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Politica, affari, mondo dello spettacolo. Gli anni Ottanta dei «Figli di Papà»

Redazione Spazio70

Da un articolo di Raffaella Carretta per «Epoca» (1988)

Rosita e Adriano Celentano a «Fantastico 8»

«Eh già, gli Agnelli sono come le stagioni, vanno sempre bene. Io invece devo sempre essere padre di me stesso: vorrà dire che andrà meglio a mio figlio.». Il cavalier Silvio Berlusconi, tycoon dell’etere, ultimo dei self made man, così si è sfogato in un incontro con i giornalisti, pochi giorni fa. Asfissia da popolarità? Senso persecutorio dell’occhio altrui fisso su di sé? I futuri esegeti berlusconiani spiegheranno. […] Tra il chiamarsi Rossi o Lucchini nell’industria, Bianchi o Gassman nel teatro, Verdi o Pisapia nell’avvocatura, corre una bella differenza. Sarà per questo che si moltiplicano le eredità professionali. Nel settore più sfacciato, quello dello spettacolo, addirittura ci sono le investiture ufficiali.

Celentano sceglie di chiudere l’epopea di Fantastico duettando con la figlia Rosita. Renzo Arbore patrocina D.O.C. la trasmissione musicale condotta dal figlioccio Gegè Telesforo. Gianfranco D’Angelo loda pubblicamente nelle interviste le figlie Daniela e Simona debuttanti attrici comiche in teatro e in tivù (nello show di Raffaella Carrà). Ma sebbene privi degli eccessi pubblicitari della televisione gli altri settori della vita associata non sono affatto da meno. Anzi: sono ben pochi i rampolli che si sottraggono al compito di continuare l’attività paterna.

L’ITALIA, UN GRANDE CONTENITORE FAMILIARE

Nell’industria pullulano i figli Benetton, i fratelli Pininfarina, i rampolli Zegna, gli eredi Barilla, i giovani AgnelliRattazziTeodorani, rami diversi della medesima grande pianta. Nella finanza e negli affari circolano i Rondelli (Andrea, figlio dell’amministratore delegato del Credito italiano); i Romiti (Maurizio, figlio dell’amministratore delegato della Fiat); i Braggiotti (Gerardo, figlio minore dell’amministratore delegato della Banca Commerciale). Tutti e tre cresciuti sotto le ali custodi di Enrico Cuccia, grande vecchio di Mediobanca, tutti quindi destinati a futuri allori finanziari.

Nel giornalismo? Non si è secondi a nessuno: i Giubilo, i Vergani, i Valentini, i Nascimbeni, i Berzini. Questi i più famosi, ma la tendenza consolidata si riverbera in tutte le redazioni italiane. E non è da meno la politica con i suoi La Malfa, Forlani, D’Alema, Colajanni, Gava, Segni, Mattarella.

L’Italia come grande contenitore familiare. La famiglia come occupazione permanente, come prolungamento nel tempo e nello spazio di abitudini, interessi, traffici, attività. La società come perimetro delimitato dal sangue e dalla parentela.

LA TRASMISSIONE EREDITARIA DEL LAVORO E I NUOVI FRENI ALLA MOBILITÀ SOCIALE

I De Benedetti: da sinistra Rodolfo, col nonno, il padre e il fratello Edoardo

E’ così? Francesco Alberoni non ha dubbi e l’ha scritto in uno degli ultimi interventi del lunedì sul Corriere della Sera: «Ci sono sempre più avvocati figli di avvocati, medici figli di medici, giornalisti figli di giornalisti. Nelle imprese private il ruolo della famiglia rispetto ai manager tende ad aumentare, e anche in politica il nepotismo sembra crescere. Questo significa che, al di là del benessere diffuso, si stanno costituendo nuove disuguaglianze croniche, nuove ingiustizie sociali e cosa ancora più pericolosa nuovi freni alla mobilità sociale».

Toni apocalittici? Sull’entità del fenomeno, se non sui giudizi, concorda il Censis, l’istituto di rilevazioni statistiche e analisi sociali diretto da Giuseppe De Rita che con il suo annuale rapporto disegna una delle mappe più accreditate dell’azienda Italia. Proprio il Censis ha infatti parlato della «famiglia combinatoria» che, rispetto alle carenze dello Stato, si autotutela, si autoriproduce, attraverso una serie di attività incrociate. Una di queste attività, dice il Censis nel suo rapporto, «è la trasmissione del lavoro dal padre al figlio. Non solo nell’artigianato tradizionale, non solo nelle imprese dove c’è un’azienda da portare avanti», ma anche e soprattutto nelle libere professioni, dove «c’è maggiore possibilità di essere accolti da ambienti e organizzazioni professionali tendenzialmente chiusi».

