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I marziani ora sono a Berlino Est

Redazione Spazio70

Articolo di Enrico Altavilla per il «Corriere della sera», 3 agosto 1976

«Notte tra sabato e domenica in una cittadina di provincia nella Germania settentrionale. Ancora molte persone per strada, davanti ai negozi di televisori per seguire le trasmissioni da Montreal. Nella staffetta quattro per cento è attesa quasi sicura la vittoria delle tedesche occidentali guidate dalla donna più veloce del mondo, Annegrete Richter. Invece si fanno precedere dalle ragazze della Germania orientale. Per un soffio, ma la medaglia d’oro è perduta».

QUARANTA MEDAGLIE D’ORO PER LA GERMANIA COMUNISTA

«“Scheisse” esclama la folla, quasi a una voce, commentando la sconfitta con l’equivalente tedesco della parola di Cambronne. Più tardi, nel mio albergo, altra folla davanti al televisore. Entra nello stadio il primo maratoneta, tutto solo, e porta la maglia con i colori della Germania comunista. “Scheisse”, gridano i clienti dell’albergo.

Appena dieci medaglie d’oro per la Germania occidentale con sessanta milioni di abitanti, quaranta medaglie d’oro per la Germania comunista con soli diciassette milioni di cittadini.

È una sferzata piuttosto sanguinosa. Provoca sentimenti tra la rabbia e l’invidia. “Dobbiamo meravigliarci se all’estero si comincia a credere che i migliori tedeschi siano quelli dell’Est?”, si domanda uno dei quotidiani più conservatori, la Welt, che ancora mette tra virgolette la sigla DDR (Repubblica democratica tedesca) per significare che di democrazia ce n’è ben poca.

Ma ora scrive: “Per i canadesi, come per gli altri nord-americani, gli eroi sono i vincitori. E adesso si scopre che i vincitori vengono dall’altra Germania”. Astio, invidia, ammirazione involontaria: come potrebbe provocare un calvinista il cui fratello, convertito al cattolicesimo, venisse nominato cardinale. Il successo è il successo, ma non fa dimenticare l’abiura. Fossero stati ottenuti, questi successi sorprendenti, da altri atleti comunisti – ungheresi o polacchi, bulgari o romeni – niente di grave.

Ma i trionfi sono stati conseguiti da comunisti che sono anche tedeschi».

IL DOPING

«E allora, ci si domanda: perché? A parità di stirpe, di tradizioni, di consuetudini, perché il David tedesco orientale supera il Golia tedesco occidentale?

Prima risposta, primo tentativo di autoconsolazione: gli atleti tedesco-orientali – si dice – sono imbottiti di ormoni, le donne vengono quasi trasformate in maschi, i bambini più promettenti vengono sottratti ai genitori già quando frequentano le elementari e vengono trasformati in “giocattoli meccanici” quasi in robot dello sport. E la Bild Zeitung presenta in una sua vignetta una piccola atleta occidentale che segue, con le lacrime agli occhi, una gigantesca e muscolosa atleta della Germania orientale che porta al braccio un paniere pieno di siringhe e di preparati ormonali.

Ma nessun atleta tedesco-orientale è mai stato preso in castagna durante gli esami per il doping. Invece un canottiere tedesco-occidentale, Peter Kolbe, medaglia d’argento nel singolo, ha confessato di essersi fatto iniettare una sostanza misteriosa che dopo avergli dato energie nella prima parte della corsa lo ha paralizzato durante il finish. “Si è trattato soltanto di un preparato vitaminico”, hanno dichiarato i medici che hanno accompagnato la squadra tedesco-occidentale a Montreal. Ma non hanno voluto rivelare la formula del nuovo preparato. E intanto è stata presentata ufficialmente la richiesta di squalifica retroattiva per Peter Kolbe. “Anche i nostri atleti ricorrono a espedienti simili a quelli che avevamo sempre rinfacciato agli atleti della Germania orientale”, scrive lo Spiegel. Ma queste pratiche sono più diffuse nella Germania comunista, le cui atlete hanno talvolta barba, baffi e voci quasi maschili. Quando un cronista ha domandato al loro allenatore perché alcune ragazze avessero voci da baritono, l’allenatore ha risposto: “Non sono venute a Montreal per cantare”.

Seconda spiegazione: gli atleti comunisti sarebbero “giocattoli meccanici” destinati a diventare più tardi “piacevoli idioti” a causa dei continui allenamenti e della pressione psicologica. Ma proprio stanotte una atleta tedesca, che ha partecipato a quattro Olimpiadi, ricordava alla tv che le nuotatrici australiane dopo avere raggiunto successi spettacolosi grazie ad allenamenti massacranti, hanno poi tutte avuto una esistenza normale nel matrimonio, nel lavoro, nella società».

«LE MEDAGLIE FANNO POLITICA»

«E poi un “giocattolo meccanico” non viene costruito soltanto dall’allenatore. Occorre la cooperazione degli psicologi e dei medici sportivi e, evidentemente, sono più bravi nell’altra Germania dove – come qui viene unanimemente riconosciuto – le scuole a l’assistenza sanitaria sono state molto più intelligentemente sviluppate (indottrinamento ideologico a parte).

I tedeschi orientali hanno saputo ben sfruttare le vittorie nelle Olimpiadi. Innanzitutto con reportage televisivi tanto superiori a quelli offerti dalla televisione tedesco-occidentale da aver spinto persino la Welt a invitare i cittadini di Berlino Ovest a trascorrere la serata a Berlino Est per seguire le Olimpiadi sui teleschermi comunisti.

E in un programma – ripreso anche nella Germania occidentale – un’atleta tedesco-orientale, Gunhild Hoffmann (specialità 1500 metri), ha raccontato di essere rimasta incinta, quando era molto giovane, a opera di un maratoneta.

“Non avevo voglia di sposarlo e non volevo rinunciare al bambino, come avrei potuto facilmente fare, perché noi abbiamo una legislazione molto liberale per l’aborto. Ho preferito essere una ragazza madre e non ne ho mai sofferto, non ho mai conosciuto discriminazioni nel lavoro e nella società”. Queste dichiarazioni fanno effetto nelle regioni tedesche (vedi la Baviera) dove la ragazza madre è ancora la “peccatrice”. E fanno effetto in una Germania che soltanto da pochi giorni ha una legge, piuttosto restrittiva, sull’aborto.

“Le medaglie fanno politica”, scrive la Welt. Ma nel sottofondo della polemica c’è qualcosa di più. C’è il riconoscimento, in questo Paese, che i veri nazionalisti sono oggi gli altri tedeschi, i soli che pronunciano senza esitazione la parola Vaterland (Patria). Si battono nel nome di una ideologia che può piacere o no ma ideologia è. E alla quale, divisa tra il recente amore per la democrazia e l’antica passione per l’autoritarismo, i tedeschi occidentali ben poco hanno da opporre.

Certo, politica e ideologia non dovrebbero contaminare lo sport. Ma è difficile tenerle lontane quando lo scontro – nelle arene e fuori – è tra fratelli. E quando il primogenito viene regolarmente battuto dal fratello minore».