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L’omicidio Buzzi. Mario Tuti racconta

Redazione Spazio70

Motivazioni e dinamica dell'azione che porterà alla morte del neofascista bresciano nel supercarcere di Novara

«ERA UN CONFIDENTE DEI CARABINIERI»

La domanda che le faccio per prima, quella più importante, è questa: per quale motivo, lei, insieme a Concutelli, ha ucciso Buzzi nel carcere di Novara?

«Come abbiamo sempre detto, sia al processo che nella rivendicazione, Buzzi è stato ucciso semplicemente perché era un confidente dei carabinieri. Era uno che era stato messo tra i camerati a fare opera di provocazione e di spia. Era una spia e un provocatore»

Allora cosa aveva mai saputo lei di Buzzi come confidente? Conosceva qualche episodio?

«A parte il fatto che Buzzi io non lo conoscevo personalmente, le notizie erano state raccolte dalla stampa all’epoca del processo e addirittura all’epoca dell’istruttoria per la strage di Brescia»

Lei conosceva qualche episodio particolare?

«Sì, per esempio le storie in cui era legato a un certo capitano dei carabinieri, anche per storie poi di traffici di quadri, cose strane… ma non solo»

Buzzi era legato ad un capitano dei carabinieri? E chi glielo aveva detto?

«Come le ho detto erano notizie raccolte dalla stampa. Notizie che erano apparse sulla stampa in merito alla strage di Brescia»

Allora le era bastato sapere questo attraverso la stampa per uccidere un uomo? E se fossero state notizie inesatte?

«La cosa è molto semplice. Oltre a questo poi c’erano considerazioni che avevo fatto conoscendo anche se non direttamente, per interposta persona, quello che era l’ambiente del Nord, avevo raccolto notizie su Buzzi, su questo personaggio estremamente squallido»

«UN FINOCCHIACCIO CHE DAVA SCANDALO»

Quindi lei ha raccolto innanzitutto, attraverso la stampa, la voce di un Buzzi confidente dei carabinieri ma anche altre voci interne al vostro ambiente, ma voci di che genere? Che era un personaggio squallido? Eh ma ce ne sono tanti di personaggi squallidi…

«Mi consenta, già il fatto stesso che fosse un invertito a me non andava bene»

Anche questo, ma chi glielo ha detto, scusi?

«Questo glielo posso dire benissimo, cose raccolte proprio nell’ambiente carcerario. L’ambiente carcerario non dei politici, dei detenuti comuni, perché Buzzi dava enormemente scandalo. Non solo, comuni che io conoscevo mi dicevano: “Ma Mario, te sei fascista, ma c’è quell’altro, quel finocchiaccio!” Glielo dico proprio in termini così, discorsivi. Mi dicevano: “Ma fa schifo a Brescia, va a cercare i ragazzini!” E questo anche del suo comportamento all’interno del carcere»

Lei sapeva che sarebbe arrivato al carcere di Novara, Buzzi?

«No, no, anzi, è stata una cosa che ho appreso così, all’improvviso…»

Lo avete appreso all’improvviso.

«Beh, quando Buzzi è entrato in sezione. Praticamente Buzzi è arrivato la sera verso le otto. Quindi io ho avuto tutta la notte di tempo per riflettere, per dire: “Come mai questo Buzzi, che noi accusiamo pubblicamente di essere un delatore, di essere un provocatore…”»

Provocatore però non me l’ha spiegato ancora. Perché provocatore?

«Provocatore proprio perché uno si dice fascista e poi a un certo punto assume comportamenti molto strani. Io avevo raccolto notizie su questi suoi comportamenti scabrosi da gente che era stata con lui. Poi era legato anche alle direzioni del carcere, c’era una storia di coltelli che aveva fatto ritrovare, non mi ricordo se a Bergamo o a Brescia. Cioé, in gergo carcerario questo viene definito un infame. Contemporaneamente però si definiva fascista. Chiaramente squalificava il mio ambiente e squalificava anche me»

«CONTINUO LA MIA LOTTA ANCHE IN CARCERE»

E queste voci che lei ha raccolto le sono sembrate tanto sicure e serie da portare ad una decisione così grave come quella di ucciderlo? No, perché lei mi sta dicendo cose un po’ generiche: “Ho sentito dire che, mi hanno detto che, era un personaggio un po’ equivoco, squallido, ecc.” Ma chissà quanti ce ne sono in carcere di personaggi di questo tipo…

«Presidente, le posso anche dire che personaggi di questo genere o sono personaggi che non riguardano me e il mio ambiente o che se riguardano me e il mio ambiente non mi sono mai venuti a portata di mano. Perché io sono in galera per una scelta, una scelta politica, una scelta ideologica. Rimango fedele a questa scelta. Quindi, se un mio nemico o un nemico della mia parte si trova in contatto con me, io cerco di colpirlo, perché continuo la mia lotta anche in carcere»

Quindi, se ho ben capito, lei associa le due cose, la nomea di delatore, di confidente, di personaggio squallido e il fatto che fosse un fascista.

