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Comunemente vengono chiamati «angeli dell’informazione» tutti quei giornalisti uccisi mentre svolgevano il loro lavoro: Walter Tobagi, Pippo Fava, lo stesso Peppino Impastato, Giancarlo Siani, Ilaria Alpi, per citarne alcuni, ossia tutti coloro che sono stati eliminati dalla criminalità organizzata, da formazioni terroristiche o perché operanti in zone di guerra. Tuttavia, se si va a guardare quella lunga e tragica lista, il nome di Mauro Brutto non compare. Il motivo è molto semplice: per la giustizia italiana, a cagionare la morte del giovane cronista milanese è stato un banale incidente automobilistico. Il 25 novembre 1978, in via Gioacchino Murat, a Milano, il trentaduenne Mauro Brutto viene travolto da una Simca 1100 e muore sul colpo. Un pirata della strada, dunque, un incidente, una disgrazia come tante altre.
La «casuale» morte di Mauro Brutto, però, non ha mai convinto i suoi familiari, amici e colleghi; le circostanze che precedono la tragedia di via Murat fanno pensare a un incidente tutt’altro che colposo. Perché Brutto, cronista giudiziario della redazione milanese de L’Unità, è il classico giornalista «scomodo» che proprio in quei mesi stava indagando su un caso altrettanto scomodo: il duplice omicidio di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, i due giovanissimi militanti del centro sociale Leoncavallo, trucidati in via Mancinelli, al Casoretto, il 18 marzo dello stesso anno. Un delitto rimasto senza colpevoli, così come la morte del giornalista. Un «giallo nel giallo», insomma, intorno al quale, dopo più di quarant’anni, non si è ancora giunti alla verità.
La figura di Mauro Brutto è affascinante come può esserla quella di un giornalista che si occupa di cronaca nera negli anni più caldi della storia del secondo dopoguerra. Nato a Milano nel 1946, fin dall’adolescenza mostra un’innata abilità di cronista. Lo racconta lo scrittore Daniele Biacchessi che nel suo libro «Fausto e Iaio, la speranza muore a diciott’anni» (1996) dedica al giornalista milanese un intero capitolo:
«Il suo esordio come giornalista è precoce. A dodici anni, in Liguria, assiste a una operazione di salvataggio di un bagnante. Da quella storia di cronaca, Mauro elabora un articolo, talmente bello che i genitori lo passano a un quotidiano locale, poi pubblicato con la sua firma».
Come molti giovani della sua generazione anche Mauro Brutto si interessa di politica. La sua è una famiglia antifascista: la madre aveva preso parte alla Resistenza e lo zio aveva combattuto in Spagna con le Brigate Internazionali. Durante gli anni trascorsi al liceo classico Parini si iscrive al PCI e stringe rapporti con Giovanni Pesce, leader storico dei Gap milanesi e torinesi nonché Medaglia d’Oro al valor militare. Un ricordo del liceale Mauro Brutto lo fornisce Oreste Pivetta, suo compagno di scuola e futuro collega alla redazione milanese de L’Unità, in un articolo pubblicato sul quotidiano comunista il 27 novembre 1978, due giorni dopo la sua morte in via Murat:
«Era un ripetente ed un “ultimo della classe” confinato, come avveniva in quei tempi, nel banco più lontano ed oscuro. Ma con lui non mancavano le sorprese, perché quando si parlava di storia, di lotte operale, di fascismo e Resistenza, di imperialismo, di popoli oppressi, suscitando magari lo scandalo e la disapprovazione di qualche insegnante bigotto, ne sapeva molto di più di noi, che, non lo nego, lo ammiravamo, lo riconoscevamo come il più intelligente, il più maturo (…). Era un contestatore, ma cercava sempre nuovi strumenti che arricchissero la sua critica, che voleva concreta e piena di indicazioni e di proposte».
