Eroi borghesi, eroi operai, servitori dello Stato. Gli anni di piombo visti dalla parte delle vittime

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Il 13 maggio 1980 il Presidente della Repubblica Sandro Pertini conferisce a Rocco Gatto la medaglia d’oro al valor civile:
«Pur consapevole dei pericoli cui andava incontro, non esitava a collaborare ai fini di giustizia nella lotta contro la mafia e a reagire con audacia alle intimidazioni di cui era fatto oggetto. Cadeva sotto i colpi d’arma da fuoco in un vile e proditorio agguato tesogli da due appartenenti alla suddetta organizzazione. Mirabile esempio di spirito civico e di non comune coraggio» -
Ottaviano (NA), 7 novembre 1980. Ore 6:45. Il trentaduenne Domenico Beneventano, medico chirurgo presso il San Gennaro di Napoli, sta uscendo dalla propria abitazione per recarsi in ospedale come tutte le mattine. Affacciata alla finestra dell’appartamento, la signora Dora osserva il proprio figlio incamminarsi verso l’automobile, una Simca 1000 di colore verde, parcheggiata nelle immediate vicinanze dell’edificio. Il medico non fa in tempo ad entrare nell’abitacolo che viene immediatamente fermato da una voce. C’è qualcuno che lo sta chiamando: «Dottò…dottò…dottore!». Beneventano si gira verso una Fiat 128 di colore blu, ma l’uomo all’interno della vettura estrae una pistola facendo fuoco dal finestrino. Domenico Beneventano viene ammazzato con una rapida successione di pallottole sotto gli occhi lacrimanti della madre. La modalità dell’omicidio fa subito pensare ad un agguato di camorra. Quella di Beneventano, consigliere comunale in quota Pci al comune di Ottaviano, è infatti una storia di costante opposizione agli interessi camorristici specialmente nel settore dell’edilizia. Una opposizione pagata con la vita. -
Genova, 24 gennaio 1979. Sono le 6:30 di un mattino uggioso. Lungo via Ischia, nel quartiere popolare di Oregina, l’operaio Guido Rossa viene ucciso da un commando delle Brigate rosse -
8 ottobre 1982. In compagnia dell’ausiliario Giovanni Bertello, il vice brigadiere Atzei è fermo con la vettura di servizio in una strada di campagna, nei pressi di un piccolo nucleo abitato in una frazione di Rocca Canavese. I militari hanno appena istituito un posto di blocco. Il giovane Bertello impugna il mitra M12 di ordinanza mentre il carabiniere più anziano controlla i documenti ai passeggeri delle vetture fermate. Tutto sembra regolare, tranquillo, come sempre in quella zona. Dopo un’ora i due stanno per fare rientro in caserma ma si attardano alcuni minuti per scambiare quattro chiacchiere con un contadino. Nel frattempo passa una Dyane 6 seguita da una Renault 5 di colore blu. Atzei è insospettito da qualcosa e solleva la paletta facendo cenno al conducente della Renault di fermarsi. L’automobile accosta immediatamente. All’interno della vettura siedono quattro giovani. Non appena il vicebrigadiere si avvicina al finestrino per chiedere i documenti, gli occupanti dell’abitacolo estraggono delle pistole facendo fuoco verso i militari colti alla sprovvista.
Atzei cade al suolo, è gravemente ferito al petto. L’ausiliario risponde subito al fuoco ma viene raggiunto da alcuni colpi all’anca e al braccio, lasciando cadere il mitra sull’asfalto. Bertello afferra quindi la pistola di ordinanza ma l’arma gli viene subito strappata dai malviventi che si impossessano anche dell’M12. Uno dei quattro ragazzi prova a sparare il colpo di grazia al giovane ausiliario ma la pistola è inceppata. «Lascialo perdere, dai, andiamo via!» esclama uno dei complici. Il gruppo abbandona la Renault crivellata di proiettili e si allontana a bordo dell’auto di un artigiano parcheggiata nelle vicinanze. L’arrivo dei soccorsi, per il vicebrigadiere Atzei, si rivelerà inutile. -
Domenica, 4 agosto 1974. #accaddeoggi
Il convoglio «Italicus» 1486 è partito dalla stazione di Roma Tiburtina ed è diretto a Monaco di Baviera. Su quel treno viaggia Silver Sirotti, giovane ferroviere forlivese.Sono le ore 01:16. Il treno viaggia lungo i binari della Grande Galleria dell’Appennino, in prossimità della stazione di San Benedetto Val di Sambro, sulla linea Firenze-Bologna. La vettura è quasi uscita dal tunnel quando ha luogo una terrificante esplosione. È notte ma per alcuni istanti il bagliore che fuoriesce dalla galleria illumina a giorno tutta l’area circostante. Silver sta bene, non si trova nell’area direttamente interessata dall’eplosione, tuttavia, rinuncia a mettersi in salvo per prestare soccorso ai passeggeri. Dopo essersi armato di estintore, il ragazzo corre spedito verso quell’inferno di fumo e fiamme, ignorando le grida di alcuni agenti di polizia che dai locali della stazione tentano invano di dissuaderlo.
Maria Russo ha diciannove anni ed ha appena perso il padre, la madre ed un fratello. Silver riesce a metterla in salvo ma non fa in tempo a salvare se stesso. Il giovane controllore forlivese muore tra le lamiere roventi dell’Italicus nel tentativo di mettere al sicuro altre vite umane. -
Francesco Evangelista, detto «Serpico», è uno degli agenti più noti della polizia romana anni ’70. Nato nel 1943 in provincia di Caserta, entra in polizia nel ’62 distinguendosi fin da subito per capacità e coraggio, elementi grazie ai quali gli verrà conferito il soprannome che rimanda al noto film con Al Pacino.
È il 28 maggio 1980, sono le ore 8:00. In corso Trieste, l’area antistante la scuola è gremita di studenti. Una Fiat 127 di colore blu è parcheggiata in prossimità dei giardinetti. Si tratta di un’auto civetta del Commissariato di Porta Pia. All’interno del veicolo siedono due poliziotti in borghese: il brigadiere Franco Evangelista di anni 37 e l’agente Giovanni D’Orefice, di anni 30. Dalle scale del liceo, la zona nelle immediate vicinanze dei ragazzi è invece sorvegliata da un agente in divisa, l’appuntato Antonio Manfreda, di anni 45.
Tra i giovani che affollano l’area attorno all’edificio non ci sono soltanto studenti. A bordo di una Vespa bianca targata Roma, un ragazzo e una ragazza di 21 anni rispondono ai nomi di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro. In sella ad un altro motoveicolo siedono due diciassettenni che non si trovano lì per seguire le lezioni, si tratta di Luigi Ciavardini e Giorgio Vale, mentre il più anziano del gruppo, il ventottenne Gilberto Cavallini, siede in un’automobile con altri due ragazzi, poco distante. Quei giovani, tutti armati e a volto scoperto, compongono un «commando» dei Nuclei Armati Rivoluzionari, il cui intento è quello di assaltare e disarmare gli agenti che sorvegliano il territorio. Il gruppo si divide: Vale si avvicina al poliziotto in divisa mentre Mambro, Fioravanti e Ciavardini accerchiano l’auto civetta. L’agente Manfreda si accorge di essere vittima di un agguato ed estrae la pistola ma il terrorista accanto a lui lo precede, ferendolo gravemente alla testa, al collo e ad una gamba. Udito il fragore delle pallottole esplose da Vale, iniziano a far fuoco anche gli altri, sparando all’impazzata sui poliziotti presi alla sprovvista. La Fiat 127 è interamente crivellata dai proiettili. L’agente Evangelista muore dilaniato da sette colpi di pistola esplosi a distanza ravvicinata. Il collega accanto a lui, colpito da sei proiettili, versa in gravissime condizioni. Dopo aver rubato la radio ricetrasmittente ed una pistola d’ordinanza, i terroristi si danno alla fuga.
Franco Evangelista lascia una moglie e due giovanissimi figli, Silvia e Federico. I colleghi si salveranno a seguito dell’intervento dei medici. Nel mese di giugno, il Presidente della Repubblica Sandro Pertini consegna la medaglia d’oro al valore civile alla vedova del poliziotto assassinato. La donna, la signora Carmina Ghizzoni, riuscirà diversi anni dopo a perdonare gli assassini. -
Napoli, 1976. I «Falchi» della Polizia di Stato. Al centro si riconoscono il Capo della Mobile Dott. Giuseppe Vecchi, il Dott. Vincenzo Ippolito e il Maresciallo Andrea Mormile (con gli occhiali scuri). Lo stesso Mormile verrà ucciso dalla camorra il 3 settembre 1982 mentre, fuori servizio, si trovava in compagnia di alcuni amici in un bar di Frattaminore. Gli arresti portati a termine da Mormile avevano infatti creato molti problemi ad alcuni boss in ascesa legati alla cosiddetta «Nuova camorra organizzata» di Raffaele Cutolo.