«No, che si diceva fascista e non lo era!»

Quindi, squalificava i fascisti?

«Siccome io sono in galera proprio per aver voluto comportarmi sempre con dignità, con coerenza, per fedeltà ai miei principi, non ammettevo che qualcuno cercasse di infangare questi principi e questi valori»

Senta, ma lei sapeva che Buzzi era stato condannato all’ergastolo per la strage di Brescia?

«Certo, certo»

Ora le faccio una domanda un po’ generica. Le sembra che un confidente si lasci condannare all’ergastolo? Probabilmente un confidente è uno che confida perché spera…

«Senta, io posso dirle una cosa proprio con l’esperienza che ho avuto in questi ultimi anni, ho visto proprio che i cosiddetti pentiti sono prima creati, usati e poi gettati e scaricati, da chi li crea e da chi li usa. Quindi è una cosa possibile»

«QUANDO SCENDE ALL’ARIA, LO STROZZIAMO»

Va bene. Lei sapeva che era stato condannato per la strage di Brescia. Questo non ha influito sulla sua decisione?

«Francamente a me nulla risulta di eventuali responsabilità di Buzzi nella strage di Brescia a parte le notizie apprese sui giornali. Notizie in merito alle quali, francamente, avevo anche delle perplessità»

Scusi eh, lei ha delle perplessità su Buzzi autore di strage dopo una sentenza e non le ha sulle altre voci generiche che circolavano?

«Certo, certo ma è una cosa anche molto evidente perché io ho seguito un po’, sempre dal giornale, quella che poteva essere un po’ la ricostruzione della modalità, degli stessi moventi della strage che mi lasciava estremamente perplesso. La storia invece, che mi consenta, delle confidenze dei carabinieri, notizia appresa sulla stampa, confidenze della direzione per far trovare dei coltelli, comportamento scorretto, notizia appresa da altri detenuti, gente con la quale vivevo da anni, gente che io rispettavo e che rispettava me e non una sola voce, una serie di voci…»

Se Concutelli non fosse stato d’accordo con lei, lei cosa avrebbe fatto?

«Avrei cercato di farlo da solo»

Avrebbe cercato di farlo da solo? Era tanto ferma e forte la sua decisione?

«Certo, certo»

Concutelli invece si mostrò subito disponibile?

«Sì, sì»

Senta, adesso purtroppo devo chiederle come è avvenuta questa esecuzione perché anche questo è utile per ricostruire l’episodio. Cioè, lei ha già detto che vi siete visti lei e Concutelli al mattino nel carcere di Novara e che la sera prima era arrivato Buzzi.

«Me lo ricordo chiaramente, sono stato io per primo a parlare della necessità di uccidere Buzzi. Abbiamo detto: “quando Buzzi scende all’aria lo strozziamo, tanto è una cosa abbastanza veloce, nel caso anche dovessero intervenire le guardie riusciamo a portare a termine l’azione”.»

Ma con che cosa? con quali mezzi?

«Io mi sono procurato, togliendoli ai miei scarponi, un paio di scarponi che ovviamente non usavo, due grossi lacci e Concutelli credo abbia sfilato una cordicella, sa quelle cordicelle di nylon…»

«NON USCIVA MOLTO PERCHÉ AVEVA LA BRONCHITE»

Ma vi eravate accordati anche in questi dettagli il mattino prima?

«No, si è detto: “lo strangoliamo!”. Ovviamente per strangolarlo ognuno si è procurato l’attrezzo, non è che io sono andato a chiedere a Concutelli “cosa hai preso?” anche perché sono tutte cose che noi avevamo in disponibilità. Naturalmente noi non sapevamo quando Buzzi sarebbe sceso, già eravamo perplessi, temevamo quasi che magari stesse sospettando qualcosa per il fatto che non era sceso.»

Avete fatto qualcosa per invogliarlo a scendere?

«Ecco, appunto. Buzzi era stato messo nella cella di fronte alla mia. Io la sera non lo avevo salutato. In carcere di solito quando uno arriva, anche se non è conosciuto, se è persona normale si saluta, ci si mette a disposizione, gli si manda il mangiare, gli si chiede se ha bisogno di qualcosa. Io la sera non lo avevo salutato, la porta era chiusa, c’era solo lo spioncino, l’ho ignorato. Visto però che non era sceso la mattina successiva e non era sceso nemmeno il pomeriggio, ho approfittato, praticamente l’ho chiamato.»