Durante gli anni al Parini coltiva la sua passione per il giornalismo scrivendo presso la redazione studentesca de La Zanzara. Una volta terminato gli studi Mauro Brutto inizia una proficua collaborazione con Maquis, rivista diretta da Filippo Gaia che si occupava di terrorismo internazionale. Un’esperienza importante per la sua formazione di cronista, interrotta per prestare servizio militare presso le basi NATO in Sardegna. Nel 1972, a ventiquattro anni, inizia a collaborare con la redazione milanese de L’Unità. Come osserva il suo collega Oreste Pivetta nel succitato articolo, Brutto non si occupa di temi inerenti alla politica:
«Alcuni anni più tardi ci siamo rivisti all’Unità e mi meravigliò, stupidamente lo ammetto, la sua decisione di occuparsi di cronaca nera. Mi sembrò una scelta rinunciataria, come se di colpo egli avesse voluto voltare le spalle alla politica. Ma per lui, come per ogni comunista, la politica non era soltanto la storia e le vicende di questo o quel partito: per lui la politica era ed è nella vita della gente e la cronaca nera, nei tanti e diversi aspetti, era una sorta di cartina tornasole per capire ì mali della società, addirittura uno strumento che ne poteva prevedere i conflitti (…). La politica lo induceva a collegare i fatti, a cercare le ragioni profonde e soprattutto a rifiutare le verità ufficiali, troppo comode per tutti».
Non si limitava alla mera narrazione dei fatti Mauro Brutto. Daniele Biacchessi lo definisce un «pistarolo», uno che segue instancabilmente le piste, un vero e proprio segugio, un «cronista di strada». Nelle rare foto che lo ritraggono nel corso degli anni Settanta, il redattore de L’Unità si presenta sempre con l’immancabile sigaretta in bocca e il trench; l’aspetto tradiva la sua giovane età, dandogli più l’aria di un investigatore privato che del giornalista d’assalto. Ma Mauro Brutto indagava per davvero. Sul quotidiano comunista la sua firma non compare con continuità, al pari del collega milanese Maurizio Michelini o di Paolo Gambescia, ma quando arrivava per primo sulla notizia o chiudeva un’inchiesta, il suo articolo finiva spesso nella parte bassa della prima pagina.
Il pezzo forte di Mauro Brutto erano senza dubbio i sequestri di persona che nel primo lustro degli anni Settanta registrarono numeri da record, soprattutto in Lombardia. Nel 1974 fu tra i primi a denunciare il legame che intercorreva tra la criminalità milanese e le mafie siciliane e calabresi; sono gli anni di Luciano Liggio a Milano e secondo Brutto era proprio Lucianeddu la mente di alcuni tra i più clamorosi sequestri avvenuti nell’hinterland milanese. Le sue inchieste sul riciclaggio in Svizzera del denaro ricavato dai sequestri contribuirono in maniera decisiva all’arresto di Liggio, avvenuto il 16 maggio 1974. Nell’ottobre dello stesso anno, Mauro Brutto parlava di «un unico criminale piano i sequestri in Lombardia», accusando il boss corleonese di dirigere i sequestri anche dopo il suo arresto dal carcere di Parma. La pista, insomma, era quella giusta, tanto che Lucianeddu arrivò persino a minacciarlo pubblicamente nel corso di un’udienza del 1975.
«Mauro Brutto», racconta l’ex direttore di Radio Popolare Danilo Di Biasio in un’intervista rilasciata alla Rai nel 2018, «aveva questa capacità di riuscire a leggere, riuscire a dare un’interpretazione credibile. Mi colpì molto che lui in un articolo, credo del ’75, ’76, raccontasse la ’ndrangheta a Milano che gestiva i sequestri di persona, che prendeva quei soldi e li esportava in Svizzera, e che in qualche modo era in combutta con l’estrema destra che forniva delle armi. Parlarne adesso di questi temi sembra non dico scontato ma abbastanza credibile, allora veniva considerato qualcosa di meno importante del linguaggio politico, della cronaca politica, e invece era ancora una battaglia di democrazia».
Tra il 1974 e il 1975 Mauro Brutto si occupa dei sequestri più tragici avvenuti nel milanese, tra cui quello del piccolo Daniele Alemagna, di Cristina Mazzotti e di Carlo Saronio, il giovane figlio dell’imprenditore Piero, rapito da alcuni esponenti del Fronte Armato Rivoluzionario Operaio e deceduto il giorno stesso del sequestro per un’eccessiva dose di cloroformio somministratogli dai rapitori. Sul controverso caso Saronio, Brutto indagherà anche nei tre anni successivi, fino ai suoi ultimi giorni di vita.
