Personaggi incredibili, irripetibili, paradigmatici degli anni Settanta

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Una prima pagina del quotidiano romano «Il Messaggero» dedicata alla vicenda del marine italo-americano Raffaele «Ralph» Minichiello, protagonista di un incredibile dirottamento aereo dagli Usa all’Italia -
26 maggio 1970. In un’aula del tribunale di Roma compare un giovane ex marine italo-americano, scortato da alcuni carabinieri. Il ragazzo indossa un completo blu a righe, una maglietta bianca con il collo alto e al braccio porta il lutto per la recente scomparsa del padre Luigi. Il suo nome è Raffaele “Ralph” Minichiello ed è il responsabile di uno dei più singolari atti di pirateria aerea della storia. Nell’ottobre del 1969 dirotta un Boeing 707 della Twa, in volo tra Los Angeles e San Francisco: costringe il pilota a far tappa su Denver, in Colorado, e poi, una volta fatti scendere i passeggeri, ordina all’equipaggio di raggiungere a tappe l’aeroporto di Fiumicino. Qui, per potersi coprire la fuga verso Melito Irpino, suo paese di origine in provincia di Avellino, Minichiello prende in ostaggio il vicequestore Pietro Gulì, dirigente della polizia di frontiera dell’aeroporto, ma la fuga dura solo un paio di ore perché “Ralph” viene costretto ad arrendersi. -
Antonio Mellino, lo spericolato centauro napoletano meglio noto come «Agostino ‘o pazzo» paparazzato a Roma dal settimanale «Oggi» nel 1972.
Mellino è salito alla ribalta delle cronache nazionali per le folli scorribande notturne di cui è stato protagonista nell’estate del 1970, quando in sella ad una motocicletta ha tenuto in scacco le forze di polizia del capoluogo campano con acrobatiche esibizioni da stuntman e provocazioni verso gli agenti culminate in una violenta «sommossa popolare» per le strade di Napoli. Dopo il suo primo arresto, avvenuto nel mese di settembre mentre era sprovvisto della potente motocicletta, Mellino è divenuto un vero e proprio personaggio pubblico e nel 1971 è stato scritturato da Umberto Lenzi per interpretare se stesso nel film «Un posto ideale per uccidere», con Ray Lovelock e Ornella Muti -
«Io facevo il pesciarolo. Con Tomas se semo conosciuti al Piper, ai tempi del Piper, il locale. Io cammino e ce sta ‘na tavolata. A moglie de Tomas glie dice: “Guarda questo, guarda questo!” e niente, m’hanno chiamato, me so fermato e se semo messi a parlà. Poi dopo io andavo a casa sua, lui veniva a casa mia, però all’inizio ancora non lo sapevo che lui voleva diventare me (…). Gli ho insegnato tutto, l’ho fatto diventà un vero borgataro».
Quinto Gambi -
È il 13 agosto del 1973 quando alcuni tra i principali quotidiani nazionali pubblicano l’incredibile notizia della cattura di un «bambino lupo», un piccolo infante selvaggio di cinque o sei anni che sarebbe stato allevato dalle bestie dopo il suo drammatico abbandono, avvenuto poco dopo la nascita, in una grotta immersa nel verde, a grande distanza dagli esseri umani, dalla tecnologia e dalla modernità. Una storia struggente ma dall’indubbio fascino, una vicenda misteriosa e intrigante che sembra rimandare a certi romanzi d’avventura del secolo precedente. Questa volta però il racconto non è ambientato nel Rajasthan o nel Bengala ma tra le montagne dell’Abruzzo -
«Gli anni ’70 hanno visto il diffondersi della prostituzione maschile in quasi tutte le grandi città italiane. Spesso il numero dei travestiti è addirittura superiore a quello delle loro colleghe di sesso femminile. A Napoli però le “professioniste” serie si difendono rivendicando l’autenticità del prodotto»
Dal libro «La Napoli di Bellavista» di Luciano De Crescenzo (1979) -