Da cella a cella l’ha chiamato? Eravate dirimpettai…

«Eh sì, era nella cella di fronte alla mia. Ho iniziato a parlare un po’ con lui, gli ho chiesto notizie del carcere, così, generiche. Poi sapevo che nello stesso carcere c’era Fumagalli che io conoscevo quindi gli ho chiesto notizie di Fumagalli, tutto qua. Generi di conforto credo glieli abbia mandati Concutelli perché io non cucinavo. Al mattino successivo c’è stata la perquisizione e quindi durante la perquisizione usciamo dalle celle e quindi ci ritroviamo tutti in una specie di stanza, però ora non mi ricordo esattamente, hanno fatto la perquisizione solo a metà sezione, cioè alle celle su un lato, il lato dove non c’ero io e non c’era Concutelli quindi Buzzi si è ritrovato con alcuni camerati, né con me né Concutelli, mi pare con Ivernizzi e altri. Hanno scambiato delle parole, mi pare che Buzzi avesse detto, non ricordo bene, che non usciva molto perché aveva la bronchite, insomma, non stava bene di salute»

Comunque al mattino successivo scese?

«Finita la perquisizione sono rientrati nelle celle e poi dopo siamo scesi all’aria. Lì all’aria scendevamo uno per volta, nel senso che fino a che uno non era arrivato nel passeggio non uscivano gli altri. E praticamente io ho visto Buzzi che stava dall’altro lato, l’ho visto passare d’avanti alla mia cella»

«GIGI, ANDIAMO»

Concutelli

E una volta scesi in cortile?

«L’ho visto camminare da solo. Io non mi sono avvicinato, mi sono avvicinato al tavolo da ping pong. C’era un tavolo da ping pong, c’erano alcuni camerati che giocavano, altri che guardavano, alcuni detenuti comuni che passeggiavano. Buzzi passeggiava da solo. Penso ci fossero in tutto una decina di detenuti. Poi è sceso anche Concutelli. Concutelli è venuto subito a me, io gli ho detto: “Gigi, andiamo!”. Io mi ero messo tranquillamente il mio laccio in tasca, Concutelli ha rallentato un po’ in quanto aveva il suo laccio nelle mutande quindi è dovuto andare al bagno per tirarlo fuori. Praticamente nel passeggio c’era anche un gabinetto chiuso, murato ed è andato lì per poter tirare fuori il suo laccio dalle mutande senza insospettire nessuno. Nel momento in cui Concutelli si è allontanato io poi avevo già guardato prima quale poteva essere il punto migliore»

Il punto migliore sotto che profilo?

«Cioé il punto in cui eravamo più coperti da eventuali osservazioni. Cioé il punto in cui potevamo non essere visti dalle guardie. C’erano alcuni punti morti a ridosso delle pareti. Tornato Concutelli ho detto: “Allora andiamo!”. Concutelli è rimasto un attimo perplesso poi è partito. Intanto ci eravamo però accordati che essendo Concutelli già conosciuto da Buzzi era meglio che gli andasse lui incontro come se volesse attaccare discorso e io non conoscendolo gli sarei andato alle spalle. E infatti così è stato, Concutelli è partito, gli è andato incontro e praticamente mentre Concutelli l’ha colpito con un forte pugno io mi ero affrettato, essendo anche più alto avevo fatto qualche passo in più, mi ero portato già alle spalle di Buzzi, ho stretto il laccio e l’ho spinto in terra»

Ma non è vero che Buzzi ha detto “non mi picchiare!” a Concutelli?

«Questo sì, ha detto qualcosa però, le dico, c’era stata molta concitazione, io ero abbastanza preso dal mio compito quindi… ho sentito qualcosa però Presidente, francamente la frase me la ricordo però non ricordo se mi è stata riferita dopo o se l’ho sentita lì. Concutelli l’ha colpito immediatamente, gli ha tirato un grosso pugno allo stomaco, poi una scarica di pugni e io sono intervenuto alle spalle stringendo il laccio e spingendolo a terra. Concutelli ha dato qualche altro colpo e anche lui poi ha stretto il suo laccio»

«RAGAZZI, NON INTERVENITE, È UNA QUESTIONE NOSTRA»

Quindi Concutelli aveva un altro laccio. Uno lei e uno Concutelli. Ma è vero che quello di Concutelli si spezzò?

«Sì, tanto che io l’avevo preso poi bonariamente in giro per questo»

Posso chiederle se è vero quello che disse Latini cioé che lei controllava il polso di Buzzi per vedere se fosse morto o meno?

«No. Anche in questo punto Latini mentiva in quanto noi eravamo sopra Buzzi, poggiati sul torace con le ginocchia. Dopo alcuni minuti pensavamo fosse morto e abbiamo allentato il laccio. Allentando il laccio abbiamo sentito un forte soffio, probabilmente era l’aria che era compressa nei polmoni che schiacciavamo e che poi è uscita. Però non avendo molta pratica di una simile cosa pensavamo che stesse ancora respirando, quindi gli abbiamo stretto di nuovo i lacci»

Tutto questo è durato parecchi minuti?

