Pupari e pupi nel quindicennio «lungo» 1968-1984

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Eugenio Cefis è il numero due di Enrico Mattei quando il celebre presidente dell’Eni è ancora in vita: dopo la sua morte, diventa il numero uno. I caratteri dei due sono molto diversi: se Mattei è un generoso idealista, Cefis è ambizioso e privo di scrupoli -
È l’8 ottobre 1968 quando il giornale britannico Financial Times pubblica una notizia clamorosa: «L’Italia avrà presto il gruppo chimico più grande d’Europa». In sostanza il quotidiano riferisce che Eni e Iri hanno appena dato la scalata alla Montedison: un exploit che è stato realizzato attraverso l’acquisizione, in gran segreto e per diversi mesi, del 20 per cento delle azioni del colosso chimico italiano. Un’operazione, precisa il quotidiano finanziario inglese, guidata da Mediobanca di Enrico Cuccia -
Il 29 ottobre 1969, in concomitanza con l’apertura del Salone dell’Automobile, nel corso degli scioperi per il nuovo contratto di lavoro, un gruppo di operai, armati di sbarre e bastoni, prende d’assalto lo stabilimento di Mirafiori, devastando le linee di montaggio dei modelli «600» e «850», oltre al reparto carrozzeria e alle strutture della mensa. Quando la FIAT individua e denuncia 122 responsabili delle devastazioni, il Ministro del Lavoro Carlo Donat-Cattin costringe l’azienda a ritirare le denunce.
Gianni Agnelli: «Il ministro del Lavoro di allora non concluse la trattativa con i metalmeccanici fino a quando io non acconsentii, dopo parecchie ore di resistenza, a riassumere in fabbrica un centinaio di operai che si erano resi responsabili di violenze. Ricordo che, ricattato da queste condizioni, accettai la riassunzione. E l’umiliazione non fu accettare, o subire, questa forma di ricatto, ma, tornato a Torino e presentatomi ai dirigenti della produzione delle fabbriche, comunicare loro che avevo ceduto e che dovevano riassumere questo centinaio di operai violenti. Quello fu l’inizio di dieci anni disastrosi di brutalità e di violenze in fabbrica, che venne corretto solo dopo più di tremila giorni» -
Uno degli scontri più clamorosi tra industria pubblica e privata si realizza con la fondazione di Alfasud, a metà degli anni Sessanta. La sfida, come capiscono ben presto tutti, è diretta contro la Fiat di Gianni Agnelli: l’avvocato era stato accolto bene in azienda riuscendo a comandare con uno stile ben diverso dalla ruvidezza dell’esperto Valletta, il piccolo ragioniere che aveva traghettato la Fiat nel dopoguerra. Agnelli si trova insomma già perfettamente a suo agio nella posizione, per lui naturale, di presidente Fiat quando a un tratto gli viene detto che l’Alfa Romeo sta progettando la realizzazione di una nuova e innovativa vettura, a trazione anteriore, di segmento medio-piccolo: di fatto un’utilitaria -
Michele Sindona nasce a Patti, in provincia di Messina, l’8 maggio del 1920. Si laurea brillantemente in giurisprudenza e diviene avvocato, approdando poi a Milano nell’immediato dopoguerra. Nel capoluogo lombardo apre un ufficio di consulenza tributaria prima in via San Barnaba poi in via Turati a pochi metri di distanza dalla sede provinciale della Intendenza di Finanza. Intelligente e ambizioso, a Sindona non fa certamente difetto né l’intraprendenza né la voglia di lavorare. Per queste doti, e per un certo grado di spregiudicatezza, attira su di sé ben presto le attenzioni degli ambienti milanesi che contano. Franco Marinotti, della Snia Viscosa, Carlo Faina, della Montecatini, Giorgio Valerio, della Edison, ne parlano in termini entusiastici e naturalmente si servono della sua opera di brillante tributarista -
Michele Sindona (Patti, 8 maggio 1920 – Voghera, 22 marzo 1986)
Membro della loggia P2 (tessera n. 0501) e mandante dell’omicidio di Giorgio Ambrosoli.
Muore avvelenato in seguito all’ingestione di caffè al cianuro mentre era in carcere.
Sindona, alla metà degli anni Settanta, aveva un patrimonio stimato in oltre mezzo miliardo di dollari dell’epoca -
«Se avessi dato ascolto tutte le volte che mi hanno mandato “a morì ammazzato”, sarei un chilometro sotto terra».
Giulio Andreotti -
«La Loggia P2? Non aveva alcun disegno politico, né mirava al controllo della vita nazionale sotto qualsiasi forma. Come ho avuto modo di dimostrare, essa era una loggia massonica strettamente e rigorosamente dipendente all’obbedienza del Grande Oriente d’Italia nella piena osservanza delle sue norme. La commissione parlamentare non può più dire per tanto che loggia P2 era segreta e che non era un’emanazione del Grande Oriente d’Italia, poiché con il mio primo memoriale ho rimesso alla commissione ben 54 documenti autentici provenienti sia dal Grande Oriente d’Italia che dai grandi Maestri, come dimostravano senza ombra di dubbio, che la Loggia P2 fosse intima struttura della Massoneria italiana, come non fosse segreta e come operasse all’obbedienza del Grande Maestro mediante precise norme che venivano attuate. Non posso non rammaricarmi che una parte rilevante dell’informazione influenzata dal cosiddetto scandalo P2 e travalicando ogni limite etico abbia inventato e costruito una lunga serie di notizie romanzate fino ad arrivare all’ormai noto, per quanto assurdo ritornello: “è stato Gelli” e così tutti se ne lavavano le mani. Questa affermazione è stata inculcata a viva forza nell’orecchio dell’opinione pubblica che mentre forniva una generalizzata paternità alle più varie sciagure abbattutesi sul nostro Paese, suonava assolutoria per i veri responsabili.» -
«Cosa vorrei sulla mia epigrafe? Data di nascita, data di morte. Punto. Le parole delle epigrafi sono tutte uguali. A leggerle uno si chiede: ma scusate, se sono tutti buoni, dov’è il cimitero dei cattivi?»