Non ci sono solo i sequestri e la malavita nel lavoro del cronista milanese. Nel 1976 si occupa anche del secondo e definitivo arresto di Renato Curcio. Ma il suo articolo non si concentra tanto sulla riuscita del blitz delle forze dell’ordine in via Maderno, che ha portato alla cattura del leader delle BR e di Nadia Mantovani, quanto piuttosto sulla sospetta fuga di notizie relative alle indagini, intorno alla quale l’arma dei carabinieri si trovò costretta ad aprire un’indagine. Nello stesso anno si occupa dell’omicidio di Gaetano Amoroso, giovane militante di sinistra, ucciso a coltellate in un agguato fascista in via degli Uberti, a Milano, nella serata del 27 aprile 1976. Tra i nove militanti di destra, accusati del gesto omicida, spicca il nome di Gilberto Cavallini. Ecco come Mauro Brutto presenta il futuro NAR in un articolo pubblicato il 1 maggio 1976: «La squadraccia era capitanata da Gilberto Cavallini, 24 anni, uno dei “duri” del fascismo milanese, che aveva già fatto parlare di sé quando nel settembre del ’74 aveva sparato una rivoltellata all’addetto di un distributore di benzina dal quale pretendeva il rifornimento per la sua moto anche fuori dall’orario di lavoro».
Un giornalista scomodo, Mauro Brutto, su tutti i fronti: non è ben visto dalla malavita milanese e da Francis Turatello in primis, di cui denuncia gli affari sporchi e i legami con le organizzazioni criminali del Sud Italia; dà fastidio alle formazioni terroristiche (sia di destra che di sinistra), sulle quali non si risparmia nell’evidenziare i loro collegamenti e i retroscena più scabrosi; è inviso alle forze dell’ordine, di cui denuncia la poca trasparenza e una certa inefficienza (voluta o meno) nel condurre determinate indagini; infine, è ormai nemico giurato delle mafie infiltratesi al Nord.
Il suo lavoro lo espone a dei rischi e Mauro Brutto ne è consapevole: «Mi diceva», ha dichiarato la moglie Barbara Brutto in un’intervista rilasciata alla Rai nel 2018, «che se fosse stato ucciso dovevo pensare a una vicenda legata a Luciano Liggio, ma io su questo non ci ho mai creduto». Una preoccupazione che lo spinge a chiedere il porto d’armi. Anche il già citato capo dei Gap Giovanni Pesce lo aveva più volte messo in guardia. Queste le sue parole, riportate da Daniele Biacchessi nel suo libro: «Veniva di frequente a casa mia. Trascorrevamo ore a parlare, a commentare, a prevedere. Lui mi diceva del suo lavoro e dei risultati che otteneva. Io certo non lo frenavo, ma gli raccomandavo di essere prudente, dato che si trattava di cose pericolose. Quando insistevo, lui rispondeva che qualcuno doveva pur assumersi il compito di far conoscere le cose che si vogliono nascondere e dimenticare».
Ormai cronista di primo piano nella redazione milanese de L’Unità, nel 1978 Brutto continua imperterrito nelle sue coraggiose inchieste. È «sempre sulla pista», come gli dicono scherzosamente i colleghi di redazione. Diminuiscono i sequestri, ma aumenta la violenza politica a più livelli, da quella «organizzata», perpetrata da formazioni terroristiche, a quella «di strada» che, ovviamente, non risparmia la città di Milano. Si arriva così al duplice delitto del Casoretto, a quel fatidico 18 marzo. Mauro Brutto è uno dei primi ad accorrere in via Mancinelli dove Fausto e Iaio, due ragazzi di appena diciannove anni, sono stati appena uccisi da tre misteriosi sicari. Il cronista milanese non lo sa, ma sta per seguire l’ultima pista della sua breve esistenza.
Sabato 18 marzo 1978, sono le 19 e 45 e due diciannovenni residenti nel quartiere Casoretto, Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, hanno appena superato piazza San Materno e stanno andando in via Montenevoso per cenare a casa di Fausto. Si fermano qualche istante a guardare i titoli dei giornali serali presso l’edicola della piazza; solo due giorni prima le Brigate Rosse hanno rapito Aldo Moro. Il Paese è paralizzato e lo sarà per altri 55 giorni. Ma quella sera al centro sociale Leoncavallo c’è un bel concerto di musica blues, si esibisce Roberto Ciotti. Superata la piazza i due giovani si apprestano a proseguire via Casoretto ma qualcosa li attira alla loro sinistra, nella buia via Mancinelli. Poco dopo tre giovani a volto scoperto, due con l’impermeabile bianco e uno col giacchetto color nocciola, gli sparano 8 colpi di pistola e fuggono a piedi per via Mancinelli. Iannucci muore dopo pochi istanti, Tinelli dopo una disperata corsa all’ospedale.
