Edificio in fiamme durante i disordini di Rostock-Lichtenhagen nel 1992, nel contesto di attacchi xenofobi nella Germania riunificata

Germania Est: dopo la caduta del Muro un «eldorado» per la criminalità

La riunificazione tedesca non fu solo una svolta storica, ma anche un passaggio fragile e contraddittorio. Nelle regioni dell’ex DDR, il crollo del sistema aprì spazi imprevisti: tra disorientamento sociale e vuoti di controllo, la criminalità trovò terreno fertile, segnando profondamente gli anni immediatamente successivi al 1989

di Maria Grazia Orlandini e Gianluca Falanga©

Il periodo di profonde trasformazioni attraversato dalle regioni della Germania orientale (ex DDR) dopo la caduta del Muro di Berlino nel novembre 1989 e la successiva riunificazione tedesca ebbero un riflesso anche sul piano della sicurezza pubblica. Nei cosiddetti nuovi Länder si registrò un notevole aumento della criminalità, dovuto a un intreccio di fattori politici, economici e sociali. Le statistiche ufficiali mostrarono già tra il 1989 e il 1990 un incremento del 30,3 % dei reati denunciati, e negli anni a seguire le cifre continuarono a crescere. Questo aumento non era soltanto il riflesso di un effettivo incremento della criminalità, ma anche di un effetto statistico: nella DDR molti reati non venivano registrati o erano deliberatamente occultati per motivi politici, mentre con l’introduzione del diritto penale e delle procedure amministrative della Germania occidentale la registrazione divenne più trasparente e completa.

La criminalità che esplose in quel periodo assunse forme diverse. I reati contro il patrimonio, come furti (soprattutto d’auto), rapine e truffe, crebbero in modo particolarmente marcato. La criminalità organizzata approfittò del vuoto di potere e di controllo, trovando terreno fertile soprattutto nel traffico di droga, nel contrabbando, nel mercato nero e nelle frodi legate alla privatizzazione del patrimonio statale della DDR. Anche la criminalità violenta aumentò, sebbene in misura minore rispetto ai reati patrimoniali: le banche, poco protette e spesso presidiate da personale non addestrato, divennero bersagli frequenti e nei primi anni Novanta si registravano in media fino a quattro rapine al giorno. Musei, chiese e castelli furono colpiti da furti d’arte, con opere di valore sottratte e facilmente immesse sul mercato internazionale attraverso le nuove frontiere aperte. A segnare profondamente quegli anni fu anche la violenza contro le persone. La Germania orientale fu travolta da un’ondata di aggressioni contro gli stranieri, alimentate dall’odio e dal razzismo, soprattutto tra i giovani e spesso originate da frustrazioni personali. Gli episodi di brutalità estrema divennero quasi parte della quotidianità: si consumarono in pieno giorno, sotto gli occhi di tutti, rimasero a lungo impuniti e, quando giunsero le condanne, apparvero sorprendentemente lievi.

TIPOLOGIA DI CRIMINALITÀ E CAUSE DELL’ESPLOSIONE CRIMINALE

Detenuti del carcere di Bautzen in protesta nel 1990 durante la fase di transizione dopo la caduta del Muro
Detenuti del carcere di Bautzen in protesta nel gennaio 1990 (autore: Ulrich Haessler; fonte: Archivio federale tedesco)

Le cause di questo fenomeno erano molteplici. Il collasso e il rapido smantellamento delle strutture di controllo statali, in particolare della Volkspolizei e della Stasi, lasciarono per mesi ampie aree di territorio prive di una protezione efficace, mentre la creazione di nuove strutture di sicurezza necessitava di tempo. La crisi economica e sociale che seguì alla trasformazione — caratterizzata da chiusure di imprese, disoccupazione di massa, perdita di sicurezza sociale e di identità — favorì un aumento delle tensioni e delle motivazioni criminali. Anche l’apertura delle frontiere rese più facile l’ingresso di bande criminali provenienti sia dall’Ovest sia dall’Est europeo. A questo contesto si aggiunsero le amnistie e le scarcerazioni che avvennero tra il 1989 e il 1990.

Il 27 ottobre 1989 circa 3.000 prigionieri, pari a circa il dieci per cento della popolazione carceraria, furono liberati per reati legati alla repressione politica sotto il regime comunista (es. il reato di espatrio irregolare, la cosiddetta Republikflucht, «fuga dalla Repubblica»). Il 6 dicembre 1989 una prima grande amnistia promulgata dal Consiglio di Stato della DDR portò alla scarcerazione di circa 15.586 detenuti politici e di altri 1.296 condannati per reati minori; il 28 settembre 1990, a pochi giorni dalla riunificazione del 3 ottobre, una parziale amnistia concesse riduzioni di pena e revisioni di sentenze per reati non gravi. Molti di questi detenuti tornarono a delinquere, contribuendo localmente a un aumento dei furti e dei reati predatori, ma il loro rilascio non fu il fattore principale, bensì un elemento aggiuntivo in un contesto già caratterizzato da fragilità strutturali. Un capitolo particolarmente rilevante riguardò la privatizzazione del patrimonio statale della DDR. La mancanza di controllo e la fretta permisero frodi su larga scala.