Giulio Andreotti -
ROMANO PRODI, L’UOMO CHE DONAT CATTIN NON VUOLE
(da: La Stampa, 11 novembre 1978)
«Un economista all’Industria? Andreotti non molla. Malgrado le minacciose dichiarazioni di Donat-Cattin («Uscirò dal ministero dell’Industria soltanto trascinato da un manipolo di carabinieri se il mio successore non sarà scelto fra i “forzanovisti”», avrebbe detto), il presidente del Consiglio continua a sostenere la candidatura di Romano Prodi per il dicastero di Via Veneto. Una decisione definitiva sarà presa «nei prossimi giorni». Ma chi è questo «probabile ministro» che il grosso pubblico, tutto sommato, conosce poco?» -
«Con Guido Giannettini ho diviso la cella. Era una persona squisita, coltissima, sostanzialmente un nazista, aveva un culto per il nazionalsocialismo, e un’eccellente preparazione militare. Chi era veramente? Un agente segreto o un fascista? Nel senso che mi chiedevo se si sentiva più un funzionario dello Stato o un camerata. Con gli altri camerati volli capire una volta per tutte chi fosse. In cella eravamo io, Ferri, Azzi e un altro. L’abbiamo persino drogato: con una colletta comprammo tre pasticche di Lsd chiamate Pink Floyd e le abbiamo messe nel suo tè. Be’, per tre giorni e tre notti se ne stette sul tavolo in mutande e ci tenne lezioni di geopolitica militare. Non ne potevamo più. L’unico momento di lucidità lo ebbe quando vide Andreotti in tv e disse che era un falso. Comunque, per toglierci il dubbio, chiedemmo consiglio a Freda. Lui ci disse di trattarlo come avremmo trattato lui stesso».
(Testimonianza di Maurizio Murelli riportata in «Anime nere», Sperling & Kupfer, 2014) -
«Andreotti ha fatto il suo dovere, ha usato i segreti per dare il benessere al popolo. I segreti li aveva, e se li è portati con sé. Chi è uomo se li porta dietro».
Licio Gelli -
«Nell’agosto del 1974 arrivò sul mio tavolo al ministero dell’Interno un’informazione che raccontava di una presunta cospirazione per instaurare il regime presidenziale in Italia. Faceva, fra gli altri, i nomi di Pacciardi, Brosio, Sogno e Palumbo, comandante della Divisione Carabinieri Pastrengo. La rinviai al capo della Polizia con scritto “Indagare”. Suppongo che l’informazione sia così giunta alla magistratura di Torino. Il pm convocò Sogno. E Sogno si rese latitante… Dalle confessioni postume di Sogno risulta oggi che le intenzioni di golpe sussistevano. Dai fatti risulta che il golpe abortì. Perché abortì? Innanzitutto perché il ministro della Difesa Andreotti trasferì alcuni generali che avevano aderito ai progetti di Sogno. In secondo luogo perché tutti coloro che avevano dato assenso o adesione a Sogno erano dei capi. Mancavano i subalterni, i sottufficiali, le truppe. Subalterni, sottufficiali, truppe erano invece a disposizione degli esaltati che dirigevano Ordine Nuovo. La terza ragione del fallimento dei progetti di Sogno è che non si collegò con Ordine Nuovo. Non riuscì o non volle? Forse non volle, perché quelli di Ordine Nuovo, dopo il decreto di scioglimento del novembre 1973, si erano dati alle tragiche follie degli attentati ai treni»
Paolo Emilio Taviani -
Nel biennio 1968-1969 cinque quotidiani cambiano direttore. Al Corriere della Sera Giovanni Spadolini prende il posto di Alfio Russo, alla Stampa Alberto Ronchey sostituisce dopo una direzione ultraventennale Giulio De Benedetti, Piero Ottone va a Genova a dirigere il Secolo XIX mentre Alberto Cavallari ottiene la poltrona del quotidiano veneziano il Gazzettino. Domenico Bartoli, infine, succede a Spadolini nella direzione del bolognese Resto del Carlino. Il mondo dei grandi media cerca, insomma, con un rimescolamento un po’ tardivo delle carte, di mettersi al passo con i grandi cambiamenti in atto nella società italiana degli anni Sessanta. Se la contestazione, da parte dei giovani, inizia a manifestarsi palesemente a partire dal 1967, prima di tutto nelle università, il centrosinistra appare, nonostante i limiti, una formula governativa capace di assicurare un quadro istituzionale più aperto dei precedenti al dibattito e alla sperimentazione politica e culturale. -
« You can’t run the Church on Hail Marys »
« Non si può mandare avanti la Chiesa con le Ave Maria » (The Observer, 25 maggio 1986)
Paul Casimir Marcinkus (Cicero, 15 gennaio 1922 – Sun City, 20 febbraio 2006), arcivescovo cattolico -
Catanzaro, 15 settembre 1977. Il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, depone in aula al quarto processo per la strage di Piazza Fontana -
Silvio Berlusconi, in una foto pubblicata sul settimanale “Oggi”, fine anni Settanta -
Licio Gelli, copertina de «L’Espresso» (1983)
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