Non ci si ferma qui: anche nel lavoro dipendente, dichiara il rapporto, «si tende a ufficializzare il meccanismo della trasmissione ereditaria del lavoro: a farne per esempio oggetto di contrattazione sindacale». Avviene nelle aziende pubbliche, dove una serie di criteri di priorità favorisce l’assunzione dei figli di dipendenti rispetto agli altri (precedenza per i figli di dipendenti deceduti o in pensione, riserva di un quinto dei posti per i figli di dipendenti o ex dipendenti di categoria, eccetera).

«SI EREDITANO ANCHE CERTE CAPACITÀ, NON SOLO IL COLORE DEGLI OCCHI»

Immobilismo sociale? Corporativismo? Nepotismo? Siamo di fonte a una nuova divisione in blocchi della stratificazione sociale?

Massimo D’Alema, dirigente del partito comunista e figlio di dirigente (suo padre Giuseppe era deputato nel collegio di Genova) concorda con Alberoni nell’attribuire al fenomeno un significato negativo. «Questi ranghi chiusi, queste queste file serrate che vedono favoriti i figli dei castellani, è molto pericoloso. E’ il risultato di una situazione sociale in cui non funzionando la scuola, non funzionando la meritocrazia, alla fine l’unica cosa che conta è la famiglia…». Ma scusi, anche lei è figlio di… «Certo, ma in politica, e in particolare nel partito comunista, è un’altra cosa: la militanza paterna può influire sul tipo di atteggiamento politico, ma quasi mai sulla decisione di diventare politico di professione. Infatti se si guarda ai vertici del partito quanti figli d’arte si trovano? Pochissimi: Luigi Colajanni, segretario regionale del Pci in Sicilia, e poi? La figlia di Alessandro Natta è astronoma, il figlio di Alfredo Reichlin è economista e studia negli Stati Uniti, le figlie di Berlinguer sono giornaliste. Sarà perché la condizione di figlio illustre è guardata con sospetto. Sarà perché l’esempio di un padre praticamente assente per gli impegni seduce poco la fantasia di un ragazzo, ma mi sembra che si debba parlare più di eccezioni che di regola».

Anche Alessandro Forlani, consigliere comunale a Roma nelle file della Dc, si lancia in una serie di distinguo tra la politica come professione ereditata e tutte le altre: «Innanzitutto non è un lavoro, ma una passione, un impegno. E poi prima di parlare di corporativismo bisogna giudicare i risultati. Ai tempi della mia elezione, nel 1985, subito si è gridato allo scandalo. Ma fuori, non all’interno del partito dove non ho mai avvertito la benché minima ombra di sospetto per la semplice ragione che ero legittimato, non in quanto figlio di Forlani, ma in quanto Alessandro che faceva politica da più di dieci anni nella direzione cittadina della Dc romana». E suo padre, cosa ne pensa? «Beh, è un po’ preoccupato perché questa è un’attività che provoca stress, ma anche orgoglioso; in fondo si ereditano anche certe capacità, non solo il colore degli occhi».

«CI SONO DEI VANTAGGI, MA SPERO CHE LA MIA INTELLIGENZA VENGA FUORI»

Bobo e Bettino Craxi, seconda metà degli anni Ottanta

E l’imbarazzo per l’ingombrante figura paterna? D’Alema confessa di non avvertire affatto il problema. Alessandro Forlani ne vede solo l’aspetto positivo. Massimo Nicolazzi (candidato per il Psdi di cui suo padre Franco era segretario, alle ultime politiche) si trincera dietro una subitanea linea difensiva («Che vuol dire? Non l’ho fatto per seguire le orme paterne. Era fame politica pura, inespressa»). Solo Bobo Craxi, 24 anni (lavora nella segreteria nazionale della Fgs, l’organizzazione giovanile del Psi, ed è presidente del Club Turati), ammette esplicitamente il peso del cognome.

L’ingombro dipende dunque dalla potenza del padre più che dal carattere del figlio? Risposta ghignante di Craxi jr.: «Mi par di capire che sarà difficile diventare leader nazionale di un partito… Come il figlio del capo Masai, essere figlio di un uomo come Craxi vuole dire nascere privilegiato. L’importante è saperlo e non coprirsi di ridicolo. Per esempio cercando di non pesare io su di lui, di non essere io ingombrante per lui. Ho smesso di partecipare a cose mondane, appariscenti, in fondo degradanti. Però non voglio neppure diventare nevrotico, distruggermi psicologicamente all’idea che sono figlio di. E’ così, è anche un vantaggio: per le esperienze indirette, per le conoscenze, per le tradizioni. Ma c’è anche la mia intelligenza, che rivendico e che spero venga fuori».

