Banda della Magliana, Mafia e Camorra, Banda Vallanzasca. Il passaggio da una criminalità «romantica» a una pienamente moderna. Le connessioni con la politica

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È il 20 aprile 1981. Al valico doganale del Gaggiolo, gli agenti di Roma sono appostati con le armi in pugno assieme ai colleghi di Varese. Sono le 21:30 e una Renault 5 azzurra procede lentamente a fari spenti. All’interno della vettura, nella parte anteriore, siedono Domenico Magnetta e Alfredo Graniti, giovani militanti di Avanguardia Nazionale. Al sedile posteriore è invece posizionato il ventitreenne Massimo Carminati, militante dei NAR che vanta forti legami con i capi della Banda della Magliana. Graniti, che è al volante, ferma la vettura ed apre lo sportello. Non appena si accende la luce di cortesia, una raffica di proiettili investe l’intero abitacolo.
Dopo aver frantumato il parabrezza, una pallottola centra in pieno la testa di Carminati penetrando nell’orecchio e proseguendo fin dentro l’occhio sinistro. -
«Uno dei capi della Banda della Magliana, un certo Nicolino Selis, non volendo venne a sapere dove si trovava Moro e mi disse: “Raffaè ti interessa salvare Moro?”, e io gli risposi “Fammi domandare”. Ho chiesto a un avvocato, ma a Roma non mi hanno voluto incontrare. Quando l’hanno saputo dei politici di fama nazionale, hanno mandato da me Enzo Casillo, un mio carissimo amico che è stato fedele fino alla morte, cosa strana, Enzo Casillo è morto col tesserino dei servizi segreti, e non diciamo sempre “servizi segreti deviati”: i servizi segreti italiani ! …quindi, potevo salvare Moro, non volevano, mi hanno mandato a dire “Fatevi i fatti vostri!” stavano preoccupati che io salvavo Moro e allora devo fare un’amara riflessione.»
Raffaele Cutolo -
«Massimo Carminati l’ho conosciuto nel 1976-77. Mi fu presentato da Franco Giuseppucci assieme ai fratelli Bracci, in via Enrico Fermi. Franco si occupava di investirgli i soldi provenienti dalle rapine. Per il resto non avevamo grandi rapporti. I rapporti con Carminati si sono stretti dopo la morte di Franco, poiché abbiamo portato avanti la vendetta insieme.»
Maurizio Abbatino
(Processo alla Banda della Magliana. Roma, 26 gennaio 1996.) -
Roma, 20 marzo 1979. Il giornalista Carmine Pecorelli, detto Mino, viene ucciso a colpi di pistola in via Orazio, nei pressi della redazione del periodico «OP» da lui diretto. Le indagini, tra processi e assoluzioni, coinvolgeranno diversi ambienti, dai NAR a Cosa Nostra, dalla Banda della Magliana a Giulio Andreotti. -
«L’istituzione di collegamenti tra gruppi eversivi dell’estrema destra e la malavita organizzata romana rientrava in un disegno strategico comune al prof. Aldo Semerari e al prof. Fabio De Felice, convinti che per il finanziamento dell’attività eversiva non fosse necessario creare una struttura finalizzata al reperimento programmatico di fondi, quando, senza eccessive compromissioni, si poteva svolgere un’attività di supporto di tipo informativo e logistico rispetto a strutture di criminalità comune già esistenti e operanti, onde garantirsi, lo storno degli utili derivanti dalle operazioni rispetto alle quali si forniva un contributo. Il primo collegamento venne realizzato attraverso Alessandro D’Ortenzi detto “Zanzarone”, in un incontro che, se mal non ricordo, si svolse presso la villa del prof. De Felice. Per quanto ho potuto constatare di persona, i rapporti che intercorrevano tra il gruppo criminale denominato Banda della Magliana, o per meglio dire, tra i suoi esponenti, e il prof. Semerari, era quello di una sorta di sudditanza dei primi al secondo, il quale esercitava su di loro una notevole influenza in forza dei benefici che costoro si aspettavano di conseguire per effetto delle sue prestazioni professionali. Con il passar del tempo, probabilmente, in considerazione di aspettative frustrate dai fatti, ho potuto constatare un progressivo raffreddamento di rapporti degli uni verso l’altro.»
(Dall’interrogatorio di Paolo Aleandri, 8 agosto 1990) -
Ottaviano (NA), 1° aprile 1982. All’interno di una Fiat 128 parcheggiata non distante dalla proprietà di Raffaele Cutolo vengono rinvenuti i resti del criminologo Aldo Semerari. La testa giace in una bacinella sul sedile accanto al posto di guida, mentre il resto del corpo, con mani e piedi legati, è avvolto da un sacco di juta e nascosto nel bagagliaio.