La foto è presente nel libro «Ragazzi con la pistola», scritto dal giornalista Giancarlo Maria Palombi (figlio di Luciano, il secondo in alto a destra nella foto).
Grazie alla pagina Falchi Napoli Fans Club -
Torino, 9 marzo 1979. Ore 13:15. Il campanello dell’Istituto tecnico Carlo Grassi segna la fine delle lezioni. Dopo aver scambiato due chiacchiere con il preside, il diciottenne Emanuele Iurilli, studente della classe V° F, si incammina verso la fermata dell’autobus. Il giovane deve far ritorno a casa, presso il Borgo San Paolo che dista circa 7 chilometri. Proprio in quella zona, nel frattempo, sta accadendo qualcosa.
Una Fiat 131 di colore verde avanza lentamente lungo via Lurisia per poi fermarsi all’angolo con via Millio, davanti ad un bar al civico 64/A, nei pressi dell’abitazione di Iurilli. Dal veicolo scendono due uomini. Sono piuttosto giovani, sui venticinque anni, ed entrano nel locale ordinando due caffè. Non appena vengono serviti dalla proprietaria i due estraggono le pistole intimando alla donna di restare calma. «Non siamo rapinatori, siamo compagni, state tranquilli!» esclama uno dei ragazzi. Subito dopo i terroristi spingono la signora nel retrobottega dove la legano e la imbavagliano assieme ai suoi familiari e ad una cliente.
A quel punto entra anche un terzo complice. Con sé ha una radio ricetrasmittente, un pacco di volantini ed un fucile mitragliatore. L’uomo telefona al centralino della Questura: «Venite subito, abbiamo appena preso un ladro!». L’intenzione è quella di tendere una trappola mortale alle forze dell’ordine. Per gli ostaggi trascorrono circa 40 minuti di tensione, poi uno dei terroristi afferma di aver sentito via radio la comunicazione dell’imminente arrivo degli agenti.
La Volante 11 parcheggia accanto alla Fiat 131. Fuori al locale c’è una giovane bionda in loden che nasconde una mitragliatrice Sten mentre nel veicolo siede un altro terrorista armato di pistola e Kalašnikov. I tre agenti scendono dalla vettura. L’appuntato Gaetano D’Angiullo entra per primo nel locale ma viene subito raggiunto all’addome da un colpo di pistola. Un collega risponde prontamente al fuoco con un mitra M12 mentre l’altro poliziotto estrae la pistola d’ordinanza.
In via Francesco Millio ha inizio una «pioggia di fuoco».
Non solo il bar ma l’intero tratto di strada è investito da una violentissima sparatoria. Proiettili di grosso calibro vengono esplosi in tutte le direzioni, dentro e fuori dal locale, raggiungendo anche l’interno delle case circostanti. Un uomo, vivo per miracolo, vede un proiettile forare la persiana della propria camera da letto. La donna con lo Sten colpisce per errore un suo «compagno» che tra le pallottole vaganti riesce a trascinarsi sanguinante fino all’automobile.
Proprio in quel frangente arriva l’autobus. La signora Elvira, madre di Emanuele Iurilli, si è affacciata alla finestra dopo aver udito gli spari. La donna vede suo figlio, lì, nel bel mezzo di un conflitto a fuoco. Il ragazzo cerca di mettersi in salvo nascondendosi tra due auto, una Lancia Fulvia e una Fiat 850, ma un proiettile lo raggiunge al braccio destro, perforandolo. La pallottola prosegue fin dentro il torace attraversando un polmone e il cuore.
Emanuele è riverso sull’asfalto. Al termine del feroce conflitto a fuoco i terroristi riescono a darsi alla fuga. Nel bar vengono rinvenuti dei volantini di Prima Linea inneggianti a «Barbara e Charlie» ossia Barbara Azzaroni e Matteo Cageggi, due militanti morti in uno scontro a fuoco con le forze dell’ordine avvenuto a Torino nel mese precedente. L’agguato aveva come obiettivo quello di vendicare la loro morte. -
Roma, 28 gennaio 1980.
Ore 18.00. Tre ragazzi a volto scoperto entrano in uno stabile al civico 47 di via Carlo della Rocca, nella zona urbanistica di Torpignattara. Giunti all’ottavo piano dell’edificio, i giovani svuotano una tanica di benzina sotto la porta di un appartamento e dopo aver suonato il campanello appiccano il fuoco con una bottiglia incendiaria.
Al divampare delle fiamme il gruppo di attentatori si dà immediatamente alla fuga. All’interno dell’abitazione colpita vi è la sessantaduenne Iolanda Rozzi. La donna è sola in casa e nell’aprire la porta viene completamente investita dalle fiamme. Il quarantasettenne Amleto Masci è un vicino di casa ed è stato richiamato dalle grida strazianti della signora. L’uomo attraversa il varco di fuoco e pur riportando alcune ustioni riesce a condurre fuori la malcapitata per poi stenderla sul pianerottolo. In breve tempo giungono i vigili del fuoco che riescono a domare l’incendio mentre le due vittime vengono trasportate d’urgenza al S.Eugenio. La prognosi è di 30 giorni per la donna e di una settimana per l’uomo. Sul posto gli investigatori rinvengono dei volantini con una stella a cinque punte. Si tratta di un attentato di matrice politica.
Ore 20.00. Squilla il telefono presso la redazione del quotidiano «Il Messaggero». Una voce camuffata dichiara quanto segue:
«L’Organizzazione proletaria combattente ha scovato e colpito una militante del partito antirivoluzionario nel suo appartamento in via Carlo della Rocca. Morte ai servi dell’imperialismo. Colpire la struttura e gli uomini».
Con ogni probabilità l’obiettivo dei terroristi era la sorella della signora Iolanda, Rosina Rozzi, 50 anni, responsabile della sezione DC di Torpignattara, fuori casa al momento dell’attentato. L’indomani i giornali dedicano pochissimo spazio alla vicenda. Tutto sembra essersi risolto senza gravi conseguenze. Purtroppo non è così.
Dal quotidiano «Il Messaggero» di mercoledi 27 febbraio 1980:
«È morta lunedì mattina, dopo quasi un mese di agonia, Iolanda Rozzi, la sorella della responsabile femminile della sezione DC di Torpignattara. La donna era rimasta gravemente ustionata in un attentato il 28 gennaio: terroristi ignoti avevano versato una grande quantità di liquido infiammabile sotto la porta dell’appartamento dove Iolanda Rozzi viveva con la sorella. La vittima era stata investita dalle fiamme. All’ospedale S.Eugenio le sue condizioni erano peggiorate per la setticemia provocata dalle ustioni che ha finito per bloccare i reni. Tre giorni prima della morte, Iolanda Rozzi è stata trasportata al S.Giovanni perché al S.Eugenio manca l’apparecchio per la dialisi. L’attentato era stato rivendicato dall'”Organizzazione proletaria combattente”».
A Iolanda Rozzi è intitolato un giardino di Torpignattara, lungo via Manfroni. -
Sul tema delle conseguenze, spesso sottovalutate, delle cosiddette «gambizzazioni» compiute dal partito armato durante gli anni di piombo, ci pare interessante riportare la recente testimonianza di Carlo Castellano, dirigente Ansaldo a Genova, rimasto vittima di un attentato nel novembre 1977.