«Mentre i politici si erano dimenticati dei napoletani, ritenendo probabilmente che ad essi, come dice una famosa canzone, bastava ‘o sole ‘o mare e na nenna a core a core” , questi si sono dati da fare ed hanno inventato l’Industria dell’Imitazione. Fabbriche di falso whisky scozzese delle migliori marche, fabbriche di Fernet Branca quasi amaro (500.000 bottiglie sequestrate due mesi fa), fabbriche di Chanel n. 5 (“il nostro profumo dottò, è più bbuono di quello francese, basta una goccia sola e ve lo sentite appresso per tutta la giornata” ), fabbriche di borse Luis Vitton, “quella da 200.000 lire ve la vendo per 15.000” ), fabbriche di dischi e musicassette dei maggiori cantanti del mondo (sessanta miliardi di fatturato, dico sessanta miliardi!) Come Milano crea, Napoli imita e la rivoluzione viene rimandata al mese successivo» (SE I CONTRABBANDIERI SCENDONO IN SCIOPERO
di Luciano De Crescenzo, La Stampa, 16 marzo 1978) -
Le chiacchiere che circolano sul Santa Rita riferiscono di condizioni non certo eccellenti, ma nessuno immagina cosa si svolga dentro l’istituto di assistenza gestito dalla ex suora Maria Diletta Pagliuca. L’ispezione della polizia di Frascati, avvenuta nei primi mesi del 1969, non porta a nulla perché tutto quanto risulta in ordine. Niente catene, niente legacci, nessuno strumento di sevizie, niente di niente: il commissario di polizia di Frascati si limita a riferire al prefetto che i locali non sono idonei. Si scopre, poi, che la Pagliuca ha avuto una soffiata da parte di un ufficiale sanitario di Grottaferrata che verrà processato per favoreggiamento, rivelazione di segreto d’ufficio e falso. Quando nella serata di venerdì 6 giugno 1969 la polizia compie una seconda ispezione, questa volta non preannunciata, lo spettacolo che si presenta dinanzi agli occhi è terrificante: quindici ragazzi sono incatenati ai lettini, infreddoliti, denutriti, con gli occhi pieni di paura. I ricoverati risultano in tutto ventotto; di questi, solo tre sono in condizioni fisiche accettabili e vengono subito trasferiti all’Istituto per oligofrenici Villa Luisa di Montecompatri: si meravigliano per gli abbondanti pasti e raccontano che suor Colomba, come si faceva chiamare Maria Diletta Pagliuca, dava loro per cena solo una fetta di pane con un po’ di marmellata. I restanti venticinque bambini vengono invece ricoverati all’ospedale di Velletri: i loro corpi presentano segni di percosse e lividi provocati dalle catene con le quali sono stati legati di notte. Le indagini si concentreranno poi su almeno quattro bambini morti, nel tentativo di accertare un eventuale nesso di causalità tra i decessi e le sevizie. -
Giovane, smilzo e in jeans, con un maglioncino striminzito. Sguardo un po’ febbrile, guance scavate, animo sensibile, come tanti coetanei delle stesse origini e inquietudini politiche ed esistenziali. Se dovete immaginarvi il giornalista Carlo Rivolta, classe 1949, morto di eroina nel 1982, fatelo così: un personaggio paradigmatico dei Settanta italiani, allo stesso tempo testimone e vittima. Finito inghiottito nel mondo della notte che per forza di cose era portato a frequentare, vista la passione con la quale aveva deciso di intraprendere la professione di cronista -
Tribunale di Roma, 13 ottobre 1979. Mario Appignani, detto «Cavallo Pazzo», esponente degli «Indiani Metropolitani» romani, viene portato via dopo essersi iniettato una dose di eroina -
«La ditta Carmela e Enzina “Tabacchi esteri” avverte la spettabile clientela che resterà aperta tutto il mese di agosto non avendo i necessari fondi»
Napoli, piazza Giuseppe Mazzini. Fine anni Settanta -
Sfidare le forze di polizia in sella ad una motocicletta, finire in carcere, uscirne da personaggio pubblico e ritrovarsi Ornella Muti che chiede di fare un giro in moto. Negli anni ’70 accadeva anche questo.
Antonio Mellino, lo spericolato centauro napoletano meglio noto come «Agostino ‘o pazzo» durante una pausa sul set del film «Un posto ideale per uccidere» di Umberto Lenzi (1971) -
«Rio de Janeiro. Un fotografo dilettante ha colto la signora Amelia Pezzutti, di 38 anni, di origine italiana, nel momento in cui cadeva dal balcone del suo appartamento al sesto piano. La signora è finita sulla tettoia in metallo di un ristorante, sfondandola. Ha riportato fratture, ma non è grave. Mentre attendeva l’autoambulanza, che doveva portarla all’ospedale, si è accesa una sigaretta».
