Amintore Fanfani. Oltre il politico, il pensiero

Amintore Fanfani è spesso ricordato per la sua azione di governo. Ma dietro il leader democristiano emerge un pensiero complesso, radicato nella formazione accademica e nel confronto con figure come La Pira e Dossetti. Un’analisi che aiuta a rileggere una stagione decisiva della Repubblica

La lunghissima carriera di Amintore Fanfani lo rende un personaggio estremamente interessante dal punto di vista politico. Proprio per questa ragione, la sua azione di governo finisce spesso per schiacciare l’intera parabola umana del leader democristiano. Questo appiattimento è fuorviante: restituisce un’immagine monodimensionale di un protagonista della vita pubblica italiana dagli interessi e dalla personalità ben più sfaccettati. Fanfani, infatti, ebbe una formazione accademica spesso trascurata. Non è un caso che la sua discesa in politica, successiva alla Seconda guerra mondiale, sia di fatto il risultato di una carriera già avviata. Prima di diventare segretario di partito, presidente del Consiglio, ministro degli Esteri e presidente del Senato, Fanfani fu attento studioso delle origini del capitalismo e frequentatore, insieme a Giorgio La Pira, del salotto di Giuseppe Dossetti. Il suo agire dovette confrontarsi con una realtà complessa e con le difficoltà delle coalizioni. Eppure il politico aretino possedeva solide basi ideologiche, in parte retaggio della sua formazione accademica e, in parte, frutto della influenza di La Pira. Questo lato meno conosciuto può aiutare a comprendere meglio la sua azione di governo.

Per approfondire tutto questo abbiamo chiesto l’aiuto del professor Agostino Giovagnoli, ordinario di storia contemporanea presso l’Università Cattolica di Milano, tra i massimi studiosi della Democrazia cristianaNel corso dell’intervista, Giovagnoli analizza i fondamenti del Fanfani ideologo, con particolare riferimento al rapporto con La Pira. I due, come sottolinea lo stesso storico che ha curato anche la pubblicazione del loro carteggio, furono profondamente legati soprattutto sul piano intellettuale. Addentrarsi nel pensiero fanfaniano significa, in definitiva, analizzare in profondità un protagonista della recente storia italiana, capace di ispirare e guidare cambiamenti che, nel bene e nel male, hanno contribuito a plasmare la Repubblica nella quale viviamo oggi.

Un percorso che però, per essere proficuo, necessita di una riflessione sugli anni della formazione del futuro leader democristiano.

CARRIERA UNIVERSITARIA E RETROTERRA POLITICO-IDEOLOGICO

Amintore Fanfani legge un giornale seduto, ritratto fotografico del 1953 colorizzato, nuovo ministro degli Interni nel governo De Gasperi
Amintore Fanfani «nuovo ministro degli Interni di De Gasperi» fotografato da Epoca nel luglio 1953 (immagine colorizzata)

Dopo il liceo Scientifico, Amintore Fanfani si iscrisse alla, quasi neonata, Università Cattolica di Milano. La facoltà scelta era Scienze economiche e sociali. Un ruolo importante nella sua formazione lo ebbe Jacopo Mazzei, esperto di politica economica internazionale. Dopo la laurea, Fanfani divenne docente universitario. Tra le sue idee più caratterizzanti c’era la convinzione che i principi della teoria economica dovessero essere uniti alla dottrina sociale della Chiesa. Negli anni Trenta si avvicinò alle idee autarchiche, propagate dal regime fascista.

In breve tempo, Fanfani diventò uno dei più importanti storici dell’economia specializzandosi nell’analisi delle origini del capitalismo, in riferimento alla religione. Era la discussione accademica iniziata, tra gli altri, da Max Weber con L’etica protestante e lo spirito del capitalismo. Nel frattempo, la sua carriera proseguiva a passo spedito. Nel 1932 fu incaricato dell’insegnamento di dottrine economiche mentre nel 1936 divenne titolare della nuova cattedra di storia economica alla Cattolica. Fanfani riteneva che la storia dell’economia fosse uno strumento per comprendere il rapporto dell’uomo con i bisogni e la ricchezza. Anche per questa ragione si concentrò notevolmente sulla vita produttiva delle persone comuni. Fanfani utilizzava spesso e volentieri statistiche e dati. Da cattolico convinto e praticante, tuttavia, non perse mai l’occasione di far emergere le connessioni tra religione ed economia, sempre condizionata da norme e istituzioni.