«Ero andato a trovare l’ingegner Puri perché stavamo scrivendo un paper sulle partecipazioni statali. Era novembre, il 17 novembre, sono uscito da casa sua e volevo andare all’edicola che è all’inizio di via Nino Bixio. A un certo punto mi sono visto davanti due giovani, molto giovani, che hanno incominciato a spararmi. Io sentivo e vedevo i proiettili. Vedevo la fiamma dalle pistole e sentivo il dolore alle gambe. Allora ho cercato in qualche modo di scappare ma non riuscivo a muovermi. Ho cercato di fare qualche passo, per sottrarmi al fuoco. A un certo punto sono caduto, il proiettile che mi ha colpito all’addome probabilmente mi ha preso mentre stavo cadendo. Se volevano ammazzarmi mi ammazzavano subito, non c’era bisogno di spararmi soltanto alle gambe. Poi si è saputo che erano due, e uno che faceva il palo. […] Mi hanno sparato quattro proiettili: uno ce l’ho ancora in un ginocchio, ma non dà fastidio, un altro ha colpito più in basso, le dita del piede sono un po’ tutte contorte, ma chi se ne fotte. Un terzo è passato a un centimetro dal fegato. Quello è andato via, è entrato e uscito. Per fortuna, perché un centimetro più in là e io non starei qui a parlare. Il quarto ha spaccato l’arteria nella gamba ed è cominciato il disastro. Il sangue usciva a fiumi e quando sono arrivato al San Martino ero quasi dissanguato. Sono riusciti a salvarmi, però si è manifestata nei giorni successivi un’infezione devastante alla gamba. Praticamente era andata in pezzi, una necrosi gravissima. A Torino c’era un professore molto bravo. Mi ha fatto un’operazione per prendermi un pezzo di pelle qui sull’addome, isolarlo da una parte all’altra, poi me l’ha attaccato qui alla mano. E poi alla gamba, per farlo hanno tagliato il perone. Dieci anni fa mi avevano detto che era meglio tagliarla, la gamba. Ma l’idea di farmi tagliare la gamba mi sembrava un modo di dargliela vinta. Ho preferito resistere e sopportare decine di operazioni. Ma non gliel’ho data vinta. E qui mi fermo, non ce la faccio ad andare avanti. È stata ed è ancora durissima».
[Fonte: Corriere della Sera, 7 dicembre 2019] -
Copertina di «Stop» dedicata a Enrico Pizzamiglio, il dodicenne che si trovava presso la Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano nel pomeriggio del 12 dicembre 1969, durante l’attentato dinamitardo noto come «La strage di Piazza Fontana». Con gli arti inferiori dilaniati dall’esplosione, il ragazzino fu ricoverato d’urgenza al Policlinico di via Sforza dove subì l’amputazione di una gamba -
Roma, 11 maggio 1983. Al civico 3 di via Torriglia, gli agenti della Digos scoprono un covo terroristico dei «Nuclei per il potere proletario armato», un movimento di estrema sinistra composto da giovani fiancheggiatori delle Brigate Rosse. All’interno dell’abitazione le forze dell’ordine rinvengono il drappo rosso dell’organizzazione, alcuni bossoli e una fotografia che ritrae il «processo proletario» subito alcuni mesi prima da Germana Stefanini, 57 anni, invalida civile e vigilatrice del reparto femminile di Rebibbia, uccisa con un colpo di pistola alla nuca.
La polizia arresta l’affittuario dell’appartamento, un giovane studente di architettura: Valerio Ruffo Albanese, venticinque anni, figlio di un generale dell’esercito e della preside di un rinomato liceo romano. Risultano invece autori dell’omicidio Stefanini: il ventisettenne Carlo Garavaglia e i ventitreenni Francesco Donati e Barbara Fabrizi. Saranno arrestati qualche giorno dopo durante un tentativo di rapina ad un ufficio postale.
Nel pomeriggio del 28 gennaio 1983, Germana Stefanini è stata bloccata nella propria abitazione al ritorno dalla giornata lavorativa presso il carcere di Rebibbia. Dopo aver messo a soqquadro l’appartamento e prima di eseguire la condanna a morte, i terroristi hanno sottoposto la donna ad un interrogatorio. Tra i materiali sequestrati dagli agenti all’interno del covo di via Torriglia vi è anche un’audiocassetta che custodisce l’audio dell’intero «processo». -
Genova, 21 novembre 1979. Ore 7:10. Un’Alfetta del nucleo operativo radiomobile dei Carabinieri si accinge a parcheggiare nelle immediate vicinanze del bar «Angelo», al civico 16 di via Monti. Dalla vettura scendono due militari. Uno è il maresciallo Vittorio Battaglini, quarantaquattro anni, toscano, padre di due figli. L’altro è Mario Tosa, ventisei anni, genovese. A poca distanza dalla caserma i due stanno per svolgere regolare servizio di pattugliamento ma prima di iniziare la giornata lavorativa vogliono concedersi, come ogni mattina, un caffè al bancone del loro bar di fiducia.
Mentre gli uomini in divisa sono intenti a girare i cucchiaini nelle tazzine, entrano nel locale quattro giovani a volto scoperto, con baffi e occhiali da sole. Il barista intuisce il pericolo e si getta rapidamente a terra. Quei ragazzi sono armati e fanno fuoco contro i militari colpendoli alle spalle con un totale di undici proiettili esplosi, due dei quali vengono inferti alle tempie delle vittime come «colpi di grazia». Dopo la brutale esecuzione i quattro rubano le mitragliatrici di ordinanza dei carabinieri e scappano a bordo di una Fiat 128. Visibilmente sconvolto il gestore del bar riesce a trovare la lucidità di impugnare il telefono e chiamare i soccorsi. L’arrivo dell’autoambulanza, purtroppo, si rivelerà inutile.
Una telefonata al quotidiano «Corriere Mercantile» rivendica l’agguato con le seguenti parole: «Qui colonna Francesco Berardi. Pattugliando la zona di Sampierdarena abbiamo intercettato, attaccato e annientato l’equipaggio di una ‘gazzella’ dei carabinieri. Seguirà volantino. Onore a tutti i caduti dei lager di stato». -
Napoli, 11 ottobre 1978. Ore 8.35. In via Consalvo Carelli, nel quartiere Vomero, una vecchia Bianchina accede all’autorimessa del civico 7, percorrendo la breve discesa che conduce ai parcheggi e alla piccola officina. Dalla vettura scende una donna con i capelli corti. È bionda, esile, bassina, piuttosto giovane. Indossa un paio di jeans attillati e sotto ad un giubbotto scuro una lunga camiciola le arriva fino alle ginocchia. I dipendenti dell’autorimessa la osservano avvicinarsi mentre chiede un cambio dell’olio per la sua macchina. Nel frattempo scende dall’auto anche un ragazzo. È più alto di lei, bruno, capelli ricci, basette lunghe e folte. Indossa un camice nero. I due appaiono piuttosto seriosi, silenziosi, ma non sembrano destare alcun sospetto. Uno dei garagisti si mette subito a lavoro.
Ore 08.40. Dall’ingresso del garage giunge a piedi un uomo in giacca e cravatta, robusto, un po’ stempiato, sulla cinquantina. Indossa un paio di occhiali ed ha con sé una valigetta in pelle nera. È il professor Alfredo Paolella, docente universitario, medico legale, criminologo, collaboratore del Ministero della giustizia e del dottor Girolamo Tartaglione, magistrato assassinato meno di 24 ore prima dalle Brigate Rosse a Roma. Ordinario al II° Policlinico, Paolella ha creato un corso per la formazione di esperti in criminologia clinica, è direttore del Centro di Osservazione Criminologico per le regioni Campania, Basilicata e Puglia (con sede presso il carcere di Poggioreale) ed è componente della Commissione Nazionale per la riforma penitenziaria. Cinque colpi di pistola rimbombano assordanti nell’autorimessa. Dopo aver colpito Paolella alla gola e all’addome con una calibro 38, i terroristi vogliono essere sicuri di aver portato a termine il «lavoro». Il giovane in camice nero punta alla nuca del professore e spara l’ultimo proiettile a distanza ravvicinata. Il garagista e i proprietari della struttura restano immobili, pietrificati dalla paura. La Bianchina (che poi risulterà rubata) resta lì. Dopo essere scappati in strada i quattro giovani si dileguano rapidamente a bordo di una Vespa e di una motocicletta di grossa cilindrata. Ad accorrere di corsa dopo pochi minuti sono proprio i familiari della vittima: la moglie Luisa e i due figli, Maria Rosaria e Giovanni, di venti e ventidue anni. Si tratta del primo omicidio ufficialmente rivendicato dall’organizzazione armata di estrema sinistra denominata Prima Linea. Per questo delitto saranno condannati Susanna Ronconi, Nicola Solimano, Sonia Benedetti, Bruno La Ronga e Felice Maresca. La Corte assolverà invece Sergio Segio e Marco Donat Cattin. -
Roma, 5 Marzo 1982, ore 10:30. Un commando dei Nuclei Armati Rivoluzionari sta effettuando una rapina presso la Banca Nazionale del Lavoro di piazza Irnerio. I neofascisti Roberto Nistri, Fabrizio Zani e i fratelli Ciro e Livio Lai si trovano all’interno dell’edificio mentre a coprire l’azione dall’esterno ci sono Giorgio Vale, Francesca Mambro e Stefano Procopio. Dopo aver disarmato un vigilante, Nistri scandisce a voce alta il tempo che resta per portare a termine l’operazione: «Mancano trenta secondi… venticinque… venti… più veloci, presto!». Nel frattempo Zani e i fratelli Lai svaligiano le casse in fretta e furia.