Contemporaneamente alla scoperta del cadavere, si apprende che la segretaria del Semerari, la quarantatreenne Fiorella Maria Carrara, si sarebbe tolta la vita con un colpo di pistola alla bocca -
17 agosto 1981: l’eliminazione di Francis Turatello nel carcere di Nuoro in una nostra infografica -
«Io per le carceri ho fatto 67 omicidi»: Pasquale Barra, Brescia, 29 settembre 2009, processo per la strage di Piazza della Loggia -
«GLI TAGLIAMO LA TESTA O LO INCHIODIAMO ALLA CROCE?». L’INQUIETANTE OMICIDIO DI GIACOMO FRATTINI
Napoli, 21 gennaio 1982. Con una telefonata anonima presso la redazione dell’agenzia Ansa, una voce maschile scandisce il titolo telegrafico di un comunicato: «Trucidazione uomo Cutolo» poi continua: «in via Pier delle Vigne, in una Fiat 500 di colore bianco targata NA681460 troverete il cadavere di un cutoliano. Nella cabina telefonica di piazza Vittoria c’è un messaggio». Dopo aver agganciato la cornetta, il telefonista della camorra compone un altro numero. A rispondere sono i carabinieri del gruppo Napoli 1: «Abbiamo trucidato un cutoliano, andate in via Pier Delle Vigne» -
L’arresto di Antonio Spavone nel 1972. Soprannominato ‘o Malommo, Spavone è uno dei boss più noti della vecchia camorra pre-cutoliana. Diviene famoso negli ambienti criminali napoletani nel 1945, all’età di 19 anni, quando un gruppo di sicari fa irruzione al banchetto del matrimonio di sua sorella Maria. Il commando è guidato da Giovanni Mormone, detto ‘o Mpicciuso, malavitoso del quartiere che il giovane Malommo aveva osato schiaffeggiare in pubblico. In quel matrimonio di sangue si verifica un ribaltamento di ruoli e Spavone da vittima predestinata non solo riesce a nascondersi dalle pallottole ma dopo aver afferrato un coltello uccide Mormone con tredici colpi di lama. Poco tempo prima ‘O Mpicciuso aveva ucciso Carmine, fratello di Antonio, e così Spavone riesce ad ottenere la sua vendetta in un’azione che lo rende una celebrità agli occhi del mondo criminale. Datosi alla latitanza viene preso poco tempo dopo e alla pena inflittagli si aggiungono ulteriori anni di galera per altri episodi di violenza, come il tentato omicidio di un agente che tentava di arrestarlo e lo sventramento di un detenuto. Negli anni ’60, nel carcere di Poggioreale, ‘O Malommo viene sfidato da Raffaele Cutolo ad un duello con i coltelli. Spavone, che nell’ambiente carcerario è una figura assai temuta e rispettata, non si presenta all’incontro e tale circostanza, interpretata dai carcerati come un segno di paura, accresce fortemente la popolarità di Cutolo. Durante l’alluvione di Firenze del 1966 ‘O Malommo nel carcere delle Murate salva dall’allagamento tre compagni di cella, due agenti di custodia e la figlia del direttore del carcere. Tale gesto gli vale la grazia per atti di eroismo da parte del Presidente Saragat. Nel 1972 viene arrestato per l’omicidio di Gennaro Ferrigno, suo ex socio in affari, ma davanti alla corte gli viene riconosciuta la legittima difesa. Nel 1976 subisce un attentato: mentre è alla guida della sua BMW, un uomo in sella ad una motocicletta fa fuoco a colpi di fucile contro il finestrino. Gravemente ferito e orrendamente sfigurato, Spavone sopravvive miracolosamente ai proiettili in faccia e riceve cure in diverse cliniche d’Europa e negli Stati Uniti. In America subisce 7 interventi di chirurgia plastica che gli restituiscono un nuovo volto. Nei primi anni ’80 è accusato da alcuni pentiti di essere affiliato alla Nuova Famiglia ma in sede processuale viene assolto. Muore a Napoli nel 1993 al termine di una malattia incurabile. Nel film “Il camorrista” di Giuseppe Tornatore, il personaggio di Antonio Malacarne è ispirato ad Antonio Spavone -
Il «grande capo» di Secondigliano Aniello La Monica, detto «Anielluccio ‘o pazzo» (in foto in basso a sinistra), referente di Michele Zaza e acerrimo nemico di Raffaele Cutolo.
Noto per la sua efferatezza (fu lui, qualche mese prima, ad estrarre il cuore dal corpo del cutoliano Giacomo Frattini) il trentacinquenne La Monica viene ucciso in piazza Zanardelli, freddato sotto casa con un agguato in pieno giorno. Accanto al cadavere del malavitoso gli uomini del capitano Moia rinvengono al suolo 16 bossoli calibro 7,65. In pieno clima di faide si potrebbe pensare alla vendetta di un commando della NCO, tuttavia, le cose sono andate diversamente. Ad uccidere Anielluccio sono stati alcuni dei suoi ex «fedelissimi». Da quel momento ha inizio la scalata di un nuovo clan guidato da un giovane malavitoso con grande fiuto per gli affari: Paolo Di Lauro (in foto in alto a destra) che negli anni ’90 darà vita al potente impero economico di Scampia realizzando la famosa piazza di spaccio più grande d’Europa. -
Gerlando Alberti «U Paccarè», capomafia palermitano arrestato per l’ultima volta il 26 agosto 1980 durante una retata dei Carabinieri per debellare la produzione di eroina dei marsigliesi in Italia. Al processo gli viene chiesto se appartiene alla mafia.
Risposta: «Mafia? Cos’è mafia? Un tipo di formaggio?»
Due anni dopo, nel 1982, viene introdotto l’articolo 416-bis nel codice penale italiano, che colma una lacuna in grado fino ad allora di evitare a «U Paccarè» e altri, nel corso della loro carriera, la condanna per associazione mafiosa -
«Avrei potuto salvarlo. Così come feci tre anni dopo con Cirillo, quando lo Stato mi chiese di intervenire. Ma per Moro non andò così. Avviai delle trattative coi brigatisti in carcere, ma a un certo punto Vincenzo Casillo mi disse: “leva mano” (togliti di mezzo, ndr). Seppi poi che Casillo lavorava anche per i servizi…»
Raffaele Cutolo -
22 febbraio 1977
lire 500 -
6 febbraio 1977: l’omicidio degli agenti Luigi D’Andrea e Renato Barborini da parte della banda Vallanzasca
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