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Franco Anselmi, «il cieco di Urbino»

Redazione Spazio70

La breve vita violenta di un fondatore dei NAR

Franco Anselmi, detto «il cieco di Urbino» (1956 – 1978) bolognese di nascita, romano d’adozione. Inizia a fare politica nel MSI fin da giovanissimo. All’età di sedici anni è vittima di un’aggressione che lo riduce in fin di vita: all’ingresso del liceo scientifico Keplero XI di Roma viene percosso e preso a sprangate alla testa da un gruppo di militanti di estrema sinistra. Finito in coma, riprende conoscenza dopo tre mesi, riportando danni irreversibili alla vista. La convalescenza è lunga e dolorosa e costringerà il giovane a perdere due anni scolastici: tuttavia, Anselmi continua la militanza attiva. Nel febbraio 1975 si trova accanto allo studente del FUAN Mikis Mantakas mentre questi viene ucciso a colpi di pistola. Il sangue del giovane greco, schizzando, sporca il passamontagna di Anselmi che conserverà quel copricapo come una reliquia. Trasferitosi all’istituto Tozzi di Monteverde, Franco instaura un forte legame di amicizia con due nuovi compagni di classe: Massimo Carminati e Giusva Fioravanti.

Franco Anselmi

IL PASSAMONTAGNA COL SANGUE DI MANTAKAS

Quest’ultimo, nel corso dei processi a suo carico, ricorderà così il suo amico:

«Pur avendo già avuto serissime conseguenze per il suo impegno politico non aveva paura. Era questo che mi colpiva di lui. Da lì nacque il mio desiderio di aiutarlo nella sua vendetta privata. Lui era stato aggredito fuori scuola dal figlio di un alto funzionario statale democristiano e ogni volta Franco mi diceva: “Andiamo lì mo lo becchiamo e gliele ridiamo!” e lui questo non riuscì mai a portarlo a compimento perché quel ragazzo era protettissimo. Era protettissimo dai soldi e dalle conoscenze del padre».

Nel 1977 assieme ad Alessandro Alibrandi e ai fratelli Fioravanti è tra i fondatori dei Nuclei Armati Rivoluzionari. Anselmi partecipa alle prime azioni del gruppo come l’assalto a colpi di bottiglie molotov alle redazioni dei giornali «Il Messaggero» e «Il Corriere della sera». Il 7 gennaio 1978 è tra i militanti che accorrono ad Acca Larentia dopo l’omicidio dei giovani missini. Anselmi ha con sé il passamontagna sporco del sangue di Mantakas e in un macabro rituale di vendetta lo intinge nelle macchie ancora fresche lasciate per terra da uno dei ragazzi appena uccisi. Il 28 febbraio 1978 è il terzo anniversario dell’omicidio Mantakas e i Nar decidono di celebrarlo nel sangue vendicando i morti di Acca Larentia. Anselmi partecipa all’agguato in piazza Don Bosco contro un gruppo di ragazzi di sinistra. Avendo problemi alla vista «il cieco di Urbino» svuota l’intero caricatore della sua pistola senza colpire nessuno mentre Cristiano e Valerio Fioravanti uccidono il ventiquattrenne Roberto Scialabba, militante di Lotta Continua, e feriscono il fratello Nicola. Entrambi i fratelli Scialabba (disarmati e colpiti a sangue freddo) risulteranno totalmente estranei ai fatti di Acca Larentia.

IL COLPO ALL’ARMERIA CENTOFANTI

Per far fronte alla necessità di nuove armi, i Nar decidono di rapinare l’armeria Centofanti, non distante dalle abitazioni di alcuni membri del gruppo. Nel tentativo di sviare le indagini viene ideata la simulazione di una rapina ad opera di tossicodipendenti. Secondo i piani, al termine del colpo il compito di Franco sarà quello di derubare i gestori dell’armeria tenuti in ostaggio, togliendo loro anelli, bracciali, portafogli e collanine. Un modus operandi non riconducibile a una rapina di approvvigionamento ad opera di un gruppo politico. La mattina del 6 marzo 1978 Franco arriva in anticipo sul posto assieme al diciassettenne Francesco Bianco. Di quella mattina Bianco ricorderà l’ultima risata di Franco Anselmi poco prima di morire, quando i baffi finti del «cieco di Urbino» cadono nella tazzina di caffé che sta sorseggiando al bar, in attesa degli altri membri del commando.

A fare da copertura in strada ci sono Cristiano Fioravanti e Alessandro Alibrandi mentre Francesco Bianco è in macchina con il motore acceso. Franco e Valerio, gli unici maggiorenni del gruppo, varcano l’ingresso della Centofanti, la più grande armeria della zona. I due fratelli che gestiscono il negozio vengono immediatamente condotti nel bagno con la minaccia delle armi. Rimasti soli e indisturbati i terroristi iniziano a riempire un borsone di pistole. A questo punto si presenta il primo imprevisto. Un maresciallo dei carabinieri in pensione, amico dei proprietari dell’esercizio, si appresta ad entrare ma viene bloccato da Alibrandi e condotto rapidamente nel bagno. Valerio esce con la refurtiva e si dirige verso la macchina seguito da Cristiano. Franco invece si attarda poiché è intento a compiere l’ultima operazione, sta sfilando portafogli, orologi e anelli agli ostaggi, dopo averli fatti uscire dal bagno. Ed è qui che si presenta il secondo imprevisto: dinnanzi alla richiesta di cedere la propria catenina d’oro il proprietario del negozio oppone resistenza in virtù di un valore affettivo. Franco sta perdendo tempo mentre i suoi camerati nella vettura iniziano ad agitarsi. Alla fine il rapinatore cede: «Va bene, se la tenga. Arrivederci». I ragazzi nella vettura odono degli spari. È successo qualcosa. Mentre si apprestava ad uscire, Anselmi è stato colpito alle spalle da un colpo di pistola esploso da uno dei gestori dell’armeria. Alessandro Alibrandi è rimasto ferito. Franco è morto. Il gruppo si dilegua con le armi. Anselmi, considerato dalla banda come il primo martire dei Nar, sarà successivamente omaggiato in diverse azioni e nelle rivendicazioni dei militanti.

Curiosità: nel film «I due carabinieri» di Carlo Verdone (1984), durante la scena di un inseguimento automobilistico è ben visibile l’enorme scritta murale: «Piazza Anselmi» accanto a una grossa croce celtica. La location della ripresa è difatti nei pressi del bar Fungo (Eur), storico luogo di ritrovo dei neofascisti romani.