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Karin Schubert. Da «Quel gran pezzo dell’Ubalda» al porno

Redazione Spazio70

«Sono un fallimento e non lo sopporto. Ecco perché volevo ammazzarmi»

Triste storia quella di Karin Schubert. Nel 1967 comincia a lavorare nel mondo della moda e da lì il passo verso il cinema è breve. Uno dei suoi primi film è Satiricosissimo (regia di Mariano Laurenti), parodia del Satirycon di Fellini, con Franco Franchi, Ciccio Ingrassia ed Edwige Fenech. La carriera prosegue con I maghi del pallone (sempre con Franco e Ciccio) e in Scusi, ma lei paga le tasse? (regia di Mino Guerrini ancora con gli immancabili Franco e Ciccio, questa volta accompagnati da Lino Banfi). Da ricordare anche Gli occhi freddi della paura (di Enzo G. Castellari) giallo che annovera – tra gli altri – Fernando Rey, Gianni Garko e Giovanna Ralli.

Mania di grandezza (1971) è un altro film importante nella carriera della Schubert, nel quale recita con Louis De Funés (icona del comicità francese) e Yves Montand. Ma il ruolo più importante del periodo è certamente quello nel decameronico Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda tutta calda dove interpreta la moglie di Pippo Franco (nel film L’Ubalda è naturalmente Edwige Fenech).

In Mio Dio come sono caduta in basso (Comencini, 1974) recita accanto a Laura Antonelli, Michele Placido e Alberto Lionello. Nel 1975 è la volta di Emanuelle nera, di Aristide Massaccesi, assieme all’attrice italo-indonesiana Laura Gemser; il film registrerà anche una recensione positiva da parte del NYT, come evidenzia Marco Giusti nel suo Dizionario dei film italiani: «Girato con vera maestria, anche le scene più erotiche assumono un notevole valore artistico».

Il secondo episodio per la Schubert, nella serie di Emanuelle, sarà in Emanuelle: perché violenza alle donne? del quale si è già parlato sopra.

Negli anni Ottanta, con la crisi del cinema italiano, si dedica definitivamente al genere hardcore, con titoli come Morbosamente vostra (tra l’altro diretto da Andrea Bianchi, regista di una certa notorietà passato negli anni 80 all’hard), Karin l’ingorda, Poker di donne, Il vizio nel ventre (con Marina Lotar, Rocco Siffredi e Roberto Malone).

A fine carriera si dedica al telefono erotico. La motivazione che costrinse Karin a scegliere il porno fu strettamente di natura economica, legata alla volontà di procurarsi denaro per aiutare il figlio (che la picchiava) ad uscire dal tunnel della droga. In una puntata del Maurizio Costanzo Show, la Schubert denunciò i ricatti a cui aveva dovuto sottostare per ottenere parti cinematografiche nelle pellicole porno.

«SONO SEMPLICEMENTE IL PRODOTTO DELLA NOSTRA SOCIETÀ»

In una intervista al Fatto di Enzo Biagi (sempre 1994) dichiara:

«Mio padre mi ha violentata per due anni. Avevo solo 11 anni. Papà stava sempre in viaggio e, quando tornava, entrava nella mia stanza, si metteva a lato del mio letto, mi scopriva e io facevo finta di dormire, per rispetto e paura. E lui mi toccava. Oggi faccio le sex line, prendo solo 60 lire al minuto, i produttori 4 mila».

Il 1 settembre 1994, oppressa dalla solitudine e dalla povertà, ha tentato il suicidio ingerendo barbiturici e mezza bottiglia di vodka, ma è stata soccorsa in tempo dai vicini di casa.

In una intervista al Corriere della Sera sempre del ’94, a firma Margherita De Bac, dichiara:

«Io sono semplicemente il prodotto della nostra società. Ho fatto la fortuna degli altri, mai di me stessa. Sono un fallimento e non lo sopporto. Ecco perché volevo ammazzarmi. Non ho più nulla per cui valga la pena di vivere. Quando ho riaperto gli occhi mi sono sentita contenta di non essere morta. Alla fine scopri che la vita è bella, perfino la mia. Perché ci ho provato? Non ho famiglia né amici né soldi né futuro. Per la gente sono una puttana. Povera oltretutto. La dimostrazione del mio fallimento siete anche voi. Venite a cercarmi per accontentare la morbosità dei lettori. Faccio notizia: signori e signore, guardate come è caduta in basso la star Karin Schubert. Volevo diventare attrice. Nessuno mi ha mai perdonato i film porno. Mi affidavano le parti più abiette e io le accettavo perché volevo andare avanti e pensavo che era gavetta. E arrivata la crisi del cinema e sono fuggita in Spagna. Avevo 42 anni quando dall’ Italia ho ricevuto proposte di servizi fotografici porno. Accettai. Non avevo scelta. E poi li facevano tutte. Io, rispetto alle altre, ho avuto fortuna, se così si può chiamare. In cinque anni di sesso ho guadagnato più che in 20 anni di film. Dopo due anni ho cominciato con le videocassette hard. Prima di prendere i barbiturici ho pensato ai cani indicando su un foglio dove avrei voluto che fossero custoditi. Assomiglio a loro. Una gran sentimentalona. Una stupida tedesca sentimentalona».

Di nuovo il 20 maggio 1996 prova a togliersi la vita, questa volta mediante intossicazione col monossido di carbonio dell’auto. Prontamente soccorsa anche in tale occasione, si salva con una prognosi di poche settimane.