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Tutto auto, dacia e Cremlino. Gli anni Settanta di Leonid Breznev

Redazione Spazio70

Da un articolo di Remo Urbini per «Epoca» (1977)

Ogni mattina alle nove il corteo di limousines nere scende a 120 chilometri l’ora lungo il Kutuzonvskij Prospekt, una delle arterie radiali a sei corsie che collegano il centro di Mosca con la periferia, dirigendosi verso la Piazza Rossa. All’altezza del ristorante Praga, il corteo gira a destra e, mentre i poliziotti bloccano il traffico lanciandosi concitati segnali con il walkie talkie che portano appeso al cinturone, imbocca contromano la via Frunze, rasenta il palazzo giallo dello stato maggiore generale dell’Armata rossa e si infila nella porta della torre Borovitskaya del Cremlino.

Il corteo è aperto da una Volga con tre uomini a bordo, uno dei quali sporge dal finestrino destro (sempre aperto, anche quando il termometro arriva a trenta sottozero) un braccio armato di un lungo bastone a strisce bianche e nere. Seguono una Zil – la più lussuosa vettura di rappresentanza sovietica, interamente fatta a mano per un costo stimato in 54 mila dollari americani – che reca sul radiatore un grande faro rosso intermittente; poi altre due Zil, che corrono l’una al fianco dell’altra, quasi sfiorandosi. E finalmente il corteo è chiuso da una Volga che si tiene a un centinaio di metri di distanza dalle altre macchine.

Sulla seconda Zil, seduto accanto all’autista, quasi sempre intento a chiacchierare con la guardia del corpo che sta sul sedile posteriore, si riesce a intravedere la massiccia figura di Leonid Ilic Breznev, 70 anni compiuti lo scorso dicembre, segretario generale del partito comunista sovietico dall’ottobre del 1964.

DUE VECCHI AMICI DI BREZNEV

Leonid Breznev in uno scatto di Wally McNamee

La casa di città di Breznev è nello stesso Kutuzovskij Prospekt, al numero 26, a poche centinaia di metri di distanza da uno dei più grandi quartieri per stranieri, che i diplomatici e i giornalisti accreditati a Mosca chiamano familiarmente «i ghetti». Come in tutte le case russe, nella casa di Breznev non ci sono portoni esterni sulla strada. Gli ingressi sono nel cortile interno, al quale si accede attraverso un ampio archivolto. Apparentemente il palazzo non è sorvegliato, ma il servizio di guardia degli agenti in borghese del comitato statale per la sicurezza (il Kgb) è continuo e ferreo: a nessun straniero curioso è mai stato consentito di oltrepassare l’archivolto se non il giorno delle elezioni del Soviet supremo, quando i giornalisti occidentali sono autorizzati a recarsi nel seggio elettorale, posto all’interno del cortile per assistere al voto di Breznev.

D’altra parte, il segretario generale del Pcus si è scelto proprio due poliziotti, sia pure ad alto livello, quali vicini di casa: il presidente dello stesso Kgb, Jurij Andropov, e il ministro dell’Interno, Nikolaj Sciolokov. Sono due vecchi amici di Breznev, che di recente li ha fatti promuovere a «generali d’armata», accentuando così quel tipo di conduzione clientelare del partito e dello Stato che è una delle principali ragioni della longevità della leadership brezneviana.

L’amicizia tra Breznev e Sciolokov risale addirittura al 1939 quando Leonid Ilic, giovane funzionario dell’apparato del partito in Ucraina, fu nominato segretario addetto alla propaganda del Comitato provinciale di partito a Dnepropetrovsk. Quasi negli stessi giorni, l’allora ventinovenne Nikolaj Anisimovic Sciolokov, un ingegnere diplomato all’Istituto metallurgico di Dnepropetrovsk, fu designato dal partito quale sindaco della città. Il sodalizio che nacque tra i due divenne così stretto che, all’inizio degli anni Cinquanta, quando Breznev fu nominato primo segretario del partito per la Moldavia, volle portare con sé Sciolokov quale assistente e consigliere.

LA «MAFIA DEL DNIEPER»

Per origini, educazione e carriera, l’attuale ministro dell’Interno e vicino di casa di Breznev è un tipico esponente della cosiddetto «mafia del Dnieper», il gruppo di amici dell’infanzia politica di Breznev che sono ora i suoi più stretti collaboratori o ai quali egli ha assegnato posti-chiave nell’apparato del Comitato centrale o nelle repubbliche più importanti dell’Unione sovietica. Andrej Kirilenko, considerato il numero due nel partito sovietico e il maggiore candidato per la successione di Breznev, qualora questi dovesse ritirarsi per ragioni di salute, fa parte dello stesso gruppo così come ne faceva parte il maresciallo Andrej Grecko, il ministro della Difesa morto un anno fa.

