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Sequestro Moro. Non è vero che la scorta facesse sempre lo stesso percorso

Redazione Spazio70

Nessuna scorta al mondo compie sempre lo stesso tragitto. Le incongruenze emerse in sede processuale

Come hanno fatto le Brigate rosse a sapere con tanta certezza che il presidente Dc sarebbe passato per via Fani in quella mattina del 1978? Una parziale spiegazione viene dal principale propalatore di verità brigatiste sul caso Moro, quel Valerio Morucci secondo il quale «il 16 marzo era uno dei giorni in cui sarebbe potuto passare l’onorevole Moro».

LE DICHIARAZIONI DEGLI AGENTI SUPERSTITI

Via Fani, incrocio con via Stresa. La 128 di Mario Moretti seguita dalle due auto della scorta presidenziale.

«Sarebbe però anche potuto non passare nel senso che», continua Morucci, «era stato verificato il suo passaggio lì in alcuni giorni, ma non era stato verificato che passasse lì sempre. Il 16 marzo era quindi il primo giorno in cui si andava in via Fani per compiere l’azione credendo e sperando che Moro sarebbe passato lì quella mattina; altrimenti si sarebbe dovuti tornare il giorno dopo, poi il giorno dopo ancora, fino a che si sarebbe ritenuto che la nostra presenza sul luogo avrebbe comportato il rischio di essere scoperti»*.

Le dichiarazioni degli agenti superstiti, poi (quelli cioè che per una mera turnazione non erano in servizio nel giorno dell’agguato) lasciano sul terreno più perplessità che certezze. Quando l’appuntato dei carabinieri Otello Riccioni, il maresciallo di pubblica sicurezza Ferdinando Pallante, il brigadiere Rocco Gentiluomo, gli agenti Vincenzo Lamberti e Rinaldo Pampana vengono interrogati nel settembre 1978 dai giudici Imposimato e Gallucci, le loro dichiarazioni si rivelano quasi totalmente sovrapponibili.

«Ogni mattina», dicono, «il presidente Moro si recava sempre alla messa delle ore 9 nella chiesa di Santa Chiara, in Piazza dei Giuochi delfici e il percorso seguito era sempre lo stesso, il più breve e il più veloce: via del Forte Trionfale, via Trionfale, via Fani, via Stresa, via della Camilluccia fino a piazza dei Giuochi delfici».

Solo l’agente Pampana si discosta un po’ dalle deposizioni fotocopia, aggiungendo un particolare molto preciso: «L’onorevole Moro usciva, costantemente, salvo rare eccezioni, intorno alle ore 9. Era precisissimo nell’orario, nel senso che poteva anticipare o posticipare l’ora di uno o due minuti».

LA VERSIONE DI ELEONORA MORO

Dichiarazioni che contrastano clamorosamente con quelle della signora Eleonora Moro, interrogata qualche giorno dopo dagli stessi magistrati: «Mio marito non era un abitudinario. Non è esatto quanto affermato dai superstiti della scorta. Essi sostengono che l’onorevole Moro era solito uscire di casa verso le ore 9. Invece, negli ultimi tempi, a causa della crisi di governo, non aveva mai un orario preciso».

Insomma, nessuna scorta al mondo compie sempre lo stesso tragitto e una conferma esplicita arriva anche da quanto detto dalla vedova Moro ai giudici: «Mio marito non faceva di solito la stessa strada per motivi di sicurezza. Ritengo di dover affermare che il percorso veniva deciso al momento da lui e dal maresciallo Leonardi, il caposcorta. La sua auto percorreva alle volte Via Cortina d’Ampezzo, alle volte Via Fani, alle volte Via Trionfale».

Anche Agnese Moro, figlia del presidente Dc, nel luglio 1982, davanti ai giudici della Corte d’Assise di Roma, conferma la versione della madre: «Vorrei sottolineare che mio padre non faceva sempre gli stessi percorsi. Via Fani non era che una delle strade che potevano essere percorse la mattina come nel corso della giornata, anche perché è una strada stretta, disagevole, spesso trafficata. I percorsi si cambiavano spesso perché c’erano delle preoccupazioni da parte di mio padre, inerenti al suo ruolo politico, preoccupazione per sé e per i familiari. Ho sentito abbastanza frequentemente delle conversazioni fra Ricci e Leonardi sul percorso da scegliere. A volte mi è capitato anche di sentir dire: “mi hanno detto che lì c’è traffico, passiamo da un’altra parte”. I percorsi credo che poi venissero stabiliti anche a seconda del ritardo per arrivare a destinazione. C’era anche la variabile dell’orario effettivo di uscita di casa di mio padre. Che il percorso da fare venisse stabilito la sera prima mi pare veramente impossibile anche perché mio padre era un tipo veramente ritardatario, quindi, magari, usciva con tre quarti d’ora di ritardo. Sono sicura che i percorsi venivano stabiliti la mattina stessa. Quindi ritengo che il percorso di Via Fani la mattina del 16 marzo venne stabilito casualmente quella mattina stessa»**.

* Dichiarazioni di Morucci in sede processuale tratte da «La notte della Repubblica», Sergio Zavoli, prima puntata sul sequestro Moro, a partire dal punto 4′,50”

** Da menzionare l’ottima inchiesta di Gino Gullace Raugei per Oggi del marzo 2010 che può essere letta integralmente qui.