Per strada un passante si accorge di quanto sta accadendo e allerta una volante della polizia in transito nelle vicinanze. Accorrono alcune guardie giurate da un’altra filiale e nel frattempo l’allarme è giunto alla centrale di polizia che ha inviato altre volanti. La banca è circondata: sta per avere inizio una violentissima sparatoria. All’imboccatura di via Accursio, disteso sull’asfalto in una pozza di sangue accanto al marciapiede, c’è il corpo senza vita di un ragazzo giovanissimo. Alessandro Caravillani, liceale diciassettenne, si è trovato di passaggio nel bel mezzo del conflitto a fuoco. Dopo una prima ferita al ginocchio è stato raggiunto alla testa da un proiettile di rimbalzo che si è rivelato fatale.
La sentenza 29 luglio 1986 della Corte di Assise di Roma (Sez. V, f. 530), sulla base di accertamenti peritali, balistici e necroscopici affermerà che il colpo letale partì dal fucile d’assalto Sig. Manurhin mod. F.S.A. MR 222 Rem di Livio Lai. Pur essendo l’esecutore materiale dell’omicidio, grazie alla dissociazione Lai riceverà una condanna a 15 anni di detenzione (che diventeranno complessivamente 22 con l’aggiunta altri reati). Fabrizio Zani, Roberto Nistri e Francesca Mambro saranno invece condannati all’ergastolo.
Ad Alessandro Caravillani saranno intitolati il liceo artistico da lui frequentato e l’area nella quale fu ucciso (Largo Alessandro Caravillani). -
Milano, 1° dicembre 1978. Ore 3:45. In un appartamento al civico 4 di via Adige, la signora Marianna apre la finestra della sua camera da letto dopo aver udito degli spari. Tre uomini giacciono in una pozza di sangue sull’asfalto. La donna in lacrime riconosce uno dei feriti: è il signor Piero Antonio, suo marito. La signora si precipita in strada in preda al panico, il padre dei suoi figli è ancora vivo ma nonostante l’arrivo dei soccorsi morirà poco dopo al Policlinico, come gli altri due.
Le vittime hanno torace e addome bucati da pallettoni per la caccia al cinghiale e proiettili calibro 38 special. Il triplice omicidio lascerebbe pensare ad un regolamento di conti, ma ciò che lascia perplessi gli inquirenti è l’estraneità delle vittime con gli ambienti criminali: Piero Antonio Magri, 39 anni, negoziante presso una tappezzeria. Domenico Bornazzini, 30 anni, detective privato. Carlo Lombardi, 35 anni, macellaio. Tre onesti padri di famiglia che non hanno alcun legame con la malavita né tanto meno con la violenza politica. E allora chi li ha uccisi? La risposta è tanto assurda quanto spaventosa.
Per ricomporre le tessere di questo folle mosaico bisogna andare a ritroso nel tempo di alcune ore. I tre uomini si trovano in un bar di Porta Romana. Nel locale c’è agitazione poiché chiacchierando tra sconosciuti è sorto casualmente un dibattito politico. Due giovani, visibilmente ubriachi, sembrano particolarmente irritati dalle opinioni esternate dai tre, ed affermano che «nei quartieri proletari l’autorità dei comunisti rivoluzionari non dovrebbe essere messa in discussione». Dopo alcuni tentativi di imporsi con veemenza nella discussione iniziano a volare parole grosse, minacce e insulti. I due ragazzi vengono allontanati dal gestore del locale che li mette alla porta per via del loro comportamento molesto. I giovani sono estremisti di sinistra: Maurizio Baldasseroni e Oscar Tagliaferri, vicini all’organizzazione terroristica Prima Linea. Dopo qualche ora i due tornano armati di fucile a pompa Smith & Wesson ed un Revolver Astra ma il bar è ormai chiuso. Gli estremisti armati non si arrendono e dopo aver fatto il giro dell’isolato trovano i tre uomini in un’auto sotto l’abitazione di Magri. Ha inizio una vera e propria strage. -
Genova, 23 maggio 1979, ore 07:55. Siamo al civico 11 di corso Dogali e la signora Rossella Sborgi, consigliere comunale della Democrazia Cristiana e responsabile regionale dell’Azione Cattolica, si sta accingendo come ogni mattina ad uscire dal proprio appartamento per recarsi presso l’istituto scolastico Bertani, dove esercita la professione di insegnante. Giunta in ascensore al pian terreno, la donna nota uno sconosciuto sulla trentina che la osserva accanto al portone.
Dopo pochi istanti l’uomo estrae una pistola e la punta al viso della professoressa. «Stai zitta e buona che non ti facciamo niente!». A quel punto entrano in azione altre due persone, un ragazzo e una ragazza; tra le mani stringono un paio di manette, un barattolo di colla, una macchina fotografia Polaroid ed un cartello la cui sigla stampata non lascia spazio a dubbi sull’identità dei malviventi.
In breve tempo la signora si ritrova ammanettata ad una ringhiera con un cartello delle Brigate Rosse appeso al collo e la scritta: «Colpire i servi della DC ovunque!». Prima di darsi alla fuga i terroristi versano la colla sui capelli della donna e scattano alcune fotografie.
«Sono stata calmissima — commenta la professoressa — il professor Peschiera mi aveva detto che bisogna fare così, altrimenti quelli ammazzano». Il professor Filippo Peschiera, coordinatore della DC di Genova, era stato gambizzato dalle BR nel gennaio del 1978. -
Bologna, 13 marzo 1979. Ore 16:55. Un «commando» di militanti di estrema sinistra fa irruzione negli uffici dell’ASEM (Associazione Stampa Emilia Romagna-Marche), sede del sindacato dei giornalisti di via San Giorgio. Il gruppo è composto da due uomini e una donna.
Armati e con il volto coperto dai passamontagna, i tre costringono l’unico impiegato lì presente, il sessantunenne Luigi Costa, a consegnar loro alcuni fascicoli inerenti all’osservatorio su fatti di terrorismo. Dopo aver svaligiato la cassa (un «bottino» di circa 40.000 lire) i terroristi si appropriano anche del portafogli dell’uomo. In quel momento si trova ad entrare in sede la signora Eulalia Amici, vedova del noto giornalista sportivo Severo Boschi. Assieme al signor Costa la donna viene chiusa all’interno di un piccolo bagno. Ai due viene intimato di stare in silenzio e di non muoversi.
A quel punto, prima di darsi alla fuga, i malviventi gettano un ordigno incendiario all’interno dell’ufficio, appiccando un rogo che si estende con estrema rapidità. Quando i due prigionieri escono dal gabinetto si ritrovano circondati dalle fiamme ed impossibilitati a lasciare l’edificio. Affacciatosi alla finestra, il signor Costa riesce ad allertare i passanti e in breve tempo accorrono i vigili del fuoco che domano l’incendio e mettono in salvo i due malcapitati.
La sede è completamente distrutta ma il pericolo più grande sembrerebbe scampato. Purtroppo non è così. Il dramma, quello vero, si è consumato già. Le fiamme e le esalazioni sono penetrate nell’abitazione del piano superiore dove in quel frangente vi erano tre donne. La signora Ester Ginnasi Poggiolini, di 82 anni, versa in gravissime condizioni: è in stato asfittico con collasso cardiocircolatorio e verrà ricoverata d’urgenza. La signora Tiziana Bontempi è riuscita a scappare dai tetti e se l’è cavata con qualche ustione e tanta paura. La signora Graziella Fava, invece, non ce l’ha fatta. Il corpo della donna risulta ustionato ma la morte è avvenuta per asfissia. I fumi del rogo hanno creato una nube nera irrespirabile e la donna è svenuta nel disperato tentativo di mettersi in salvo. Cinquantenne, domestica presso l’appartamento della Ginnasi Poggiolini, la signora Fava è stata trovata distesa senza vita sul pianerottolo, dinnanzi alla porta dell’ascensore.
Il responsabili della morte di Graziella Fava restano tutt’ora ignoti. -
Torino, 11 dicembre 1979. Ore 15.00. Al civico 115 di via Ventimiglia, presso l’aula magna della Scuola di Amministrazione Aziendale, la professoressa Barberis sta tenendo una lezione di statistica dinnanzi a novanta studenti. Fondata nel 1957 dall’economista Federico Maria Pacces, la SAA di Torino è ispirata al modello statunitense e rappresenta una «business school» all’avanguardia per la formazione di dirigenti e quadri intermedi per le aziende.