Attorno agli anni Trenta e Quaranta, grazie anche alla vicinanza a Giuseppe Dossetti e Giorgio La Pira, si avvicinò al personalismo cristiano. In particolar modo, cominciò a familiarizzare con il filosofo francese Jacques Maritain, nato nel 1882 e morto nel 1972. Il cuore della sua filosofia, definito umanesimo integrale, era strettamente connesso alla filosofia tomista. In anni in cui la partecipazione cattolica alla politica era oggetto di feroce discussione Maritain predicava la legittimità della vita politica, da trattare come una materia totalmente laica, pur lasciando aperta la porta all’influenza cristiana. Il filosofo francese era, inoltre, un grande sostenitore della democrazia.

Più difficile è stabilire se Fanfani subì l’influenza di Emmanuel Mounier, fondatore del personalismo negli anni Trenta. Il punto focale di questa corrente di pensiero è il valore assoluto della persona e la negazione tanto del collettivismo quanto dell’individualismo. Sulla rivista Esprit, fondata da Mounier, si affermava che il rinnovamento sociale dovesse fondarsi sulla persona. Per fare politica era necessario avere uno slancio profetico. Mounier propugnava anche la limitazione del potere dello Stato tramite autonomie locali, potere giudiziario e strumenti di tutela dei cittadini. Tra gli altri pilastri del suo pensiero si possono sottolineare il riconoscimento dei diritti fondamentali della persona, la posizione favorevole alla socializzazione di alcuni settori produttivi, il predominio del lavoro sul capitale e l’utilizzo del profitto per lo sviluppo sociale. Mounier dava grande importanza al diritto e alla capacità della persona di limitare lo strapotere del capitale o dello Stato.

Fanfani, arrivando da un milieu cattolico ben definito, aveva familiarità sia con le opere di Maritain sia con quelle di Mounier ed è plausibile che li avesse letti in maniera approfondita.

LA DEMOCRAZIA CRISTIANA. IL REFERENDUM SUL DIVORZIO

Amintore Fanfani al seggio durante il referendum sul divorzio del 1974
Amintore Fanfani, fotografato al seggio, durante la consultazione referendaria per l’abrogazione della legge Fortuna-Baslini sul divorzio (1974, Keystone / Getty Images, immagine colorizzata)

Spinto a entrare in politica da Pio XII dopo la fine della Seconda guerra mondiale, Fanfani si inserì nel luogo a lui più congeniale: la corrente di Dossetti, raccolta attorno a Cronache sociali. D’altronde, egli aveva già frequentato i salotti dell’uomo politico democristiano anche se non era propriamente interessato alla fondazione di un partito. Vista la sua vicinanza a Dossetti, la posizione di Fanfani era assimilabile a quella della sinistra democristiana. Egli, tra l’altro, si disse anche contrario alla rigida separazione in blocchi che si stava delineando dopo la fine del conflitto mondiale. Il fondamento di Cronache sociali era una concezione sostanziale della democrazia come metodo per sviluppare la propria persona a tutto tondo. Questa posizione lo fece entrare in contatto con personaggi come Giuseppe Lazzati e Giuseppe Glisenti. L’uscita volontaria di Dossetti dalla scena politica, tuttavia, cambiò lo stato di cose.

Fanfani, oramai pienamente inserito nel contesto partitico, decise così di operare un salto di qualità dando vita alla propria corrente: Iniziativa democratica. Lo aiutarono Paolo Emilio Taviani e Mariano Rumor, con Aldo Moro, Benigno Zaccagnini, Emilio Colombo, Luigi Gui e altri, che ebbero un ruolo cruciale nel dare forma concreta alla sensibilità di una parte della Dc. Fanfani abbandonò alcune delle velleità dossettiane e puntò su un atteggiamento più pragmatico e meno ideologico. Questa trasformazione subì un’accelerazione con la sua elezione a segretario della Democrazia cristiana, avvenuta nel luglio 1954. Fu un momento cruciale. Lontano dalle influenze del Partito popolare italiano, decise di imprimere un cambiamento epocale con il distacco dalla Chiesa e da Confindustria. Fino a quel momento, infatti, la Balena bianca era stata un partito che faceva grande affidamento sulla cooperazione dei Comitati civici e delle parrocchie, in modo da intercettare quasi integralmente il voto dei fedeli. Fanfani, invece, aveva l’obiettivo di rendere la Dc più autonoma e iniziò un forte potenziamento delle strutture locali, le sezioni. Era l’idea del partito pesante da portare avanti grazie a funzionari preparati e ideologicamente pronti. Il fine ultimo, quindi, era una Democrazia cristiana più moderna e organizzata, in grado di fronteggiare la solida organizzazione del Partito comunista italiano.