«Beh sì, almeno sette o otto minuti. Dieci, insomma…»

E in tutto questo tempo, gli altri che erano presenti e stavano a guardare, sono intervenuti? è intervenuto qualcuno?

«No, no. Perché appunto, appena ho buttato Buzzi per terra e messo il laccio, quindi messo nell’impossibilità di nuocere, di dare allarme, dato che non poteva più gridare, sia io che Concutelli rivolgendoci ai camerati abbiamo detto: “Ragazzi, non intervenite è una questione nostra, dopo vi spieghiamo, continuate a fare quello che stavate facendo”. Ovviamente un paio hanno fatto il gesto di avvicinarsi per la curiosità, perché ancora non avevano ben capito cosa stesse succedendo. Noi gli abbiamo detto di stare fermi e di stare lontani…»

Ma si vedeva bene che stavate strozzando un uomo.

«Beh, non è che si veda molto, Presidente. Il passeggio sarà diciassette, diciotto metri…»

«FISICAMENTE ERO IL PIÙ GROSSO DEL PASSEGGIO»

No, mi sembra strano che altre persone, tutte di provenienza diversa, non abbiano reagito pur non essendo informati delle finalità della vostra azione.

«Scusi, Presidente, per i comuni, questi lo sanno benissimo. In carcere c’è proprio la mentalità di farsi i fatti propri, di non intervenire. Ai camerati abbiamo detto: “State fermi ragazzi che è una questione nostra, poi dopo ve la spieghiamo”. Consideri anche una cosa: sia io che Concutelli avevamo notevole ascendente, notevole autorità non solo in quel carcere ma su tutti i camerati. Non solo. Sia io che Concutelli siamo anche fisicamente ben piazzati. Se anche uno solo avesse cercato di intervenire sapeva benissimo che si esponeva a un grosso rischio. Fisicamente io ero il più grosso del passeggio. Gli altri si sono fermati, poi hanno continuato le loro attività. Quando nell’angolo di un passeggio succede una rissa è naturale voltarsi e cercare di avvicinarsi per istintiva curiosità. Se però mi viene detto di star fermo da una persona che io stimo e rispetto e chi sta subendo non è persona che mi interessa, io mi fermo.»

E le guardie non si sono accorte di niente?

«No, perché Buzzi non ha fatto in tempo a urlare»

E gli altri detenuti?

«Presidente, lì siamo in un carcere speciale, non è che ci fosse chi era in galera per aver rubato una gallina o per oltraggio a un vigile urbano. Lì era tutta gente di malavita, gente di grossi calibri, quelli sanno benissimo che non si devono immischiare nelle cose che non li riguardano. Uno che avesse gridato “aiuto” ovviamente correva dei rischi ma non solo da parte mia, anche per gli stessi detenuti del suo stesso giro lui era un infame. In galera è considerato infame anche uno che chiama le guardiese aggredito. C’è l’omertà, infatti le spiegazioni le abbiamo date ai camerati. Non è che siamo andati a spiegarlo anche ai comuni ciò che si era fatto»

«HO FAMA DI ESSERE FREDDO NELL’AZIONE»

Ermanno Buzzi

Senta, ma è possibile che le guardie non si siano accorte di nulla per dieci minuti?

«Da quel che mi risulta, una guardia di qualcosa si era accorta perché ha testimoniato e ha detto che ha visto me e Concutelli andare verso Buzzi e poi non ha visto niente perché stavamo contro la parete»

E le guardie chi le ha chiamate poi?

«Le ho chiamate io»

Senta, mi dica una cosa, è vero che dopo l’esecuzione di Buzzi lei scrisse sul muro delle frasi? Una specie di epitaffio?

«Beh, questo sì [ride, ndr] scritto con un lapis su un muro di cemento»

A pochi minuti di distanza dall’esecuzione lei aveva ancora la freddezza di scrivere dopo un’azione del genere?

«Senta, ho la fama di essere abbastanza freddo nell’azione»

Che cosa scrisse?

«Beh, era una filastrocca a dileggio di Buzzi»

Addirittura! quindi Buzzi ce l’aveva proprio in antipatia forte! La filastrocca l’aveva già pensata?

«Ma no Presidente, anche perché non l’ho inventata, ho solo cambiato le parole ad una filastrocca che conoscevo da bambino. Mi pare fosse: “Buzzi Buzzi, sento odore di infamuzzi. O ce n’è, o ce ne son stati, o ce n’è di strangolati!” Questa con “Ucci ucci sento odor di cristianucci” ce la insegnavano all’asilo»