«Ecco la scuola dei padroni!» è il commento sprezzante dei militanti di Prima Linea che hanno appena fatto irruzione nell’edificio. Il commando è composto da almeno sette persone. Alcuni testimoni affermano di averne viste dieci o forse anche di più. I terroristi sono tutti a volto scoperto e tra loro si notano tre donne. Il gruppo armato irrompe in aula magna. L’uomo in loden punta un fucile d’assalto contro la professoressa. «State tranquilli, non vi succederà niente. Mettete le mani sulle ginocchia e abbassate il capo. Siete sotto il tiro di un AK 47 di fabbricazione sovietica!». I presenti vengono fatti mettere in ginocchio, con lo sguardo rivolto al pavimento. Nel frattempo, gli altri membri del gruppo raccolgono studenti e insegnanti dal corridoio e dalle aule adiacenti trascinandoli in aula magna con la minaccia delle armi. Una delle giovani donne del commando prende il posto della docente. La ragazza: minuta, bionda, capelli corti e accento emiliano, legge un comunicato agli studenti. «Siamo di Prima Linea, l’edificio è occupato. Noi vogliamo rivoluzionare il sistema, questo non è che il proseguimento dell’azione intrapresa con l’eliminazione di Carlo Ghiglieno [dirigente Fiat ucciso due mesi prima, ndr]. Abbandonate questi studi! Noi ce l’abbiamo proprio con la classe dirigente! Non dovete più venire in questa scuola, guai a voi se non obbedirete! Qui si formano i quadri dirigenti per le multinazionali, non fate più questi studi…».
Dopo aver concesso qualche domanda agli studenti, i terroristi passano alla fase cruenta dell’operazione conducendo una parte degli ostaggi nei gabinetti dove vengono legati e imbavagliati. Uno degli uomini del commando chiede i documenti ai vari insegnanti e dà inizio ad un’accurata selezione. Assieme al professor Vincenzo Musso, di 42 anni, vengono scelti altri insegnanti con ruoli da dirigenti. Successivamente i terroristi scelgono anche cinque studenti che muovono i primi passi nell’ambiente lavorativo.
Le vittime prescelte vengono spinte in corridoio e messe contro il muro. Il silenzio glaciale di quei minuti di tensione viene prima infranto da sventagliate di mitra e colpi di pistola, poi dalle grida di paura e dolore delle persone gambizzate. Il pavimento si tinge subito di rosso. Prima di andare via i terroristi scrivono slogan inneggianti a Prima Linea sulla lavagna di un’aula e poi sulle mura del corridoio con una bomboletta di vernice rossa. -
Il racconto di Lucia Calzari, sorella di Clementina Calzari Trebeschi, una delle vittime della strage di piazza della Loggia.
«Io e la Clem eravamo sorelle gemelle non monozigote. Ci siamo amate follemente, come forse solo i gemelli possono fare. Stavamo bene solo se eravamo insieme e, pur essendo molto diverse, fisicamente e dal punto di vista del carattere, mai si è creata tra di noi una situazione di competizione o di sottomissione. Fino al ’74. Io e la Clem avevamo trentadue anni.
Il 28 maggio c’era lo sciopero proclamato dai sindacati confederali, io andai al corteo con la Clem e ricordo che arrivammo in piazza parlando del più e del meno. Pioveva e la Clem e Alberto avevano lasciato a casa Giorgino, che portavano quasi sempre con loro. Mio marito faceva servizio d’ordine per la Fiom. La piazza era molto affollata, anche se era una mattinata molto grigia. Qualche giorno prima c’era stata la morte di un fascista saltato per aria sulla moto mentre trasportava una bomba. Il clima politico era teso, però nessuno di noi aveva l’idea che potesse accadere qualcosa. Poi la piazza era l’occasione per stare insieme e vederci, così ci trovammo tutti lì. Per ripararci dalla pioggia ci riunimmo sotto il portico, dove stavamo anche molto stretti. Proprio accanto a un cestino dei rifiuti.
Alberto fu scaraventato a metà della piazza, la Clem fu praticamente annientata e poi Livia, Giulietta, Pinto…
Si creò un prima e un dopo. Prima era il mondo della scoperta, delle idee, delle discussioni, della crescita, dello stare insieme per capire, per divertirsi, per vivere. Dopo era un vuoto, un buco, come se tutto si fosse fermato. E poi le forze che non c’erano più e poi la perdita enorme. Ci ho messo anni a riprendermi. Mia madre si chiuse in casa. Io e mamma abbiamo continuato a parlare di Clem, a ricordarla nella vita normale, ma non abbiamo mai parlato di piazza della Loggia. Mai una volta. È stato molto duro, molto duro.
Oggi cammino, faccio tutto. Ma allora, per riabituarmi a stare in mezzo alla gente ce n’è voluta: per me due persone erano una folla, mi terrorizzavano. Andai tantissimo al cinema per rieducarmi a stare insieme agli altri, pensavo che se ogni giorno stavo insieme alla gente, in un ambiente buio, forse…
Il problema è stata la labirintite che è il motivo per cui, poi, ho fatto la preside. Avevamo sempre pensato che non dovessimo occupare i posti di comando, perché si conta alla base. Quello era uno dei nostri miti, ma ahimé ci siamo accorti che non è così. Comunque, a parte questo, non potevo più restare in classe, nel senso che se due persone parlavano insieme per me tutto diventava incomprensibile.
Adesso poi ho perso completamente il timpano, quindi ho risolto il problema. Sono solo sorda da un orecchio. Ora pure in pensione. Continuo a dare una mano, vado al sindacato tutti i giorni.
Il figlio della Clem? Giorgino è cresciuto bene con Arnaldo, il fratello di Alberto, e con Luciana. Loro avevano già tre figli, due gemelle e un maschio più o meno dell’età di Giorgio. Io l’avrei voluto tenere, ma la mie condizioni inizialmente sembravano disperate. Fra l’altro la Clem e Alberto abitavano nell’appartamento sopra a quello del fratello e della cognata e appena accadde il fatto Arnaldo portò immediatamente Giorgino al piano terra. Nonostante fosse molto piccolo Giorgio rimase molto scioccato: riteneva che tutti quelli che uscivano da una stanza non sarebbero più ritornati. Ha vissuto in braccio a Luciana per un anno intero, prima di normalizzarsi. Devo però dire che poi è cresciuto bene, tranquillo. Oggi è laureato in Economia e Commercio, ha girato mezzo mondo, lavora a Londra in una grande banca. Credo proprio che Giorgio sia il figlio che la Clem e Alberto avrebbero desiderato: molto bravo a scuola, molto affettuoso, sensibile, generoso, intelligente. E però Giorgio ha il carattere, la stoffa della Clem. È determinato, sa quel che vuole e sa anche come fare ad arrivarci. Forse è per questo che con lui non sono riuscita ad avere un gran rapporto.
Le assomiglia troppo, me la ricorda troppo».
(Le dichiarazioni di Lucia Calzari sono tratte da una intervista pubblicata sul sito www.unacitta.it. Pagina Facebook: rivista UNA CITTA’) -
Napoli, 30 settembre 1978. Ore 21:30. A soccorrere un giovane con il cranio fracassato, nei pressi di un cinema, sono alcuni automobilisti che poi partono di corsa verso l’ospedale Loreto Crispi. Le parole dei medici non sono affatto rassicuranti.
Chi è quel ragazzo? È sabato sera tra i tavolini della birreria Lowenbrau. Decine di ragazzi si sono dati appuntamento per bere da un boccale sotto le stelle, mangiare qualcosa in compagnia e magari fare due passi verso il lungomare. Siamo a piazza Sannazaro, una delle zone «rosse» della città, tra studenti «capelloni» e militanti di sinistra. A circa tre chilometri di distanza, nel quartiere Vomero, sorge invece la roccaforte «nera» di piazza Vanvitelli, solito ritrovo dei neofascisti partenopei. È proprio da lì che è appena giunto un manipolo di giovani. Sono una decina, tutti a volto coperto: fazzoletti sul viso e colli delle maglie rialzati. Nelle mani stringono spranghe e bastoni, l’occorrente per una spedizione punitiva.
Il gruppo punta direttamente alla birreria. Tra i clienti c’è una ragazza di nome Paola che sul tavolo sfoglia una copia di Lotta Continua. Uno dei fascisti prende il quotidiano e dopo aver esclamato «Che bel giornale!» lo straccia per poi malmenare il ragazzo seduto accanto alla giovane donna, il ventiquattrenne Giuseppe Aversa, che si ritrova a terra dopo aver ricevuto una forte bastonata al capo.Volano pugni e schiaffi anche ai danni di un altro giovane. Tra gli avventori del locale si scatena il panico ed ha inizio un «fuggi fuggi» generale. Gli assalitori si dileguano sparpagliandosi lungo la strada.