Fanfani aggiunse a idee di chiara ispirazione tradizionale, come la natura inequivocabilmente e inderogabilmente cristiana della Dc, elementi nuovi come la convinzione che lo Stato dovesse intervenire in maniera più convinta in campo economico-sociale.

L’effetto concreto delle azioni di Fanfani, fortemente basate su un retroterra ideologico, si notano soprattutto all’interno della Democrazia cristiana. Da segretario rafforzò il partito dando spazio alle sezioni locali, curando con particolare attenzione la formazione dei quadri dirigenti. Grazie a una serie di operazioni ad ampio respiro, Fanfani e i suoi sodali riuscirono ad aumentare gli iscritti puntando a concentrare il dibattito nelle sezioni locali per poi centralizzare le decisioni politiche. Tra le conseguenze di questo nuovo sistema ci fu anche una maggiore autonomia rispetto alla Chiesa e alla sua rete d’influenza, composta soprattutto dalle parrocchie. Lo storico Piero Craveri, nel suo libro L’arte del non governo, ha indicato chiaramente che l’obiettivo di Fanfani era avere un partito forte:

Ma, indicata la prospettiva, date anche le difficoltà di realizzarla, Fanfani tornava sul tema del partito che intendeva rendere uno strumento più coeso nella sua logica interna, più disciplinato, più gerarchizzato, che risolvesse il rapporto con i gruppi parlamentari, nel senso di un suo primato circa il potere di indirizzo politico, giacché questi più direttamente e quotidianamente esprimevano l’interclassismo democristiano.

Fanfani fu un teorico del mondo economico e studioso del capitalismo, soprattutto delle sue origini. Oltre a ciò, aveva anche un legame profondissimo con il cattolicesimo. Di conseguenza, era non solo un politico ma anche uno studioso con un’ideologia molto chiara. Tale logica fu annacquata dagli anni di governo che lo costrinsero a scendere a patti con una realtà composta da forze sfaccettate e interessi spesso particolaristici.

Per portare avanti i suoi obiettivi, Fanfani non disdegnò un atteggiamento autoritario causando non pochi problemi all’interno della Democrazia cristiana. Interessante leggere un’altra considerazione di Craveri, proprio su questo tema:

Se si guarda ai suoi scritti politici degli anni trenta, che riflettevano gli orientamenti fiancheggiatori impressi da padre Agostino Gemelli nell’ambito dell’Università del Sacro Cuore, al di là dell’evidente adesione al fascismo, emergeva da essi uno schema monocratico e gerarchico, in cui il partito era sovrapposto al governo e rendeva possibile il funzionamento del modello corporativo, inteso come approdo positivo a un sistema non conflittuale di relazioni sociali.*

Craveri aggiungeva:

Lo sforzo organizzativo fatto tra il 1954 e il 1958 si proponeva di dare un proprio vigore ideale e pratico al partito democratico cristiano, con ciò evitando ai pastori di anime di dover intervenire a rinforzo nelle campagne elettorali, lasciando quest’opera agli organizzatori del partito che dalla ispirazione di ideali cristiani fossero riusciti a dare particolari e appropriate soluzioni ai problemi della società civile.

In generale Fanfani perseguiva un’idea di stabilità politica basata su una maggioranza incardinata attorno a un centro stabile e flessibile solo verso l’esterno, ma fortemente centralizzato. Solo così, secondo il politico aretino, si sarebbe potuti arrivare a governare i tumultuosi cambiamenti ai quali si stava assistendo in Italia.

Di particolare interesse, per comprendere il pensiero di Fanfani, è la campagna referendaria sul divorzio. Tornato alla segreteria della Dc nel luglio 1973, il politico toscano tentò di riprendere le fila del suo discorso puntando con decisione sulla campagna per l’abolizione del divorzio. Il perché di questa scommessa rimane senza risposta. Tuttavia, concluso l’esperimento neocentrista di Andreotti e Malagodi, Fanfani sembrò orientarsi verso la costruzione di un blocco clierico-conservatore, che però non ebbe successo. Gli italiani, infatti, votarono per mantenere la legge sul divorzio e il contraccolpo per il segretario democristiano fu, sul piano politico, quasi mortale.