Corriere della Sera, 29 dicembre 1971 -
Napoli, 20 settembre 1970. Ad un mese dai folli inseguimenti che hanno segnato le vie della città, i Carabinieri arrestano Antonio Mellino, detto «Austino ‘o pazzo», lo spericolato motociclista diciassettenne che con le sue scorribande notturne ha tenuto in scacco le forze di polizia del capoluogo campano.
Le manette scattano mentre il ragazzo è in Piazza del Gesù in compagnia di alcuni amici. Per non lasciarselo scappare, gli agenti colgono Mellino in un momento in cui è sprovvisto della sua potente «arma»: la Gilera 125 che lo ha reso celebre in tutta Italia, scatenando insurrezioni tra i ragazzi dei quartieri di Napoli, tanto da fargli valere l’appellativo di «Masaniello degli anni ’70». Oltre a Mellino, finiranno in tribunale altri 58 imputati, accusati di blocco stradale, adunata sediziosa, resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale. -
Milano, 9 giugno 1977. Il ventenenne Mario Appignani, «indiano metropolitano» noto con lo pseudonimo di «Cavallo Pazzo», dopo aver convocato in strada alcuni giornalisti, prepara una dose di eroina e se la inietta in vena davanti ai flash fotografici. Il gesto, secondo Appignani, serve a mostrare a tutti quella che ormai è una realtà comune a tantissimi giovani. Poco tempo dopo, «Cavallo Pazzo» verrà arrestato per contravvenzione alla diffida di soggiornare nel capoluogo lombardo.
Trovatello figlio di una ragazza madre, in tenera età Appignani affronta numerosi orfanotrofi e riformatori, passando anche per il «lager» della Pagliuca a Grottaferrata. Appena maggiorenne pubblica il libro «Un ragazzo all’inferno: viaggio allucinante in 19 istituti di rieducazione» con prefazione di Marco Pannella. -
James Warren Jones, detto Jim (Lynn, 13 maggio 1931 – Jonestown, 18 novembre 1978), predicatore statunitense.
Fondatore della congregazione religiosa Tempio del popolo (Peoples Temple), è conosciuto per avere indotto 918 membri della sua congregazione a uno spaventoso suicidio di massa a Jonestown e per avere fatto uccidere cinque persone nella vicina pista aerea di atterraggio, tra cui un deputato del Congresso degli Stati Uniti d’America (foto di Nancy Wong – Opera propria) -
7 Agosto 1974. Il funambolo Philippe Petit attraversa le Twin Towers del World Trade Center di New York camminando su un cavo di acciaio spesso poco meno di 3 centimetri ad un’altezza di 417.5 metri dal suolo. Verrà arrestato subito dopo l’impresa -
Jean-Bédel Bokassa, dittatore della Repubblica Centrafricana dirà di sé stesso: «Ci sono molte similitudini tra Napoleone e me». Dopo la presa del potere con un colpo di stato nel 1966, Bokassa decide di trasformare la repubblica in un «impero» e organizza una cerimonia che definisce «tra le più imponenti del ventesimo secolo»; l’evento, largamente finanziato dalla Francia, ne celebra l’autoproclamazione a «imperatore».
Il 4 dicembre 1977, «sua altezza imperiale Bokassa I» siede sul trono in legno e bronzo alto due metri e mezzo, commissionato allo scultore Olivier Brice. Trenta cavalieri francesi scortano le carrozze del corteo trainate da trentadue cavalli bianchi normanni. Una parata di settemila studenti sfila in corteo, tutti in divisa bleu mariner. Cinquemila invitati da tutto il mondo siederanno al pranzo cerimoniale a cui hanno lavorato sessanta squadre di operai francesi. Il numero dei coperti arriva a diecimila e sul menù spiccano vini e champagne tra i più costosi al mondo. L’aquila imperiale è ovunque: sul trono, sugli stemmi, sulle divise, persino nei rubinetti del bagno della dimora di Bokassa.
La corona dell’imperatore brilla di diamanti provenienti dalle miniere centrafricane, la mantella di velluto porpora e pelliccia si abbina al resto degli arredi: tende, tuniche, tappeti, arazzi, tutto sui toni dell’oro, del viola e del porpora. Le congratulazioni arrivano da gran parte dei leader mondiali, compreso il presidente italiano Giovanni Leone. L’impero di Jean-Bédel Bokassa termina nel 1979: durante un viaggio in Libia, un’operazione diretta dal governo francese rimetterà al potere David Dacko, già destituito dal colpo di Stato nel 1966.
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