Il ventenne Claudio Miccoli decide di alzarsi dal proprio tavolo e di inseguire i neofascisti assieme a due amici giovanissimi: Massimo Stella e Vincenzo Salemme (omonimo del noto attore) di 15 e 16 anni. Ambientalista, animalista e militante attivo del WWF (di cui è segretario provinciale), Miccoli ha idee politiche di sinistra ma è anche un convinto pacifista. Il suo intento è quello di individuare gli aggressori e di scegliere la strada del dialogo e della ragione. Nasce subito un diverbio e uno dei fascisti, il diciottenne Ernesto Nonno, colpisce ripetutamente Miccoli al capo con un bastone, assestando dei colpi al cranio. Dei colpi molto duri.
Trasportato da un passante al Loreto Crispi e trasferito d’urgenza al Cardarelli, il ragazzo entra in coma e muore dopo sei giorni di agonia.
Adempiendo alle volontà del giovane, il padre di Claudio autorizza l’espianto delle cornee, ridando la vista ad un trentenne di Oliena, in provincia di Nuoro, da alcuni anni costretto ad una condizione di cecità. Nel frattempo le indagini della Digos sono tutte concentrate negli ambienti neofascisti del quartiere Vomero e giungono rapidamente al gruppo di aggressori. I responsabili saranno condannati nella primavera del 1981 a condanne tra i sei e i quattordici anni di detenzione. -
Anticipando di oltre un decennio le macabre trovate di gruppi metal come i Mayhem o i Brujeria (che negli anni ’90 scioccheranno il pubblico con fotografie di cadaveri sulle copertine di alcuni album) nel 1979 la rock-band svedese dei Leather Nun pubblica «Slow Death», un EP di quattro tracce prodotto dalla Industrial Records. La copertina del disco mostra la fotografia in bianco e nero di un giovane sfigurato da terribili ustioni su tutto il corpo. Non si tratta di finzione, purtroppo è un’immagine reale e non ha nulla a che vedere con il mondo della musica, né tanto meno con la Svezia.
Si tratta di una fotografia estrapolata dalle cronache del nostro Paese. Quel ragazzo con il corpo devastato dalle fiamme è il ventiduenne Roberto Crescenzio, una delle tante vittime della violenza politica italiana degli anni ’70. Una vittima innocente, poiché con le faide tra «rossi» e «neri» non ha mai avuto nulla a che fare. Roberto non si occupava di politica, trascorreva le sue giornate a studiare e a lavorare. La sua unica colpa è stata quella di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.
La morte di Walter Rossi nel settembre 1977 innesca una serie di rappresaglie con roghi alle sezioni del Fuan e del MSI. Da Roma le violenze investono tutta Italia con numerose manifestazioni di protesta. Il giorno seguente, anche a Torino, Lotta Continua scende in piazza. Il corteo, composto da circa tremila persone, partito da piazza Solferino si dirige verso Corso Francia, dove ha sede una sezione del MSI. I primi incidenti hanno inizio intorno alle 11:00, dando vita a tre ore di intensa guerriglia. Polizia e carabinieri respingono più volte i tentativi di assalto dei gruppi di sinistra ma molti giovani rincarano la dose con lancio di sassi e bottiglie molotov.
Mentre il corteo si sposta verso Piazza Castello, un piccolo gruppetto composto da poco più di una decina di giovani si dirige in via Po, dove ha sede il bar Angelo Azzurro. Tra i militanti di estrema sinistra gira la voce (poi rivelatasi infondata) che quel locale sia il ritrovo di neofascisti.
All’interno del bar c’è poca gente. Roberto Crescenzio non è un cliente abituale ma in quel momento è una delle quattro persone lì presenti. Figlio unico di un imbianchino e di una casalinga emigrati dal Veneto, Roberto la mattina lavora come assistente di laboratorio presso l’istituto tecnico industriale Spagnesi e la sera studia dalle sue dispense di chimica e tecnologia farmaceutica. Da poco ha ricevuto una lettera per il servizio militare e non sa se questa volta riuscirà a fare il rinvio. Manca un quarto d’ora a mezzogiorno quando parte l’assalto. Una serie di molotov esplode all’interno del locale. Roberto cerca rifugio chiudendosi nel bagno ma d’improvviso l’incendio divampa verso di lui divorando la moquette. Il giovane è in trappola e in un disperato tentativo di salvezza apre la porta e attraversa un vero e proprio muro di fuoco, attraversando le fiamme verso l’uscita. È una torcia umana. Per strada viene soccorso dai passanti che cercano di aiutarlo nell’attesa dell’ambulanza, facendolo sedere ad una sedia, togliendogli le scarpe ed i vestiti che ormai sono incollati sulle sue carni arse. È in questo momento che viene scattata la famosa fotografia che lo ritrae in agonia e che sarà di grande impatto per l’opinione pubblica italiana e internazionale.
Roberto Crescenzio giungerà in ospedale con il 90% del corpo ustionato. Morirà due giorni dopo per collasso cardio-circolatorio. -
«Questa mattina un gruppo di fuoco dell’organizzazione comunista Prima Linea, composto di sole compagne, ha colpito una sorvegliante della sezione femminile delle “Nuove”, Rossella Napolitano, che si è particolarmente distinta per zelo e solerzia nel compiere il suo sporco mestiere di spia e di guardiana…»
Inizia così il lungo comunicato di Prima Linea rinvenuto in una cabina telefonica di Torino, all’angolo tra via della Rocca e via Giolitti, la mattina del 5 febbraio 1979. La donna, vigilante presso il complesso delle Carceri Nuove, è stata bersaglio di una serie di colpi di arma da fuoco esplosi da un gruppo di ragazze lungo la strada, all’altezza del civico 29 di via Villarbasse. In merito all’agguato, il pentito di Prima Linea Roberto Sandalo affermerà quanto segue:
«La mia fonte fu l’Andrea che me ne parlò nell’estate del ’79. Ero venuto io sul discorso chiedendogli ove avessero trovato tutte quelle donne che avevano partecipato all’azione. Mi rispose che per l’occasione era stato formato il nucleo nazionale femminile. Parteciparono: Susanna Ronconi, la Silveria, la Azzaroni e la Florinda Petrella. Sul piano militare l’azione fu criticata perché si erano esplosi numerosi colpi e uno solo era andato a segno. Era comunque una gambizzazione». -
Il 6 giugno 1978, i Pac uccidono Antonio Santoro, comandante degli agenti di custodia del carcere di Udine. Nonostante la sua sia una posizione ad altissimo rischio, Santoro suole recarsi a lavoro ogni mattina a piedi. Lungo il percorso incrocia e supera una coppia che si scambia tenere effusioni amorose, ma quando il comandante è ormai andato avanti di qualche metro il giovane si separa dalla ragazza ed esplode alcuni colpi di pistola alle spalle dell’agente.
Il documento di rivendicazione diffuso dai Pac subito dopo l’omicidio Santoro si intitola «Contro i lager di Stato»: nel volantino si afferma che il carcere esplica «una funzione di annientamento» tale da giustificare «azioni militanti» esercitate in un contesto di «contropotere di massa».
Il 16 febbraio 1979 i «Proletari armati» portano a termine l’omicidio dei commercianti Lino Sabbadin, a Mestre, e Pier Luigi Torregiani, a Milano. Sabbadin è il titolare di una macelleria, mentre Torregiani è un gioielliere. Entrambi girano armati: Sabbadin ha da poco reagito a un tentativo di rapina, uccidendo un malvivente, mentre Torregiani è reduce da una sparatoria in ristorante nella quale un rapinatore è rimasto ucciso per mano di uno dei commensali. Mentre le indagini vanno faticosamente avanti, i Pac uccidono un agente della Polizia di Stato: è Andrea Campagna, autista presso la Digos di Milano. Siamo nell’aprile del 1979 e l’agguato si realizza sotto l’abitazione della fidanzata del poliziotto. Nelle prime settimane del 1980 vengono arrestati Masala e Grimaldi: gli alibi forniti dai due si riveleranno completamente falsi. Nel maggio 1981, la Corte D’Assise milanese condanna Grimaldi, Memeo, Masala e Fatone come autori materiali dell’omicidio Torregiani: i primi due hanno esploso i colpi di pistola contro il gioielliere, con Masala a fare da terzo e Fatone da autista.