Certo, l’ingombro della figura paterna, il sospetto sociale che circonda il figlio, è il tormentone ineliminabile della pubblicistica sui figli emuli del genitore. Matilde Bernabei, consigliere d’amministrazione del Messaggero, e figlia di Ettore, il manager che ha segnato un’intera epoca alla Rai, si ritrae gentilmente alle domande: «Mi dispiace, ma veramente questo argomento mi nuoce…». 

«NON È DETTO CHE PARTIRE DA ZERO, IMPROVVISARSI, SIA MEGLIO»

Gustavo Visentini, 46 anni, docente di diritto commerciale alla Luiss, presidente dell’Assofondi e figlio di Bruno, minimizza: «Siamo 4 fratelli: uno è diventato ingegnere elettronico, una sorella si è sposata a Berna e fa la ricercatrice, la più piccola si occupa di musica e scenografia teatrale. Vabbè che mio padre è un uomo poliedrico, che si è sempre occupato anche di scienza e musica oltre che di economia, ma chi ha corso il rischio maggiore di crescere alla sua ombra, sono io. In famiglia c’era uno slogan minaccioso: “Non vogliamo mica fare Visentini padre e Visentini figlio!”. Per fortuna lui ha risolto tutto buttandosi in politica».

Preoccupazioni eccessive per l’eventuale sospetto sociale? Chi sembra immune da qualunque patema, ma fa anzi del proprio cognome un punto di forza sono i rampolli delle cosiddette professioni liberali. Innanzitutto avvocati e commercialisti.

Dice Raffaele Della Valle, uno dei più noti penalisti di Monza e dintorni (sua la difesa del caso Tortora), figlio di un magistrato: «In questa professione essere parte di una tradizione è sicuramente un vantaggio, l’emblema di una fiducia già acquistata di un capitale già consolidato. E la cosa non mi scandalizza per nulla: allora dovremmo scandalizzarci delle botteghe fiorentine o dell’artigianato venero? Non è detto che partire da zero, improvvisarsi sia meglio».

Anche Giuliano Pisapia, figlio di Giandomenico, titolare di uno degli studi legali più affermati di Milano, confessa la propria soddisfazione per essere approdato, dopo anni di rifiuto, nella cuccia paterna: «Mi è piaciuto però fare prima la mia strada da solo. Ma a un certo punto, mi sono detto: perché no, se in fondo è quello che voglio?». Detto, fatto. Ma non è solo la resa definitiva all’antico richiamo della foresta. Si tratta naturalmente anche di un problema economico. Spiega Daniela Rosina, figlia di Fulvio, presidente dei commercialisti italiani, studio a Genova: «All’inizio sono stata quasi costretta da mio padre a seguire le sue orme. Oggi non posso che dirgli grazie: con i costi che corrono per intraprendere una libera professione e aprire uno studio, non sarei mai riuscita da sola a combinare nulla».

LA «VALANGA» DI FIGLI D’ARTE NEL MONDO DEL CINEMA

Marina Ripa di Meana con la figlia Lucrezia Lante della Rovere

Solo nel cinema è possibile altrettanta benedicente fortuna legata al nome: un capitale vero e proprio, almeno inizialmente, che fa da moltiplicatore pubblicitario, stimola i mass media, converte registi e produttori indecisi, seduce i curiosi. Inesauribile, la valanga dei figli d’arte, quasi non fa più notizia.

Ai due Tognazzi (Ricky, regista, Gianmarco, presentatore di Canale 5), alle due Comencini (Francesca e Cristina, entrambe registe), ai due Risi (Marco e Claudio, tutti e due registi), ai due Gassman (Alessandro e Paola, attori), all’unica Gregoretti (Orsetta, attrice), all’unica Sandrelli (Amanda), Lante della Rovere (Lucrezia), si aggiunge oggi la Argento numero due: dopo Fiore, anche Asia, figlia dodicenne di Dario Argento, debutta come attrice protagonista nel film Zoo di Cristina Comencini.

Nulla da dichiarare? «Sì, in realtà da grande spero di fare la regista più che l’attrice. Proprio come papà: sembra così contento, è così bello quello che fa. Ho già in mente un copione. Naturalmente giallo».