Fanfani aveva infatti usato toni molto duri, esprimendo una carica conservatrice che non sembrava appartenergli. Il fallimentare esito referendario ebbe conseguenze non indifferenti anche sulle elezioni regionali del 1975. La Democrazia cristiana, in crisi, ottenne il minimo storico di consensi e si cominciò a paventare il sorpasso del Partito comunista italiano. Proprio le amministrative furono la definitiva pietra tombale sulla segreteria Fanfani.

L’azione politica di Fanfani si basa su fondamenta ideologiche ben identificabili: il cristianesimo, un certo grado di dirigismo in ambito economico, la funzione cruciale del Partito e il rispetto della persona in un’accezione spiccatamente cattolica. Fanfani, proprio per l’insieme di questi elementi, non è facilmente riconducibile a categorie rigide e sfugge al tradizionale binomio conservatorismo-progressismo che ha caratterizzato quella fase dei partiti. Il politico aretino riunì infatti nella propria esperienza tensioni e progetti spesso divergenti, rendendo la sua figura più complessa di quanto una lettura esclusivamente politica possa restituire.


INTERVISTA AD AGOSTINO GIOVAGNOLI

Lo storico Agostino Giovagnoli
Agostino Giovagnoli

Per approfondire al meglio la dimensione ideologica fanfaniana occorre sentire la parola di uno dei massimi esperti della Democrazia Cristiana: lo storico Agostino Giovagnoli.

Si può affermare l’esistenza di un pensiero fanfaniano?

Fanfani è stato un uomo ricco di pensiero, un intellettuale. Prima di fare politica è stato professore alla Cattolica e una voce significativa in ambito accademico, soprattutto su temi economici. Il suo pensiero era caratterizzato da spessore e ricchezza e si è poi evoluto per l’impatto con le vicende politiche che lo hanno coinvolto.

Quali possono essere le radici ideologiche dell’azione politica di Fanfani?

Io credo che le radici più profonde siano legate alla tradizione del pensiero economico. Fanfani ha studiato il filone che comincia con Giuseppe Toniolo, arricchito da letture non italiane. Lui si innesta nel dibattito di Max Weber e altri studiosi sulle origini del capitalismo. Questo filone, poi ulteriormente definito dalla concezione del volontarismo economico di Fanfani, è stato quello più caratterizzante. Poi, sicuramente, anche Maritain è stato importante.

Dal punto di vista del pensiero economico, quanto pesò la sua formazione da storico dell’economica maturata in periodo cooperativista?

A livello di pensiero economico sicuramente contò. Fanfani era un sostenitore del cooperativismo cattolico, diverso da quello fascista ma con alcune assonanze. Questo pensiero, tuttavia, non ha poi influito nelle scelte politiche prese da Fanfani nel secondo dopoguerra. Questa fase si è chiusa con la fine del fascismo. È rimasta solo l’impronta.

Dal punto di vista politico, Fanfani dove prese l’idea del partito pesante e gerarchizzato?

L’idea del partito nasce dal contesto storico novecentesco. Prima che diventasse segretario, la DC non aveva quella struttura che lui le ha dato. Era un partito d’opinione come il vecchio Partito Popolare. La sconfitta della Democrazia Cristiana nel 1953, dove passa dal 50 al 40 per cento dei voti, rese necessario che la DC si desse una struttura indipendente dalla Chiesa. Il modello leninista e comunista è il modello di base dal punto di vista organizzativo.

Il periodo con Dossetti che eredità lasciò in Fanfani?

Lasciò un’eredità profonda ma parlerei anche di La Pira, ispiratore di entrambi con una forte personalità carismatica. Nel periodo dell’Assemblea costituente lavorarono insieme, fu un lavoro di collettivo e di idee condivise. Vivevano insieme a Roma nello stesso appartamento riversando i loro concetti nella Costituzione e all’interno del Ministero del Lavoro.

Opere come la nazionalizzazione dell’energia elettrica, l’istituzione della scuola media obbligatoria, il piano case e il rafforzamento del comparto industriale pubblico che origine ideologica hanno, se ce l’hanno?