Nella notte il quartiere del Casoretto, e non solo, è in subbuglio. Si creano disordini per il centro di Milano e molti militanti del Leoncavallo presenziano alla conferenza stampa indetta in questura. A fare le ore piccole, con loro, c’è anche Mauro Brutto. Il giorno seguente il cronista de L’Unità si limita a riportare le prime versioni fornite dalla polizia, le poche testimonianze e descrizioni sui tre misteriosi aggressori e le due piste investigative prese in considerazione dagli inquirenti: la pista della droga, consistente in una ipotetica vendetta da parte di alcuni spacciatori della zona nei confronti dei due diciannovenni, colpevoli di aver partecipato alla redazione di un dossier sull’ormai incontrollato traffico di eroina nelle periferie milanesi; la pista politica, ossia che Fausto e Iaio siano stati uccisi «a caso», solo perché militanti di sinistra.
Pochi testimoni ma, soprattutto, poche tracce lasciate dagli assassini. Le indagini sul delitto del Casoretto partono decisamente male. Gli unici reperti disponibili sono una pistola calibro 9 (che non ha sparato) abbandonata nella non distante piazza Durante da due probabili complici in fuga su una moto di grossa cilindrata, un berretto intriso di sangue abbandonato dai tre sicari in via Mancinelli (verrà distrutto nel 1988 dall’Ufficio Corpi di Reato di Milano) e, soprattutto, un proiettile (schiacciato), trovato accanto al corpo di Tinelli, che la polizia dichiara inizialmente essere un calibro 38. Nell’edizione del 20 marzo, Mauro Brutto pone i primi interrogativi sull’arma del delitto:
«Sul posto non sono stati trovati bossoli e ciò indica che sono state usate pistole a tamburo probabilmente di calibro “38 special” e infatti a questo calibro appartiene con ogni probabilità il proiettile schiacciato trovato sul marciapiede accanto al cadavere di Lorenzo Iannucci. Il fatto poi che le due ragazze che si trovavano ad una decina di metri dal luogo del duplice omicidio abbiano sentito solo tre colpi e per di più ovattati, ha fatto nascere il sospetto che le pistole fossero munite di silenziatore: e per montare un silenziatore su una pistola a tamburo è necessaria una tecnica alquanto raffinata. È evidente inoltre che gli aggressori erano tutti e tre armati: infatti Iannucci e Tinelli sono stati falciati sicuramente da due pistole differenti in quanto le armi a tamburo non contengono generalmente più di 6 colpi…».
Se in tale (ed errata) ricostruzione Brutto si affida ancora agli elementi forniti dalla polizia, il giorno seguente cambia già tono: «Più le indagini proseguono e più le idee si confondono». Mentre tra gli inquirenti e la stampa nazionale viene in gran parte sposata la pista della droga, se non addirittura una «faida tra gruppi della Nuova sinistra», come asserì il capo di Gabinetto Ermanno Bessone, Mauro Brutto inizia a sostenere la tesi degli amici di Fausto e Iaio, ossia che il delitto abbia una matrice politica, chiaramente neofascista. Ma è sull’arma del delitto che il cronista milanese continua a porre dei dubbi; in una nuova conferenza stampa del 20 marzo al Palazzo di Giustizia, la magistratura torna sui suoi passi e dichiara che il proiettile schiacciato trovato in via Mancinelli è un calibro 7.65. Il 21 marzo Brutto scrive:
«Quando è stato fatto notare al magistrato che sul luogo del duplice omicidio non erano stati trovati bossoli, che quindi era plausibile pensare che fossero state usate pistole a tamburo e che non esiste nessuna arma di questo tipo di calibro 7.65, sul suo volto si è dipinto l’imbarazzo. E l’imbarazzo sembra l’elemento determinante di un’indagine su un fatto tanto grave e preoccupante che ha scosso profondamente tutta la città e al quale si doveva essere in grado di contrapporre perlomeno un certo livello di professionalità».
La magistratura, quasi come fosse messa alle strette, avanza l’ipotesi che per uccidere Fausto e Iaio siano state utilizzate delle pistole calibro 32, modificate per sparare proiettili calibro 7.65. La risposta di Mauro Brutto su L’Unità è piuttosto perentoria: «È un’ipotesi tirata per i capelli come del resto quasi tutte quelle formulate nel corso dell’indagine: non si capisce per quale motivo gli attentatori dovrebbero avere modificato delle pistole le cui munizioni sono normalmente in commercio e facilmente reperibili».
