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I «guitti» di Sua Maestà. Viaggio tra i Punk nella Londra del 1977

Nicola Ventura

Da un articolo dell'inviato Alberto Salani per «Epoca»

Sbucano dalla metropolitana e sembrano usciti dall’inferno. Sono una dozzina, tutti giovanissimi. Vogliono essere brutti, repellenti, buffoni, provocatori: e per la verità ci riescono benissimo. Suscitano un senso di disagio e a parlargli il disagio aumenta. Chi sono, perché questa mascherata? «E’ meraviglioso essere dei falliti a diciott’anni, senti che puzzo, è l’odore del mondo in cancrena». La ragazza ride, ha al collo un collare da cane, il suo compagno la trascina via.

E’ martedì sera a Putney, un sobborgo occidentale di Londra: quei giovani sono dei Punk, il nuovo inquietante fenomeno della più povera gioventù inglese. Li abbiamo incontrati per caso davanti a un pub vittoriano, il Flanagan, sulla strada principale. Il tempo di osservarli, di scambiare due parole poi il gruppo si perde dentro il «covo» che esplode di musica assordante, di fumo, di folla che beve birra. Restano al Flanagan per pochi minuti, poi eccoli di nuovo all’aperto, un sorriso di scherno, un gesto osceno e via tutti in branco nel tunnel del metrò. Dove vanno? In King’s road a irridere i bravi turisti, a Pimlico a sbeffeggiare l’establishment o ad Highbury a farsi accoltellare dai Teds, moderna versione dei teddy-boys degli anni Cinquanta.

«LA REGINA? NON È UN ESSERE UMANO»

Giovani «punk» a Chelsea

La Londra del giubileo si commuove ai venticinque anni di regno di Elisabetta e si interroga preoccupata su questi giovani sottoproletari che hanno sostituito a qualsiasi ideale il nulla. Punk in Inghilterra nel XV secolo designava le prostitute: negli anni Settanta sta per squallido, fallito, sporco. Ed essere «Punk» a nemmeno vent’anni, dimostrarsi provocatoriamente orgogliosi di esserlo, vuole dire chiamare in causa le coscienze di tutti, non soltanto i cervelli dei sociologi.

Nel panorama di una metropoli vestita a festa, fra parate e celebrazioni regali, i Punk sfoggiano i loro stracci, le loro catene, gli occhi bistrati, le spille da balia «che sorreggono le nostre anime a brandelli». Johnny Rotten, cantante e leader del movimento, mostra i suoi denti verdi («amo lo sporco, è il simbolo del nostro tempo») che stanno andando a pezzi, offende dai teleschermi la regina («non è un essere umano, non c’è più nessun futuro nel sogno dell’Inghilterra»), vomita sul pubblico che va ai suoi concerti, istiga i compagni a rompere tutto, corpi e cervelli. I complessi punk si chiamano Sex pistols, I dannati, I dittatori, I criminali e suonano in antri dove un tempo che sembra remoto rimbombavano le musiche dei Beatles e dei Rolling Stones, idoli antichi che i Punk considerano traditori, venduti al consumismo, alla droga, al denaro.

I dischi di questi «barbari» o Dandy dell’anno duemila come li hanno definiti, sono in testa alle classifiche di vendita, le boutique punk di King’s Road offrono il più completo campionario di inutilità mai visto: indumenti lerci, strappati, coltelli arrugginiti, medaglie, scatole di spille, di colori, rasoi, svastiche, manifesti che proclamano che «Il nazi è bello», «Abbasso tutto», «Voglio il mondo e lo voglio subito».

«I PUNK SONO IL DIAVOLO, LI DISTRUGGEREMO»

Malcom MaLaren, il manager dei Sex pistols, sta diventando ricchissimo coi proventi dei dischi e le cianfrusaglie punk. Il mondo del commercio sembra aver scoperto una nuova miniera d’oro, sfruttando la disponibilità totale di questi giovani. Non è un ritorno all’epoca pazza e meravigliosa della swinging London, il fenomeno dei Punk fa rabbrividire non gioire: pessimisti, annoiati, anarchici, nichilisti questi ragazzi esaltano la protesta dipingendola di bianco cimiteriale, il colore dei loro visi. Sono emarginati che non credendo in nulla di tutto si fan gioco, istituzioni, convenzioni, poteri, conservatori e progressisti. «Io non ho religione, non ho bisogno di Dio. Non ho sogni. Dateci tanta birra e lasciateci urlare forte», canta Elli, una uruguaiana di vent’anni, accompagnata dalle chitarre elettriche degli Stinky Toys.

E Johnny Rotten, la bocca oscenamente spalancata sui denti verdi, urla nel microfono: «Sono un anticristo, sono un anarchico, non so che cosa voglio ma so come ottenerlo». «Non siamo nulla», ripetono i Punk, «vogliamo solo spazzare via il mondo». Le catene, le croci uncinate, i blusoni neri evocano violenza, come le labbra rosso sangue, i vetri dipinti di rosso, le unghie lunghe e acuminate come artigli.

Ma i Punk, già sfruttati da una industria commerciale sempre pronta a tutte le novità anche le più assurde, sembrano essi stessi vittima di ogni violenza. Eddie Maelov, Paul Cook, Johnny Rotten sono i nomi dei ragazzi accoltellati e bastonati in questi ultimi tempi: altri giovani sono gli autori dei pestaggi. Rispuntano i fantasmi di battaglie giovanili feroci di vent’anni fa tra Mods e Rockers, immagini inquietanti di teddy-boys armati di catene e tirapugni, coltelli e rasoi. «I Punk sono il diavolo, li distruggeremo», ha detto un certo Mick, vent’anni, a un ispettore di polizia. «Ma non sono giovani come voi?», «No, non sono giovani, sono spazzatura».

Sono in molti a temere che sarà un’estate calda, a Londra. Niel Smutz, proprietario di una boutique punk, non ha dubbi: «Esploderà la violenza, so che i Punk stanno organizzandosi e armandosi, useranno anche loro i rasoi che portano al collo come ornamento». Per ora si limitano a subire la violenza o a mimarla per le strade di Londra. Fingono strangolamenti, si imbrattano di sangue artificiale, urlano di orrore come in un assurdo happening del grottesco. I fotografi scattano a ripetizione, frenetici nel cogliere immagini che vorrebbero rievocare un mondo pazzo ormai sepolto.

Ma i Punk dietro il cerone sembrano nascondere una angoscia che difficilmente verrà impacchettata e venduta solo nei negozi di Carnaby Street. Il malessere di questi giovani, anche vestito da clown, non è una farsa specie quando gli attori urlano, ballano, provocano «sempre però col tubo del gas vicino alla bocca».