Il piano case ha una forte impronta fanfaniano-lapiriana risalente al periodo 1946-1949. Era una manovra concreta della spinta di pensiero che i due avevano. Un altro obiettivo importante, tra i principali, era la piena occupazione con un piano economico ambizioso. Rispondeva alla visione che rifletteva il keynesismo dell’epoca. La questione dell’impresa pubblica nasce in un contesto diverso, eredità del periodo fascista. Per Fanfani si pose il problema delle imprese pubbliche e private. La separazione con Confindustria è un primo passo. Il secondo passaggio è chiedersi cosa si fa con l’impresa pubblica. In quel momento c’è l’idea di utilizzarla per unificare l’Italia. In una seconda fase, la nazionalizzazione dell’energia elettrica fu imposta dai socialisti, era un punto politico. La nazionalizzazione poi diede capitali ai privati. L’operazione fu subita dalla DC. Per quanto riguarda la scuola media obbligatoria, questo era un tema molto sentito nel mondo cattolico. Era la base di una riforma che doveva abbracciare tutto il mondo scolastico. Era una riforma nello spirito della Costituzione quindi un progetto che viene da lontano.

Come si può definire il suo rapporto con il cattolicesimo e, di conseguenza, con la Chiesa cattolica?

Il rapporto è molto forte. Fanfani aveva profonde radici cattoliche. Bisogna ricordare che la scelta di entrare in politica fu fatta suo malgrado. Voleva fare il professore, ma Pio XII gli fece sapere che era meglio se fosse entrato in politica. Fanfani, inoltre, aveva un senso molto forte della sua personalità. Durante il periodo della politica di centrosinistra ci fu anche uno scontro. Negli anni Cinquanta, Fanfani lavorò con i socialisti e le gerarchie ecclesiastiche non la presero bene. Fu un fatto piuttosto importante.

Come si spiega il suo forte investimento politico e di credibilità nel referendum sul divorzio? Fanfani cercava la costruzione di un blocco conservatore?

Da chi fu voluto il referendum? La DC cercò di trovare un’alternativa così come il PCI ma alla fine si arriva al referendum, senza alcun investimento politico da parte dei democristiani. Fanfani era consapevole dei rischi, non era sicuro che avrebbe vinto. Ma allora perché ha sposato con grande fervore la causa del quesito referendario? Io penso che lo abbia fatto perché sentiva la diminuzione dell’influenza della Chiesa ed era interessato a intercettare il voto moderato di coloro che erano contrari al divorzio, ma non per ragioni religiose. Cercava di attirare un voto moderato. Poi c’è da dire che Fanfani, come altri leader democristiani, ad esempio Moro e Andreotti, era personalmente contrario al divorzio. La sua prospettiva, quindi, era di lungo periodo. La DC si trovava in una situazione difficile, rimaneva anticomunista. L’idea del governo di emergenza nazionale del 1976 era condivisa in un’ottica di diversa sensibilità. Si tentò una formula italiana e molto creativa. Fino al 1978, Fanfani era per un’alleanza con i socialisti.

Quali sono le linee di politica estera di Fanfani e che ruolo ebbe il neoatlantismo?

È stato uno dei grandi ispiratori del neoatlantismo e La Pira ebbe un’enorme ascendenza su Fanfani. Ho curato il carteggio tra i due e si può leggere come Fanfani rivendichi il suo realismo politico ma, in sostanza, c’è una fortissima dipendenza di pensiero. Tra le caratteristiche più peculiari del Fanfani ministro degli Esteri c’è l’appoggio al dialogo con l’URSS sulla questione del Vietnam.

Come si può definire il suo rapporto con i socialisti? E con i comunisti?

Fanfani, essendo un politico di grande spessore, aveva ben presente il potere del PCI. Nei primi anni Sessanta voleva perfino aprire un dialogo con l’URSS. In generale, il suo rapporto con i comunisti dipende dalle stagioni della vita di Fanfani stesso. Una certa concordanza con la tradizione socialista c’è, si possono vedere le istanze di un socialismo umanitario, ravvisabile anche in un certo neutralismo che supera la logica puramente atlantista. Non si può dimenticare che il PSI fosse necessario, i neofascisti erano l’alternativa.


* Oltre alla prima, anche le restanti citazioni riferibili a Piero Craveri provengono dal suo L'arte del non governo, Marsilio, Venezia, 2016.
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