La verità, almeno per quanto riguarda l’arma del delitto, non tarda ad arrivare. Nella giornata del 22 marzo, il giorno dei funerali di Fausto e Iaio in piazza San Materno davanti ad oltre centomila persone, vi sono due importanti novità. La prima è che nei vestiti dei due ragazzi vengono ritrovati due proiettili calibro 7.65. La seconda è la preziosa testimonianza di una donna, Marisa Biffi, che insieme alle due figlie minorenni ha assistito ai secondi fatali del delitto proprio di fronte al cancello della parrocchia di Santa Maria Bianca della Misericordia: «Noto che il giovane con l’impermeabile ha un sacchetto che sembra di cellophane bianco in mano». È la conferma di quanto già affermato da Mauro Brutto nei due giorni precedenti. Questa la conclusione del cronista milanese de L’Unità:
«I killer hanno usato pistole automatiche avvolte in sacchetti di plastica. Ecco perché sul luogo dell’omicidio non sono stati trovati i bossoli e i testimoni hanno sentito colpi ovattati. Un particolare che conferma il livello di professionalità: gli assassini non intendevano rinunciare al vantaggio della rapidità di tiro fornita da una pistola automatica senza però correre il rischio di disperdere i bossoli e lasciare quindi una traccia».
Una professionalità che Mauro Brutto non esita a sottolineare. Infatti, come emergerà in seguito, a sparare gli otto colpi di pistola è solo uno dei tre assassini; l’arma, sostiene il cronista de L’Unità, è una Beretta bifilare calibro 7,65. Interessante notare come la notizia relativa all’utilizzo dei sacchetti di plastica per non disperdere i bossoli sia diversamente percepita e riportata dal cronista del Corriere della Sera che il 23 marzo 1978 scrive: «Solamente gente mal attrezzata e poco esperta, per quanto spietata e determinata ad uccidere, poteva ricorrere a un sistema del genere (…). I killer sarebbero dunque dei personaggi “minori”…»
Nei giorni seguenti la polizia mette sotto controllo alcuni bar frequentati da noti spacciatori e appartenenti all’estrema destra milanese. Vengono arrestati tre pregiudicati di note simpatie fasciste che però vengono rilasciati dopo 48 ore, in quanto estranei ai fatti. «Si cerca ancora una pista per il delitto del Casoretto», scrive Brutto su L’Unità il 26 marzo 1978. A una settimana dal duplice omicidio di via Mancinelli, è chiaro a tutti come le indagini non abbiano imboccato la strada giusta.
Sulle prime battute risultò anche difficile ricostruire i minuti che precedettero l’arrivo di Fausto e Iaio all’angolo di piazza Materno. Brutto parla di «un buco di dieci minuti». Intuì che i movimenti degli assassini precedenti all’agguato erano fondamentali per spiegare molte cose. Oggi sappiamo che tre giovani mai visti prima erano presenti nella sala biliardi dove si incontrarono Tinelli e Iannucci, così come sappiamo che i due, soprattutto Fausto, avevano subìto delle minacce in seguito alla loro attività di controinformazione sullo spaccio d’eroina nel quartiere. Le due vittime, insomma, non sembrerebbero proprio «scelte a caso». Sarà poi la rivendicazione fornita dai NAR (firmata «brigata Franco Anselmi»), giunta cinque giorni dopo l’omicidio, a indirizzare le indagini sulla «pista romana». Probabilmente fu la medesima pista seguita da Mauro Brutto; un’inchiesta che, però, non riuscì a portare a termine.
Nei mesi che seguirono il duplice omicidio di Fausto e Iaio, Mauro Brutto sembra abbandonare il caso, almeno sulla carta stampata. Torna a scrivere di cronaca nera, dei sequestri di persona, di terrorismo. Si occupa dell’arresto, a Milano, dell’autonomo Franco Berardi, detto «Bifo», e della controversa cattura di Corrado Alunni. È tra i primi a riconoscere la mano della ’ndrangheta dietro i sequestri di Erika Ratti, la figlia del «re della seta» Antonio Ratti, e del sedicenne Paolo Giorgetti, figlio di un noto imprenditore, trovato carbonizzato nel bagagliaio di un’auto l’11 novembre 1978. Nei due giorni che precedono l’incidente di via Murat, Brutto era tornato a occuparsi del caso Saronio, quando un pregiudicato della malavita milanese, Carlo Casirati, implicato nel sequestro, indica il luogo in cui è stato sepolto il giovane ostaggio. Sulla morte di Fausto e Iaio, dunque, Mauro Brutto non scrive più. Ma indaga, cerca testimoni, si prende a cuore il caso. E non è solo:
«Mauro Brutto», scrive sempre Biacchessi sul suo sito personale, «lavora sull’omicidio di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci. Giorni, settimane, mesi. Svolge un lavoro di controinformazione insieme a un gruppo di giovani: sono amici di Fausto e Iaio, studenti del Casoretto, frequentatori del Leoncavallo, giornalisti come Umberto Gay».
