All’alba degli anni Settanta, alla donna sovietica non basta più «il completamento della quota» in fabbrica ed in casa. Essa desidera imporre il proprio gusto, la propria personalità, ampliare la propria sfera d’interessi

Primi anni Settanta. La donna russa alla riscoperta della propria femminilità
Provata dalle molte difficoltà della vita quotidiana, la donna russa vive in stato di tensione, non ha tempo di pensare a se stessa. Nel 1969, la Komsomolskaja Pravda affermava che essa si sta «sfemminilizzando». «Tempra il suo carattere ad una scuola troppo dura… Guarda l’uomo con occhi diversi che in passato… L’uomo non è un Tarzan né un Edison, né un Jean Marais ma un qualunque impiegatuccio… ». È morto il patriarcato, ma il matriarcato non è ancora nato. Sono mutate le abitudini amorose. Oggi le russe si sposano a 27 anni in media, anziché a 22, come accadeva prima della guerra. Non vogliono figli: nell’ultimo decennio, a Mosca, Leningrado e nelle altre città principali, le famiglie con più di due bambini sono diminuite del 46 per cento. Aumentano i divorzi, le separazioni consensuali e i casi di bigamia.
IL FONDO PURITANO DEL REGIME
«Non mi riconosco più, sono sempre irrequieta» ha confidato una massaia ad Ogonjok. «Che mi sta succedendo?». L’Urss non ama la psichiatria, ma la nevrosi è diffusa tra le donne: esse sono stanche e talvolta sfiduciate. Tuttavia, lo scarso tempo libero è dedicato alla riscoperta della femminilità. La donna russa s’ingegna per vestire meglio, per apparire più bella, per sentirsi diversa. Il suo svago non è la ricerca sfrenata, il piacere dell’eccitazione: è la conquista di quelle piccole cose quotidiane ormai trascurate in Occidente. La donna russa gira soprattutto nei negozi d’abbigliamento e di cosmetici, e sogna il pomeriggio dal parrucchiere, o nei pochissimi istituti di bellezza (35 mila lire per rifarsi il naso; 42 mila lire perché eliminino le rughe, con operazioni delicate).
Tra i beni di consumo, i più rari sono quelli femminili. Secondo Rabotnjza nella Federazione russa, la maggiore tra le 15 Repubbliche sovietiche, si produce un reggiseno all’anno per ogni due donne. Non è un’eccezione. «Compagne, avete mai provato ad acquistare una calzamaglia?» ha chiesto la Literaturnaja Gazeta. «Se si, staremmo zitte». Le autorità non favoriscono le stravaganze. Prendiamo la minigonna. Su di essa fervono i dibattiti alla radio e alla televisione. Ha scritto un professore di Zhdanov, nell’Ucraina: «Affinché non ci rechi vergogna è necessario liquidare questa moda importata». Lo stesso per il ballo. «Non approviamo l’orientamento sessuale della danza» ha proclamato il ministro della Cultura Ekaterina Furtzeva. La richiesta di aprire dei night-clubs è stata bocciata prontamente: «Di notte, basta che restino aperti i commissariati, i pronto-soccorso e le stazioni dei pompieri».
Il regime ha anche un fondo puritano. Esso fa l’esempio di Valentina Tereshkova, eroina dello spazio, sposa e madre felice, che dedica il riposo allo studio dell’ingegneria aeronautica. Ha avversato i concorsi di bellezza, ma i giornali sono intervenuti. «Che cosa c’è di male — hanno detto le Isvestija — in una figura armoniosa, specialmente se chi la possiede ha voglia di lavorare e ha cervello?». Il tempo libero, quindi, è in parte una battaglia contro le restrizioni. Una battaglia vittoriosa, personale e civile.
Alla donna russa non basta più «il completamento della quota» in fabbrica ed in casa. Essa desidera imporre il proprio gusto, la propria personalità, ampliare la propria sfera d’interessi. Sotto Stalin, essa valeva solo in quanto esecutrice dei piani quinquennali, e realizzatrice dei progetti d’incremento demografico. Adesso, incomincia a essere considerata un mondo a sé. Come ha detto Ehrenburg, «sono passati i tempi in cui era pericoloso per una donna sembrare diversa dalle altre».















