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Il «giovedì nero» di Milano. L’omicidio dell’agente Antonio Marino

Redazione Spazio70

«Cara mamma, spero di venire a Pasqua. Vorrei comperarmi un vestito. Ho messo da parte qualcosa, dovrebbe bastare»

Milano, 12 aprile 1973, una data che passerà alla storia come «il giovedì nero di Milano». I vertici del MSI hanno indetto un corteo per protestare contro la violenza dei gruppi di sinistra. Il personaggio più atteso della manifestazione è Ciccio Franco, leader dei «Boia chi molla» di Reggio Calabria. Nel pomeriggio il senatore missino dovrà tenere un comizio in Piazza Tricolore o almeno così è scritto nel programma. Un imprevisto giunge in tarda mattinata: nessun comizio, nessun corteo, il prefetto Libero Mazza ha emesso un decreto nel quale vieta tutte manifestazioni pubbliche fino al 25 Aprile. I missini non ci stanno. Vietare un evento del genere all’ultimo momento appare loro come una provocazione bella e buona.

UNA BOMBA A MANO SRCM 35

Il cadavere del povero agente Marino

Ore 17:30. Un nutrito gruppo di giovani si è radunato nei pressi della piazza tra bandiere tricolori e vessilli neofascisti, inneggiando a Ciccio Franco e chiedendo a gran voce il suo intervento. Si tratta di una manifestazione non autorizzata. La polizia presidia l’area e non mancano momenti di tensione con cariche e lancio di lacrimogeni. Tuttavia, i manifestanti insistono. Da lì non andranno via. Il gruppo di militanti di San Babila è mischiato a una folla di attivisti provenienti anche da altre città. Trascorre circa un’ora e mentre una delegazione missina tenta la mediazione con il prefetto, la tensione in strada è salita drasticamente.

Gli agenti della seconda compagnia celere presidiano la piazza tra sassaiole e fumogeni. In via Bellotti si è scatenato l’inferno.

I celerini hanno le braccia alzate per difendersi con gli scudi da un’impressionante pioggia di corpi contundenti. Pietre, calcinacci, bottiglie, pezzi di ferro, spranghe, bulloni. Dal cielo piove di tutto. È in quel tremendo nubifragio di oggetti che si consuma la tragedia. Una bomba a mano Srcm-35 si accoda minacciosa allo sciame di sassi. L’arma esplosiva compie un volo a parabola e finisce dritta sull’agente Antonio Marino. Il poliziotto non si rende conto di ritrovarsi con una bomba sul petto e chiude istintivamente lo scudo a sé, premendo la granata contro il proprio corpo. È l’ultimo gesto della sua vita. Una coltre fumogena segue il frastuono della deflagrazione. Alcuni agenti si ritrovano con le divise tinte dal sangue e dalle carni del loro collega. Marino è disteso al suolo ormai privo di vita.

ALMIRANTE OFFRE UNA TAGLIA

A gettare l’ordigno è stato Vittorio Loi, figlio del noto pugile Duilio, ex campione del mondo dei pesi welter juniors. L’arma al ragazzo è stata fornita da un suo giovane amico e coetaneo, il diciannovenne Maurizio Murelli. Per il MSI è un colpo troppo duro da sopportare. Le rogne causate dai sanbabilini questa volta hanno superato ogni limite. Il partito di Almirante spinge forte per trovare gli assassini, offrendo anche una taglia. Grazie a qualche soffiata interna all’ambiente, vengono tratti in arresto i due giovanissimi responsabili assieme a diversi volti noti della piazza.

Quinto di sette figli, il ventiduenne Antonio Marino era nato a Puccianello, frazione di Caserta, da una famiglia povera, numerosa e completamente frantumata dall’emigrazione. Un fratello vigile urbano a Sori, un altro vice brigadiere dei carabinieri ad Alassio, un altro ancora allievo carabiniere nello squadrone a cavallo di Roma. Una sorella sposata in Germania, un’altra ancora nubile a Caserta. A quest’ultima Antonio mandava cinquantamila lire al mese (la maggior parte del proprio stipendio). L’ultima lettera spedita alla madre risale a dieci giorni prima: «Cara mamma, spero di venire a Pasqua. Vorrei comperarmi un vestito. Ho messo da parte qualcosa, dovrebbe bastare».