Umberto Gay, all’epoca giornalista dell’emittente radiofonica Radio Popolare, negli anni successivi raccoglierà poi il testimone del lavoro di contro-informazione svolto intorno al delitto di via Mancinelli. Anche lui ricorda Brutto come uno dei primi a muoversi in tale direzione. Riprendendo Biacchessi nel suo libro:
«La contro-informazione era rischiosa perché dovevi andare spesso a cercare le fonti nel campo avverso ed eri comunque un soggetto facilmente identificabile. Questo lavoro mi ha fatto conoscere Mauro Brutto, fu lui che influenzò in modo decisivo la mia decisione di fare il giornalista d’inchiesta. Mauro fu il primo a occuparsi del caso di Fausto e Iaio, cercando di capire il motivo di quell’agguato e i risvolti oscuri della vicenda. Se ne occupava in tutti gli spazi liberi di tempo… Il suo lavoro iniziale è risultato fondamentale per la riuscita del nostro dossier».
Il cronista milanese, dunque, conduce una sorta di inchiesta parallela, seguendo la pista che, almeno inizialmente, viene quasi del tutto ignorata dagli inquirenti, ossia quella del delitto politico. Si mostra vicino agli amici e compagni del centro sociale Leoncavallo ma anche ai parenti delle vittime, soprattutto a Danila Angeli, la mamma di Fausto Tinelli. Questo il ricordo di Mauro Brutto da parte della donna, riportato dalla trasmissione Chi l’ha visto del 2009: «È venuto come un amico in casa appena è morto mio figlio. Fausto era ancora in camera mortuaria che lui aveva cominciato a lavorare…». Un lavoro e un’inchiesta difficile e dai risvolti molto più complessi. Ne parla sempre Danila Tinelli in un’altra intervista, riportata da Biacchessi nel suo libro: «Ebbi l’impressione che fosse giunto al termine della sua inchiesta… Stava lavorando sul connubio tra trafficanti di eroina, fascisti milanesi, apparati dello Stato, me lo aveva confidato. Disse che la verità di Fausto e Iaio non era poi così chiara come qualcuno voleva farla apparire».
Prendendo per vera l’ipotesi che Brutto confida a Danila Tinelli nel 1978, la vicenda di Fausto e Iaio assume tutti i contorni del «giallo»: vi sono i pezzi da novanta del traffico di stupefacenti (malavita e, di conseguenza, organizzazioni mafiose); vi è la presenza della destra eversiva che alla fine degli anni Settanta, tra Roma e Milano, inizia a colpire con sempre più violenza; in molti intravedono un (assai labile) collegamento con le Brigate Rosse e il covo di via di Monte Nevoso, proprio davanti casa della famiglia Tinelli, scoperto nell’ottobre dello stesso anno; vi sarebbero, infine, implicati alcuni «apparati dello Stato».
Riguardo a quest’ultimi, vi è infatti un episodio che non ha mai trovato spiegazione. Chi sono quegli uomini, che alcuni vicini di casa Tinelli hanno riconosciuto in divisa e muniti di torce, che si sono introdotti in casa di Fausto mentre la sua famiglia si trovava a Trento a seppellirlo? Un vero e proprio furto (la porta non presentò segni di scasso), prontamente denunciato da Danila Tinelli, nel corso del quale furono portati via alcuni nastri e registrazioni che il giovane militante del Leoncavallo aveva realizzato nel corso della sua controinchiesta e di cui non si è mai appreso il contenuto.
Il disegno criminale delineato dal cronista milanese, se considerato vicino alla verità, potrebbe averlo esposto al pericolo. Il primo avvertimento, infatti, arriva dieci giorni prima la sua morte. È il 15 novembre e Mauro Brutto si trova in via Arquà, una traversa di via Leoncavallo. È seduto all’interno della sua automobile, una Citroen Pallas rossa, e sta aspettando qualcuno, forse un confidente, quando una macchina con più persone a bordo affianca la sua vettura: una mano spunta dal finestrino e spara due colpi di pistola in aria. Non ci furono gli estremi per parlare di un attentato fallito, ma il messaggio è piuttosto chiaro.