Pietro Mutti, ancora latitante, viene assolto per insufficienza di prove dall’accusa di omicidio, ma condannato per banda armata: verrà arrestato solo nel gennaio 1982, rendendo un’ampia confessione e ottenendo sconti di pena nel secondo processo che confermerà per tutti il verdetto di primo grado. La Cassazione metterà la parola fine sul delitto Torregiani nel dicembre 1984 secondo un quadro probatorio e processuale che troverà ulteriore conferma a metà anni Ottanta quando Memeo, Masala, Grimaldi e Fatone diranno a chiare lettere di essere stati i quattro autori materiali dell’omicidio del gioielliere milanese. -
Il gioielliere milanese Pierluigi Torregiani, vittima di un agguato compiuto da alcuni componenti dei cosiddetti «Proletari armati per il comunismo». Per l’omicidio Torregiani -
Sesto San Giovanni, 15 dicembre 1976. Sono le ore cinque e dieci minuti, la città ancora dorme. Al civico 161 di via Leopardi il silenzio di quel buio mattino è interrotto dal suono vibrante di un campanello. Qualcuno sta bussando all’abitazione della famiglia Alasia. Segue il fragore di una serie di pugni sul legno della porta. La signora Ada Tibaldi si reca all’ingresso ancora assonnata. «Chi è?». La risposta non può che destare preoccupazione. «Aprite! Polizia!».
Visibilmente terrorizzata, la donna chiama subito il marito. È il signor Guido ad aprire la porta. Gli agenti varcano la soglia dell’appartamento con un aspetto tutt’altro che rassicurante: hanno armi in pugno e volti coperti. Walter è sveglio, ha sentito tutto e nel frattempo si è infilato un giubbotto in fretta e furia. Impugnando una calibro 7,65 Walter si dirige in corridoio. Lì ci sono il vicequestore Vittorio Padovani ed il maresciallo dell’antiterrorismo Sergio Bazzega mentre i genitori del giovane Alasia osservano la scena pietrificati dal terrore.
I due agenti non indossano alcuna protezione ma Bazzega è armato di mitragliatrice. Il maresciallo, tuttavia, non preme il grilletto. Vorrebbe disarmare il terrorista poiché nella stessa linea di tiro ci sono anche il fratello e i genitori. Con una sventagliata di mitra in quel corridoio si rischierebbe la strage. Il ragazzo invece ha già deciso: spara per primo e colpisce più volte gli agenti. I due riescono a barcollare fino all’ingresso ed escono dall’abitazione soccorsi dai colleghi. Sono gravemente feriti, moriranno poco dopo in ospedale. Il vicequestore Padovani lascerà una moglie e due figli. Il maresciallo Bazzega lascerà una moglie e un figlio.
Alasia torna di corsa in camera da letto ed apre la finestra. Dopo essersi gettato in cortile per darsi alla fuga viene raggiunto da una raffica di proiettili. Anche per lui i soccorsi si riveleranno inutili. -
Gorizia, 31 maggio 1972, ore 22:35. Una telefonata anonima alla Stazione dei Carabinieri comunica la presenza sospetta di una Fiat 500 con dei fori di proiettile sul parabrezza. Secondo l’uomo al telefono, la vettura si troverebbe in sosta nella strada da Poggio Terza Armata a Savogna, nella frazione di Peteano. Giungono sul posto tre pattuglie dei Carabinieri ed appurano la veridicità della segnalazione.
Nel tentativo di aprire il cofano del veicolo, il brigadiere Antonio Ferraro (31 anni) e i carabinieri Donato Poveromo (33 anni) e Franco Dongiovanni (23 anni) muoiono dilaniati da una potente esplosione. Restano feriti il tenente Angelo Tagliari e il brigadiere Giuseppe Zazzaro. I responsabili dell’attentato dinamitardo sono tre neofascisti legati a Ordine Nuovo: Vincenzo Vinciguerra, Ivano Boccaccio e Carlo Cicuttini, quest’ultimo indicato come autore della telefonata anonima.
Ad assumersi la responsabilità dell’accaduto, nel 1984, sarà lo stesso Vinciguerra, in carcere dal 1979 per essersi costituito dopo il suo coinvolgimento nel tentato dirottamento di Ronchi dei Legionari.
Attualmente Vincenzo Vinciguerra è ancora detenuto.
31 maggio 1972 -
Milano, 12 aprile 1973, una data che passerà alla storia come «il giovedì nero di Milano».
I vertici del MSI hanno indetto un corteo per protestare contro la violenza dei gruppi di sinistra. Il personaggio più atteso della manifestazione è Ciccio Franco, leader dei «Boia chi molla» di Reggio Calabria. Nel pomeriggio il senatore missino dovrà tenere un comizio in Piazza Tricolore o almeno così è scritto nel programma. Un imprevisto giunge in tarda mattinata: nessun comizio, nessun corteo, il prefetto Libero Mazza ha emesso un decreto nel quale vieta tutte manifestazioni pubbliche fino al 25 Aprile. I missini non ci stanno. Vietare un evento del genere all’ultimo momento appare loro come una provocazione bella e buona.
Ore 17:30. Un nutrito gruppo di giovani si è radunato nei pressi della piazza tra bandiere tricolori e vessilli neofascisti. I ragazzi inneggiano a Ciccio Franco e chiedono a gran voce il suo intervento. Si tratta di una manifestazione non autorizzata. La polizia presidia l’area e non mancano momenti di tensione con cariche e lancio di lacrimogeni. Tuttavia, i manifestanti insistono. Da lì non andranno via. Il gruppo di militanti di San Babila è mischiato ad una folla di attivisti provenienti anche da altre città. Trascorre circa un’ora e mentre una delegazione missina tenta la mediazione con il prefetto, la tensione in strada è salita drasticamente.
Gli agenti della seconda compagnia celere presidiano la piazza tra sassaiole e fumogeni. In via Bellotti si è scatenato l’inferno.
I celerini hanno le braccia alzate per difendersi con gli scudi da un’impressionante pioggia di corpi contundenti. Pietre, calcinacci, bottiglie, pezzi di ferro, spranghe, bulloni. Dal cielo piove di tutto. È in quel tremendo nubifragio di oggetti che si consuma la tragedia. Una bomba a mano Srcm-35 si accoda minacciosa allo sciame di sassi. L’arma esplosiva compie un volo a parabola e finisce dritta sull’agente Antonio Marino. Il poliziotto non si rende conto di ritrovarsi con una bomba sul petto e chiude istintivamente lo scudo a sé, premendo la granata contro il proprio corpo. È l’ultimo gesto della sua vita. Una coltre fumogena segue il frastuono della deflagrazione. Alcuni agenti si ritrovano con le divise tinte dal sangue e dalle carni del loro collega. Marino è disteso al suolo ormai privo di vita.
A gettare l’ordigno è stato Vittorio Loi, figlio del noto pugile Duilio, ex campione del mondo dei pesi welter juniors. L’arma al ragazzo è stata fornita da un suo giovane amico e coetaneo, il diciannovenne Maurizio Murelli. -
L’immagine è di quelle che caratterizzano una intera epoca. È il 26 marzo 1971 e ci sono tre uomini, due su una Lambretta e uno a terra. Tra i due sulla moto ce n’è uno che impugna un’arma: ha il braccio teso e sembra sparare sull’uomo disteso sull’asfalto. Ci vuole poco per capire che l’arma è puntata su un obiettivo diverso, ma il maggior quotidiano di Genova, il Secolo XIX, pubblica una didascalia come questa: «Fotografati mentre uccidono». In realtà il corpo mortale è già partito e lo scatto ritrae i due banditi nel momento della fuga. L’uomo a terra è Alessandro Floris, fattorino dell’Istituto case popolari di Genova: la pallottola che lo ha colpito all’addome è stata sparata da Mario Rossi, ventinovenne imbalsamatore di animali. La foto che lo ritrae assieme a un altro componente della XXII ottobre è stata scattata per caso da uno studente che dopo aver sentito gli spari è accorso alla finestra assieme alla macchina fotografica che portava sempre con sé.
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Dopo Valle Giulia, molti iniziano a capire che la situazione a livello nazionale inizia a farsi esplosiva. A Milano, in un freddo mercoledì pomeriggio c’è quello che molti oggi considerano il primo morto dei cosiddetti «anni di piombo»: si tratta di Antonio Annarumma, ventiduenne di Monteforte Irpino, in forza presso la Celere. È il 19 novembre 1969 quando a Milano, durante il cosiddetto «autunno caldo», le tre principali sigle sindacali, Cgil, Cisl e Uil, organizzano uno sciopero per protestare contro il caro-affitti e a favore del diritto alla casa. Quando una colonna di circa cinquecento marxisti-leninisti si fonde con i gruppetti di lavoratori che escono dal teatro Lirico, alcune jeep cariche di agenti rimangono imbottigliate dalla folla: i guidatori fanno manovra per sottrarsi alla stretta, ma uno dei due automezzi investe di striscio un dimostrante.