L’amicizia tra Breznev e l’altro vicino di casa, il capo del Kgb, Jurj Andropov (il suo appartamento è sopra quello di Breznev), è più recente. Nel 1957 i due si trovarono a lavorare insieme nel Comitato centrale del partito: Andropov, che fino a quell’anno era stato ambasciatore in Ungheria, dirigeva la sezione preposta ai rapporti con i partiti comunisti al potere ed era alle dirette dipendenze di Breznev che quale segretario del Comitato centrale era a capo del dipartimento per i rapporti con tutti i partiti comunisti stranieri. Ma nonostante i rapporti di buon vicinato sia in senso politico che letterale esistenti tra i due, Breznev non si è mai completamente fidato di Andropov il quale oltretutto dal punto di vista della carriera politica deve poco o nulla a Breznev e non può quindi esserne considerato un suo «cliente».

Perciò con la prudenza che ha sempre contraddistinto tutta la sua navigazione politica, Breznev, quando Andropov è diventato presidente del potentissimo Kgb, ha creduto opportuno circondarlo da tre «vice» scelti tra i fedelissimi brezneviani della «mafia del Dnieper»: Semion Tsvigun, Viktor Chebrikov e Georgij Tsiniov. Breznev, del resto, di fronte agli ostacoli non scherza e lo si è visto anche di recente nel caso della brusca destituzione di Podgorny.

LA «CORSA» SULLA KUTUZOVSKIJ PROSPEKT COME PARAMETRO POLITICO

Victoria Breznev, moglie del segretario del Pcus, e (a destra) Lidia Gromiko, moglie del ministro degli Esteri dell’Urss

L’appartamento moscovita di Breznev, stando alla descrizione fattane una volta dalla moglie di un diplomatico tedesco che ebbe l’eccezionale onore di essere invitata a un tè, non è affatto sontuoso: cinque stanze arredate molto modestamente con vecchi mobili del più puro stile russo. Apparentemente, il personale di servizio è formato soltanto da una anziana cameriera anch’essa ucraina come la stragrande maggioranza dei collaboratori di Breznev. Ma il segretario generale del Pcus abita raramente l’appartamento di città. Preferisce la dacia di campagna, una villa appena fuori Mosca verso il villaggio di Barvicha, della quale non si ha alcuna descrizione e dove, tra l’altro, Breznev terrebbe la sua ricca collezione di automobili, tutte dono di capi di Stato stranieri: una Rolls Royce (omaggio del governo di Sua Maestà britannica), una Citroen-Maserati (regalo di Pompidou), una Mercedes (offerta da Brandt) e due grosse cilindrate americane (doni di Nixon).

Sia che abbia dormito in città, sia che abbia deciso di passare la notte in campagna, il Kutuzonvskij Prospekt resta comunque per Breznev la strada obbligata per recarsi al lavoro. Sicché la corsa mattutina a 120 all’ora del corteo delle macchine di Breznev non è più soltanto un fatto folcloristico per gli osservatori stranieri della capitale moscovita, bensì anche un parametro politico: un modo, insomma, per controllare le condizioni di salute di Breznev attraverso la sua assiduità al lavoro.

Nel gennaio del 1975, quando Breznev scomparve dalla circolazione per un lungo periodo, ogni mattina, tra le 8 e mezzo e le 9 e mezzo, diplomatici e giornalisti occidentali si appostavano lungo il Kutuzovskij Prospekt per controllare se il segretario generale del Pcus continuava a recarsi al lavoro, sebbene tutti gli incontri ufficiali previsti dall’agenda fossero stati cancellati. Per 43 giorni il consueto corteo non transitò nel Kutuzovskij. Finché una mattina il corrispondente di un giornale americano annunciò la lieta novella: il corteo di limousines era ricomparso e il giornalista garantì di aver individuato Breznev, seduto come di consueto accanto all’autista della seconda vettura.