«Si sapeva che c’era stato questo episodio», racconta il suo collega Gianni Piva, intervistato dalla Rai nel 2018, «lui stesso non lo enfatizzò. Tutto veniva sempre travolto dal susseguirsi dei fatti e del lavoro. Perché succedeva un’infinità di cose, ogni giorno c’erano attentati, notizie di cronaca nera, fatti grossi, sequestri di persona… era una ruota, impazzita, che girava, e che quindi non lasciava neanche molto tempo per tirare le fila, per riflettere…».
Il grave episodio di via Arquà passa dunque in secondo piano, ignorato dalla stampa, L’Unità compresa, e probabilmente dallo stesso Brutto. Come si è già anticipato, da diverso tempo il giornalista, che girava armato di pistola, una Taunus 38, conosce bene i rischi del suo mestiere. Ma quello che accade dieci sere dopo coglie di sorpresa tutte le persone a lui più vicine, soprattutto per la modalità con cui si consuma la tragedia.
25 novembre 1978, sono passate le 20 e 30 e Mauro Brutto lascia la redazione de L’Unità di via Fulvio Testi, periferia nord di Milano. La sua giornata di lavoro non si è ancora conclusa: ha un appuntamento con una fonte, ma prima decide di fermarsi in un bar in via Gioacchino Murat 36, dove si trattiene solo qualche minuto, giusto il tempo di comprare due pacchetti di sigarette e consumare rapidamente un aperitivo. Una volta uscito deve attraversare nuovamente la strada per raggiungere la sua Citroen Pallas. Via Murat è una strada a doppio senso di marcia. Supera la prima metà della carreggiata e si ferma sulla linea bianca per far passare una Fiat 127 rossa che gli lampeggia e che procede a velocità ridotta in direzione centro. Succede tutto in pochi istanti, il giornalista forse se ne accorge: nella direzione opposta, a una velocità stimata di almeno 70 km orari, una Simca 1100 bianca invade leggermente la corsia e lo travolge in pieno, mandandolo a sbattere sulla fiancata della 127 rossa. L’impatto è fatale, Mauro Brutto muore sul colpo.
In un primo momento si pensa a una tragedia, a un incidente. Ma molte cose non tornano. Innanzitutto la Simca bianca, di cui nessuno riuscì ad annotare il numero di targa, non verrà mai ritrovata. L’uomo alla guida, un tipo basso e robusto, dopo aver evitato l’impatto con la 127, scende dalla sua automobile, si avvicina al corpo ormai esanime del giornalista, per poi allontanarsi in fretta. Ma il mistero intorno alla tragica morte del cronista milanese verte tutto sulla controversa ricostruzione dell’incidente da parte delle autorità. L’autista della 127 rossa, tale Aldo Barbieri, dirà che la Simca «non ha affatto rallentato, sembrava puntare sul pedone».
Vi furono due inchieste sulla morte di Mauro Brutto. La ricostruzione ufficiale dell’incidente di via Murat è la seguente: la Simca bianca avrebbe solo rasentato il corpo di Brutto mentre gli sarebbe stato fatale lo scontro con la 127. Ma il già citato Barbieri ribadì che non vi fu uno scontro frontale col corpo della vittima, bensì laterale.
«In effetti», scrive Massimo Veneziani nel suo libro «Controinformazione», pubblicato nel 2006, «sotto la 127 non viene trovata nessuna traccia di pelle, capelli o sangue che possa far pensare a un arrotamento. Non sono nemmeno presenti segni che indichino il punto in cui la testa si sarebbe infilata sotto la macchina. C’è solo un graffio, il cui andamento verso l’alto suggerisce una traiettoria che va nella direzione opposta alla ruota».
Nonostante la «personalità» e il tipo di lavoro svolto in precedenza dal cronista milanese — ammise in più occasioni lo stesso giudice istruttore Turone — portino a pensare che ci sia stata una volontà omicidiaria dietro l’incidente di via Murat, prevalse l’ipotesi dell’omicidio colposo. Una conclusione che convinse solo in parte amici e familiari del giornalista. Dario Brutto, avvocato penalista e fratello di Mauro, otterrà l’apertura di una seconda inchiesta che, tuttavia, non porta a nuovi risultati.
