antistante la scuola è gremita di studenti. Una Fiat 127 di colore blu è parcheggiata in prossimità dei giardinetti. Si tratta di un’auto civetta del Commissariato di Porta Pia. All’interno del veicolo siedono due poliziotti in borghese: il brigadiere Franco Evangelista di anni 37 e l’agente Giovanni D’orefice, di anni 30. Dalle scale del liceo, la zona nelle immediate vicinanze dei ragazzi è invece sorvegliata da un agente in divisa, l’appuntato Antonio Manfreda, di anni 45.

UNA 127 CRIVELLATA DI PROIETTILI

Tra i giovani che affollano l’area attorno all’edificio non ci sono soltanto studenti. A bordo di una Vespa bianca targata Roma, un ragazzo e una ragazza di 21 anni rispondono ai nomi di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro. In sella ad un altro motoveicolo siedono due diciassettenni che non si trovano lì per seguire le lezioni: si tratta di Luigi Ciavardini e Giorgio Vale, mentre il più anziano del gruppo, il ventottenne Gilberto Cavallini, siede in un’automobile con altri due ragazzi, poco distante. Quei giovani, tutti armati e a volto scoperto, compongono un «commando» dei Nuclei Armati Rivoluzionari, il cui intento è quello di assaltare e disarmare gli agenti che sorvegliano il territorio. L’auto guidata da Cavallini, che avrebbe dovuto fare da copertura, si allontana poiché i militanti a bordo credono che l’operazione sia saltata. I terroristi infatti si aspettavano di trovare una volante della Polizia. La pattuglia in borghese, tuttavia, viene riconosciuta dagli altri membri del commando che decidono di agire ugualmente.

Il gruppo si divide: Vale si avvicina al poliziotto in divisa mentre Mambro, Fioravanti e Ciavardini accerchiano l’auto civetta. L’agente Manfreda si accorge di essere vittima di un agguato ed estrae la pistola ma il terrorista accanto a lui lo precede, ferendolo gravemente alla testa, al collo e ad una gamba. Udito il fragore delle pallottole esplose da Vale, iniziano a far fuoco anche gli altri, sparando all’impazzata sui poliziotti presi alla sprovvista. La Fiat 127 è interamente crivellata dai proiettili. L’agente Evangelista muore dilaniato da sette colpi di pistola esplosi a distanza ravvicinata. Il collega accanto a lui, colpito da sei proiettili, versa in gravissime condizioni. Dopo aver rubato la radio ricetrasmittente ed una pistola d’ordinanza, i terroristi si danno alla fuga.

«NON RIUSCIVO A PERDONARE»

Franco Evangelista lascia una moglie e due giovanissimi figli, Silvia e Federico. I colleghi si salveranno a seguito dell’intervento dei medici. Il Presidente Sandro Pertini consegnerà la medaglia d’oro al valore civile alla vedova del poliziotto assassinato. La donna, la signora Carmina Ghizzoni, riuscirà diversi anni dopo a perdonare gli assassini: «Ero lacerata per la mancanza di mio marito e per la reazione dei miei figli. Federico era molto legato al padre, non voleva ammettere che il papà non ci fosse più. Scappava ogni volta che ne sentiva pronunciare il nome. Ha sofferto tantissimo. Come cristiana praticante, non riuscivo in alcun modo a perdonare. Con l’allora parroco di San Saturnino, don Ottavio, mi sono confrontata a lungo. Insegnava al Giulio Cesare, ma ci siamo conosciuti dopo la morte di Francesco. Abbiamo avuto tante conversazioni, fino a che un giorno, entrando in un’aula di tribunale, ho sentito un senso di pace scendere dentro di me. Questo sentimento mi ha aiutato a portare avanti la famiglia, a crescere i figli senza più odio. Il Signore mi ha fatto un grande dono. Non si può vivere con il rancore. E forse questa tragedia è servita anche a loro, agli assassini, per farli ragionare su quello che avevano commesso. Tramite padre Alfonso Bachelet, uno di loro (Gilberto Cavallini, ndr) mi fece avere una lettera dal carcere, chiedendomi il perdono. Non era stato tra gli esecutori materiali, ma era tra i più grandi della comitiva e si sentiva ugualmente responsabile. Io accettai quella richiesta di perdono. Anni dopo, anche gli altri hanno compiuto lo stesso passo».*

FIORAVANTI: «HO PAURA PER MIA FIGLIA»

Nel 2011, nel corso di un’intervista, ha affrontato l’argomento anche uno dei terroristi coinvolti. Valerio Fioravanti:

«Una signora molto particolare, una signora molto buona nei cui confronti io e Francesca avevamo perpetrato un crimine orrendo, le avevamo tolto il marito e il padre dei suoi figli. Questa donna ha considerato la prosecuzione delle intenzioni del marito il fatto che comunque con noi doveva parlarci e quindi lei, spontaneamente, ci ha donato la sua amicizia. Un giorno, parlando del più e del meno in una villa romana, le ho detto: “Io ho paura per mia figlia, perché se penso al male che ho fatto ho come questa idea che prima o poi la vita si vendicherà di quello che ho fatto. Non ho la percezione di aver saldato il debito con il male che ho fatto. Io non ho mai temuto per me, mi rendo conto solo ora cosa vuol dire avere qualcuno a cui tieni. La mia vita l’ho messa in gioco tante volte e quella di Francesca era scontato che fosse in gioco. Adesso c’è una creatura innocente”. Le ho espresso proprio questo mio timore assolutamente irrazionale che la vita potesse vendicarsi. Questa donna, che è molto religiosa, mi ha detto: “Ma Dio non fa queste cose!”»

*Da una intervista concessa al sito Romah24.com