GLI SPORT PREFERITI DI BREZNEV? HOCKEY SU GHIACCIO E CALCIO

Nel clima di incertezza drammatica che si era creato in quei giorni (qualcuno aveva dato per spacciato Breznev, colpito da una grave forma di paresi) molti non credettero alla testimonianza del giornalista americano e pensarono addirittura che i sovietici, conoscendo le abitudini degli osservatori occidentali, avessero ripristinato il corteo delle 9 del mattino ponendo una controfigura di Breznev accanto all’autista, allo scopo di trarre tutti in inganno e far credere che il segretario generale del Pcus fosse tornato al lavoro. In realtà il corrispondente americano aveva visto giusto: tre giorni dopo, Breznev ricomparve in pubblico per ricevere il primo ministro inglese Wilson.

Breznev ha due uffici, che usa alternativamente a seconda degli impegni previsti dall’agenda quotidiana di lavoro: uno al Comitato centrale del partito, nel palazzone grigio di piazza Nogina; l’altro distante dal primo circa 300 metri in linea d’aria, nel palazzo del Cremlino che ospita anche il Consiglio dei ministri dell’Urss. Se non ha impegni ufficiali di rappresentanza, Breznev preferisce l’ufficio al Comitato centrale dove egli è a contatto di voce con i suoi collaboratori della segreteria del partito, con il suo «gabinetto personale» (cinque persone, specialiste in altrettanti settori politici ed economici) e con la nutrita schiera di capi dipartimento e sezione del Comitato centrale. Secondo alcune voci è in questo ufficio che Breznev dirige, ogni giovedì, la riunione settimanale dell’Ufficio politico (politbjuro) del partito, durante la quale vengono prese tutte le decisioni fondamentali della vita politica sovietica. L’ufficio al Cremlino è posto sopra a quello che era l’appartamento privato e l’ufficio personale di Lenin, oggi trasformato in museo, Breznev vi riceve quasi tutti i visitatori stranieri in una enorme stanza arredata con grande sobrietà: due tavoli a forma di «T», poltroncine in finta pelle, un orologio da tavolo incassato nella miniatura di un timone, un ritratto di Lenin.

Anche questo ufficio, come quello al Comitato centrale, ha una piccola stanza da letto con televisore. Breznev che non torna mai a casa per colazione, vi trascorre ogni pomeriggio un’ora di riposo e talvolta, verso le sette di sera, vi si rifugia per guardare alla televisione gli incontri più interessanti del suo sport preferito, l’hockey su ghiaccio (ma anche il calcio piace molto al primo cittadino sovietico). Raramente infatti la giornata lavorativa del segretario generale del Pcus termina prima delle 10 di sera. Sebbene si sappia pochissimo sul modo in cui è organizzata la giornata di lavoro di Breznev (i sovietici custodiscono il segreto sulla vita personale dei loro dirigenti con lo stesso accanimento con il quale coprono i segreti militari e spaziali) è noto che Breznev è un grande lavoratore e un attento lettore dei maggiori dossiers politici ed economici del Paese.

UNA TEMPRA DA GRAN LAVORATORE

Più volte i suoi interlocutori stranieri sono rimasti stupiti dalla sua perfetta conoscenza di argomenti che richiedono una profonda preparazione e anche un bagaglio tecnico non comune. Ad esempio Breznev ha sempre condotto in prima persona, ricorrendo pochissimo ai suggerimenti degli esperti, i negoziati con gli americani sulla delicatissima questione della riduzione degli armamenti strategici. E lo stesso Henry Kissinger, dopo l’incontro del 1974 a Vladivostok, dove fu raggiunta una intesa di massima con il presidente Gerald Ford per un secondo accordo sulle armi nucleari (l’accordo che è ancora in fase di negoziato con la nuova amministrazione americana), rivelò che Breznev dimostrò una eccezionale cultura missilistica, forse dovuta al fatto che, all’inizio degli anni Sessanta, egli diresse il programma spaziale sovietico.

Questa tempra di lavoratore si sposa in Breznev con una personalità estroversa, amante degli scherzi e soprattutto del buon vivere. Ma dopo la grave malattia del 1975 (una paresi dovuta a disturbi cardiaci che, a quanto pare, tornano periodicamente a manifestarsi) i medici gli hanno consigliato di smettere di fumare e di bere e di lavorare di meno. Breznev ha eseguito scrupolosamente i primi due consigli: a numerosi visitatori stranieri ha confessato di aver definitivamente rinunciato alle sigarette (ne fumava almeno un pacchetto al giorno) e di brindare ormai soltanto con succhi di frutta. Ma sul lavoro i medici hanno avuto meno successo: il corteo di limousines continua a sfrecciare sul Kutuzovskij Prospekt ogni mattino alle 9 e non lascia mai il Cremlino o il palazzo del Comitato centrale prima delle 10 di sera.