«Vi sono state due inchieste da parte della magistratura», ha dichiarato Dario Brutto nel 1996, intervistato dal giornalista Danilo Di Biasio, «ambedue conclusesi con una sentenza di non luogo a procedere perché ignoti gli autori del reato. Io, da parte mia, ho continuato a sperare e a credere che qualcosa venisse fuori da questa situazione ma, purtroppo, devo dire che la magistratura non è che ci abbia dato una grande mano».
La ricostruzione dell’incidente, ovviamente, giocò un ruolo fondamentale in entrambe le inchieste. Nel 2000, con l’uscita del libro «Corpi di reato», gli autori Pino Adriano e Giorgio Cingolani riprendono il caso della misteriosa morte di Mauro Brutto svelando un particolare piuttosto clamoroso. Riprendendo Massimo Veneziani:
«La ricostruzione dinamica si basò sulla copia del referto medico falsata da un errore di trascrizione. Il dettaglio di una semplice frattura alla gamba, anziché di una doppia frattura come si poteva ricavare dal referto originale, aveva distorto l’intera ricostruzione dell’incidente».
Il giallo sulla morte di Brutto non si esaurisce qui. Quella sera, il giornalista de L’Unità aveva con sé un borsello a tracolla. Nessuno seppe mai con certezza cosa conteneva al suo interno. Quel che è certo è che dopo l’impatto con la Simca il borsello sparisce dalla vista dei primi testimoni accorsi sul luogo dell’incidente. Tra questi vi è un tale, Agostino Ribolla, che testimonierà di aver sentito il rumore di trascinamento di una borsa. Tuttavia, nessuno tra i presenti vide «chi» lo stava portando via, se l’uomo basso e robusto sceso per pochi istanti dalla Simca o un suo complice. Il borsello viene ritrovato qualche ora dopo nei giardini pubblici di via Populonia, a poche decine di metri da via Murat: al suo interno non c’è più nulla. Per gli amici e i colleghi di Mauro Brutto, il materiale sparito altro non era che il suo dossier sulla morte di Fausto e Iaio. E se pure si escludesse tale ipotesi, si trattava comunque di materiale importante. A spiegarlo è proprio il fratello Dario nella già citata intervista del 1996:
«Io non so cosa contenesse quel borsello. Senza dubbio conteneva dei documenti molto importanti, tant’è vero che mio fratello, prima di essere ucciso, si recò al nucleo di polizia giudiziaria dei carabinieri, presso il tribunale di Milano, chiedendo del colonnello Girolamo Cucchetti, per lasciargli questo dossier. In sostanza, lui era stato fatto segno a un attentato in via Arquà, non si sentiva più al sicuro, voleva consegnare a qualche magistrato questo dossier, e per una serie di circostanze non ce l’ha fatta. Il giorno dopo è stato ucciso, il borsello è stato trafugato e il dossier è sparito».
Ma cosa aveva scoperto Mauro Brutto? Possibile ci sia solo la destra eversiva dietro il suo delitto? Sposando la tesi dell’omicidio volontario, perché ucciderlo in quel modo? Dario Brutto (riprendendo Biacchessi) ha sempre parlato di un «falso incidente», precisando che «solo mafia o uomini dei servizi segreti possono colpire così». A una conclusione simile arrivarono anche alcuni ex colleghi della rivista Maquis, i quali sostennero che Brutto aveva iniziato a occuparsi delle infiltrazioni dei servizi segreti nelle BR; una tesi, però che non ha mai avuto un seguito, né riscontri effettivi. Sulla sua morte, insomma, resta solo una mezza verità.
«La cosa incredibile», ha osservato Danilo Di Biasio nella già citata intervista del 2018, «è che, malgrado appunto quarant’anni siano già passati e ci sia stata un’apertura in qualche modo di questi “cassetti riservati”, su Fausto e Iaio e su Mauro Brutto, purtroppo, non si è potuto dire una parola di verità».
È finita così, a soli 32 anni, la breve vita di Mauro Brutto, senza una parola di verità. Ma la sua città non lo ha dimenticato. Nel maggio del 2017, a Milano, nel quartiere dell’Ortica, viene inaugurato il «Muro della Legalità», un bel progetto di street art realizzato in collaborazione con le scuole superiori. Sul muro di cinta della ferrovia di via Rosso di San Secondo sono raffigurati i volti di quanti sono caduti in nome della legalità. E tra il giornalista Walter Tobagi e il giudice Emilio Alessandrini c’è anche lui, Mauro Brutto, morto per amore della verità.