È la scintilla che scatena la bagarre: alcuni estremisti muniti di leve cominciano a svellere i pavé a raccogliere cubetti di porfido mentre altri asportano tubolari e materiale dalle impalcature erette sulla facciata del palazzo del Comune. Gli agenti, sottoposti a un violento bombardamento, battono in ritirata e una guardia, che cerca di risalire su una camionetta, rimane impigliata all’automezzo venendo trascinata per varie decine di metri.
È in questo contesto confuso che viene ucciso Annarumma: alla guida di una jeep della Celere, il giovane poliziotto è colpito al capo da un tubo d’acciaio raccolto da un vicino cantiere edile. Il suo mezzo, privo di controllo, finisce per scontrarsi con un’altra jeep della Celere.
Annarumma lascia sull’asfalto sangue e materiale cerebrale: viene raccolto in qualche modo dai giovani colleghi sottoposti al tiro dei manifestanti e muore alle 14,27 al Policlinico senza mai riprendere conoscenza. -
Milano, 17 maggio 1973. Ore 11:00. In via Fatebenefratelli, presso gli uffici della Questura, si sta svolgendo la cerimonia commemorativa per il primo anniversario dell’uccisione del commissario Luigi Calabresi. Tra i presenti alla celebrazione figurano autorità come il Ministro dell’Interno Mariano Rumor, il capo della Polizia Efisio Zanda Loy ed il primo cittadino Aldo Aniasi. Poco dopo aver scoperto il busto del commissario, la commemorazione volge al termine.
I primi ad abbandonare il palazzo sono il Ministro Rumor ed il capo della Polizia, mentre il sindaco si dirige in cortile assieme ad altri funzionari. Oltre le mura dell’edificio, una piccola folla di curiosi è accalcata in prossimità del portone con l’intento di scorgere qualche personaggio famoso al momento dell’uscita. Tra quelle persone c’è anche un signore con la barba, appena sceso da una Fiat 1100 di colore nero che è subito ripartita con altre persone a bordo.
L’uomo non è giunto lì a mani vuote e d’improvviso scaglia una granata di fabbricazione israeliana verso l’ingresso della Questura. L’ordigno colpisce un angolo del portone per poi rimbalzare tra la folla. L’esplosione provoca un massacro. In un attimo il marciapiede si ricopre di sangue. C’è una crisi di panico generale: pianti, lamenti, grida di terrore. Una donna è morta sul colpo, ad altre tre persone, a breve, toccherà la stessa sorte. Il drammatico bilancio finale è di quattro morti e cinquantadue feriti. -
Napoli, 14 aprile 1981. Sono le 14:15 e dallo specchietto retrovisore il dottor Salvia, vicedirettore del carcere di Poggioreale, nota qualcosa di strano: una Giulietta di colore blu si sta avvicinando in modo sospetto. A bordo di quel veicolo ci sono due giovani che dopo un’improvvisa accelerazione affiancano la Ritmo.Salvia capisce di essere in pericolo e tenta un manovra disperata ma dal finestrino della Giulietta spunta una mano che impugna una P-38 ed inizia a sparare. Il vice-direttore cerca riparo bloccando il veicolo ed aprendo lo sportello ma viene investito da una raffica di pallottole. Il trentottenne, padre di due bambini di 5 e 3 anni, è riverso sull’asfalto in una pozza di sangue a pochi metri dal tunnel che conduce alla stazione di pagamento del pedaggio.
Il movente è molto facile da individuare.
Nel novembre del 1980, il boss Raffaele Cutolo è all’apice del suo immenso potere criminale. Giuseppe Salvia è tra quelle persone che, per principio, non riconoscono l’autorità di un camorrista. Una frase che dovrebbe apparire ovvia, logica, scontata, in quella prigione riecheggia come una bestemmia, un oltraggio all’autorità: «Cutolo, la faccia finita, lei è solo un detenuto come tutti gli altri!». Spazientito dai continui «affronti», il camorrista schiaffeggia il dottor Salvia e lo minaccia di morte.
Nel marzo del 1987, Raffaele Cutolo e sua sorella Rosa vengono condannati all’ergastolo come mandanti dell’omicidio. A Giuseppe Salvia, originario di Capri, è stata intitolata una scuola sulla sua isola e nel 2013 il funzionario è stato insignito della medaglia d’oro al valor civile. A Giuseppe Salvia è stato intitolato anche il carcere di Poggioreale -
San Benedetto Val di Sambro, 4 agosto 1974, ore 01:16. Un treno è quasi uscito dalla Grande Galleria dell’Appennino quando una valigia imbottita di tritolo e nitrato d’ammonio esplode nel quinto vagone del convoglio. La deflagrazione è molto potente e provoca anche un grosso incendio. Il tragico bilancio finale è di 12 morti e 48 feriti.
La strage dell’ Italicus sarà ricordata come l’attentato più sanguinoso del decennio ma anche come una delle tante carneficine senza colpevoli. Dopo anni di processi, condanne e assoluzioni, attualmente per la legge non esiste alcun responsabile e restano ignoti sia i mandanti che gli esecutori materiali. Una menzione particolare la merita Silver Sirotti, controllore forlivese. Non trovandosi nel vagone interessato, il giovane in servizio è sopravvissuto allo scoppio e all’incendio. Tuttavia, rinuncia a mettersi in salvo e armatosi di estintore entra nella vettura in fiamme con l’intento di prestare soccorso ai passeggeri intrappolati. Morirà nel tentativo di estrarre una persona dalle lamiere roventi. Il 14 maggio 1975 verrà insignito della Medaglia d’oro al valor civile. -
Napoli, 17 giugno 1975. Ore 23:15. Un gruppo di militanti di sinistra sfila per le strade festeggiando la vittoria del PCI alle elezioni amministrative. Il traffico cittadino non blocca l’entusiasmo dei manifestanti. Lungo via Foria c’è chi espone bandiere rosse dalle automobili, intonando canzoni e facendo baccano in un clima di festa.
La ventunenne Iolanda Palladino è al volante di una Fiat 500, ferma in un ingorgo nei pressi della sezione «Berta» del MSI. La giovane non si occupa di politica ma con la sua vettura si ritrova casualmente nel pieno di una manifestazione improvvisata.
Dalla sede missina spuntano alcuni giovani armati di caschi e bastoni. Dopo un lancio di sassi compaiono le prime bottiglie incendiarie. Alcune molotov lanciate dai neofascisti colpiscono in pieno la macchina di Iolanda che va rapidamente a fuoco. Gravemente ustionata, Iolanda viene condotta presso l’ospedale «Incurabili» ma le sue condizioni sono molto gravi. Verrà trasferita al «Cardarelli» e infine al reparto grandi ustionati del «Sant’Egidio» di Roma dove morirà in data 21 giugno 1975.
Per tale episodio verranno identificati ed arrestati tre giovanissimi militanti del MSI: Umberto Fiore, di anni 19 e i fratelli Giuseppe e Bruno Torsi di 18 e 16 anni. -
Sei febbraio 1977, casello autostradale nei pressi di Dalmine: a un posto di blocco gli agenti della stradale Luigi D’Andrea (31 anni) e Renato Barborini (27anni) fermano per un controllo la macchina su cui viaggia il noto bandito Renato Vallanzasca, insieme a Michele Giglio e Antonio Furiato ; ne segue uno scontro a fuoco in cui perdono la vita sia Furiato che gli stessi D’Andrea e Barborini mentre Vallanzasca rimane ferito. Dopo avere cercato rifugio a Roma verrà catturato il 15 febbraio 1977. -
Milano, 3 novembre 1977. Un commando dei NAP (Nuclei Armati Proletari) sta effettuando una rapina presso l’ufficio postale di via Castel Morrone. Al tempestivo intervento delle forze dell’ordine segue rapidamente un conflitto a fuoco. Uno dei terroristi in fuga, Alfeo Zanetti, prende in ostaggio la vettura di Giuseppe Saporito, operaio di 35 anni, di passaggio in auto assieme al figlio Davide, di anni 2. Dopo aver minacciato l’uomo con la pistola, Zanetti si mette al volante della Fiat 128 costringendo l’operaio a passare al sedile accanto. Mentre Saporito cerca di proteggere il piccolo Davide, un proiettile esploso da un metronotte colpisce l’uomo al cuore, uccidendolo. Il bambino resta illeso
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