La struttura speciale di indagine denominata Zentrale Ermittlungsstelle für Regierungs- und Vereinigungskriminalität (ZERV) gestì fino al 2000 oltre 20.000 procedimenti investigativi e stimò danni economici per circa 26 miliardi di marchi. Tra i casi più noti vi fu la liquidazione della Bagger-, Bugsier- und Bergungsreederei di Rostock, che nel giro di pochi anni si trasformò da azienda operativa a rovina economica insostenibile per lo Stato tedesco, mentre presunti investitori intascavano decine di milioni di marchi di sovvenzioni. Anche la discarica di Schönberg divenne in quegli anni simbolo delle frodi e delle speculazioni del periodo.

Dopo il picco dei primi anni Novanta, i tassi di criminalità iniziarono lentamente a stabilizzarsi. Col tempo, le differenze tra Germania orientale e occidentale si ridussero sensibilmente e oggi non si registrano più scarti significativi nella criminalità complessiva. Tuttavia, le esperienze di quegli anni lasciarono profonde tracce nella percezione di insicurezza e nella sfiducia verso le istituzioni, alimentate anche dal senso diffuso di ingiustizia legato alla gestione della riunificazione.

I «WENDEMORDE». IL CONTESTO LEGISLATIVO E SOCIALE

All’interno del caos legislativo e sociale seguito alla caduta del Muro emersero i cosiddetti Wendemorde, gli «omicidi della Svolta». Alla fine del 1989, con l’apertura delle carceri della DDR, molti prigionieri politici vennero liberati, ma insieme a loro furono rilasciati anche autori di reati sessuali, aggressori violenti e assassini. La mancanza di terapia, supporto sociale e controllo post-carcerario rese queste persone particolarmente pericolose in una società nuova, instabile e per loro sconosciuta.

La necessità di armonizzare il diritto penale della DDR con quello della Repubblica Federale Tedesca rese il quadro ancora più critico. Poiché le pene nella DDR erano spesso più severe, la revisione delle sentenze portò a riduzioni generalizzate, mentre tra il 1989 e il 1990 furono promulgate tre grandi amnistie. In teoria queste avrebbero dovuto riguardare solo detenuti politici e condannati per reati minori, ma errori amministrativi, pressioni legate alle rivolte carcerarie e l’assenza di valutazioni approfondite fecero sì che anche criminali estremamente pericolosi tornassero liberi. La situazione fu aggravata dalla perdita di molti archivi della Volkspolizei: in seguito la polizia di Berlino scoprì che centinaia di assassini e criminali gravi della DDR non risultavano più registrati nel sistema penale della Germania riunificata.

Gli effetti di tali decisioni si rivelarono tragici. Come ricorda il profiler Stephan Harbort, nel 1993 K.S., già condannato all’ergastolo nella DDR per stupri e omicidi, ma rilasciato in seguito ai cambiamenti legislativi, violentò e accoltellò una studentessa di 24 anni, venendo poi nuovamente condannato al carcere a vita con internamento psichiatrico. Analogo fu il caso di H.M., autore di due omicidi rispettivamente nel 1950 e nel 1968, graziato e liberato nel settembre 1990: pochi mesi dopo uccise brutalmente due bambine affidategli da una conoscente nella notte di Capodanno 1991/92.

Errori politici, fretta legislativa e scarsità di risorse produssero valutazioni affrettate e scelte irreparabili. Le amnistie, le grazie individuali e la revisione delle pene secondo il diritto della Germania occidentale aprirono le porte delle carceri a numerosi criminali pericolosi, senza alcuna forma di terapia o risocializzazione. I Wendemorde restano una testimonianza drammatica delle falle nella gestione del sistema penale durante la transizione e delle conseguenze devastanti che decisioni politiche troppo rapide possono avere sulla sicurezza collettiva.

I «BASEBALLSCHLÄGERJAHRE». L’ESPLOSIONE DELLA VIOLENZA XENOFOBA

Polizia antisommossa schierata a Hoyerswerda nel 1991 durante disordini e attacchi xenofobi nella Germania orientale
Forze di polizia schierate a Hoyerswerda nel 1991, durante i disordini segnati da violenze xenofobe nella Germania orientale.

Negli anni Novanta la Germania orientale attraversò un periodo di violenza xenofoba che passò alla storia col nome di Baseballschlägerjahre – gli «anni delle mazze da baseball». Tra il 1990 e il 1998, nella sola regione del Brandeburgo, ventidue persone persero la vita per mano di estremisti di destra. Le condanne, quando giunsero, furono tutt’altro che dure. Le autorità esitarono a riconoscere la matrice razzista di quegli atti, preferendo trattarli come episodi isolati. Nelle cronache di quegli anni la polizia fu spesso descritta come assente o inaffidabile: pattuglie sporadiche, interventi tardivi o del tutto mancati. Emblematico fu il caso di Amadeu Antonio Kiowa, un giovane operaio angolano picchiato a morte nel dicembre 1990 a Eberswalde e ricordato come una delle prime vittime del feroce radicalismo di destra nella Germania orientale post-riunificazione. Nove mesi dopo, nel settembre 1991, centinaia di persone assaltarono un dormitorio per lavoratori stranieri a contratto, per lo più vietnamiti e mozambicani, e un centro di accoglienza per rifugiati nella cittadina di Hoyerswerda, in Sassonia.

Le aggressioni di massa a sfondo razzista si protrassero per giorni. La polizia non parve disposta a fermare gli attacchi e i media tedeschi e internazionali diedero ampio risalto agli eventi. I disordini di Hoyerswerda diedero il via a una serie di rivolte xenofobe che si verificarono nei primi anni Novanta nei territori della ex DDR. I più gravi avvennero a Rostock nell’agosto 1992, quando centinaia fra neonazisti e simpatizzanti assediarono un centro per richiedenti asilo e un dormitorio per lavoratori vietnamiti, il cosiddetto Sonnenblumenhaus («palazzo dei girasoli») nel quartiere di Lichtenhagen. Anche in questo caso, la polizia, inizialmente presente, si ritirò, lasciando campo libero agli aggressori che riuscirono ad appiccare il fuoco a parte degli edifici. Furono gli attacchi più violenti a sfondo razzista e xenofobo in Germania dalla fine della Seconda guerra mondiale, attacchi che fecero il giro del mondo emisero in luce un problema per il quale né la politica né le forze dell’ordine erano preparate. Le risposte, tuttavia, variarono da regione a regione.

La prima a reagire fu la Sassonia, dove già nel 1991 fu creata una squadra speciale, la Sonderkommission REX, incardinata presso la polizia giudiziaria del Land Sassonia e incaricata di svolgere indagini speciali sui gruppi neonazisti, raccogliendo informazioni e coordinando le inchieste con la magistratura. Fu una mossa rapida, che mostrò la volontà di affrontare il problema adottando un approccio strutturato. A metà degli anni Novanta, anche la Sassonia-Anhalt organizzò un commando mobile di sicurezza e un gruppo di coordinamento specializzato nella lotta all’estremismo di destra, con l’obiettivo di colpire in maniera mirata le realtà più violente. Nel piccolo Land del Meclemburgo-Pomerania fu il trauma dei fatti di Rostock a indurre il governo locale a potenziare le strutture investigative, avviando anche progetti di prevenzione. In Turingia fu adottato un modello misto: gruppi investigativi specializzati della polizia da un lato, iniziative educative e di sostegno alle vittime dall’altro, con un’attenzione particolare alladimensione preventiva. Anche a Berlino e nel Brandeburgo si cercò di affrontare episodi di violenza neonazista rafforzando le strutture di sicurezza e accompagnandole con programmi sociali.

Il Brandeburgo si mosse per ultimo, ma sviluppando un modello efficace che continua a dare risultati fino ad oggi. Nel 1998 fu organizzata infatti una forza speciale composta di squadre di agenti provenienti dai cinque principali presidi regionali e operanti sotto la direzione di un comando speciale istituito presso l’Ufficio regionale di polizia giudiziaria, che garantiva il coordinamento, la regia degli interventi e lo scambio delle informazioni fra i distretti. Questa cosiddetta MEGA-Polizei (per esteso: Unità mobili contro la violenza e la xenofobia) non rappresentò solo un netto potenziamento delle misure di sicurezza, ma fu articolazione di un progetto politico e civile più ampio e lungimirante, chiamato Brandeburgo tollerante, lanciato anch’esso nel 1998. L’iniziativa sostenne associazioni, alleanze e movimenti della società civile impegnati per la democrazia e contro il razzismo, con un messaggio chiaro: l’estremismo di destra era un problema reale, da riconoscere, che non poteva più essere ignorato. I risultati non tardarono a venire: in soli dodici mesi le autorità registrarono un calo di quasi il 50% dei reati di odio e di matrice neonazista, xenofoba e antisemita. Il bilancio positivo nel Brandeburgo, grazie non solo all’azione della polizia, ma anche alla crescente collaborazione dei cittadini, sempre più disposti a segnalare episodi e sospetti, fu interpretato come un segnale estremamente incoraggiante nella lotta contro il radicalismo di estrema destra.

Tuttavia la memoria di quegli anni violenti resta oggi una ferita non ancora rimarginata.



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