Qui potrai trovare una vasta rassegna di materiali aventi ad oggetto uno dei periodi più interessanti della recente storia repubblicana, quello compreso tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta del secolo scorso.
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Di Gianluca Falanga
Le immagini del ricevimento per il settantesimo compleanno di Gerhard Schröder a San Pietroburgo, organizzato dalla Nord Stream AG la sera del 28 aprile 2014, suscitarono viva indignazione in Germania, mettendo in imbarazzo il governo Merkel, costretto a precisare alla stampa che l’ex cancelliere non si trovava in Russia su incarico istituzionale. Si era nel pieno della crisi ucraina, provocata dall’illegale annessione russa della Crimea nelle settimane precedenti, e le foto ritraevano un raggiante Schröder in abito scuro, davanti all’ingresso dell’elegante Palazzo Yusupov, in attesa dell’ospite d’onore: Vladimir Putin. In uno scatto successivo, pubblicato dal quotidiano BILD, si vedeva il presidente russo, appena sceso da una limousine nera, stringere l’amico tedesco in un caloroso abbraccio. Molti credono che nessun tedesco sia in rapporti così stretti con l’autocrate del Cremlino come l’ex cancelliere socialdemocratico. Si sbagliano. Quella sera, come mostrano le foto, alla destra di Schröder, ad accogliere Putin, c’era un uomo sulla sessantina in abito blu, corporatura tarchiata, capello grigio argento, sconosciuto ai più, ma non a Putin: il suo nome è Matthias Warnig. Ed è uno dei più potenti e influenti oligarchi che compongono il “cerchio magico” del presidente Putin. Per raccontare la sua storia, bisogna correre indietro nel tempo, alla metà degli anni Settanta, 1974 per la precisione.

San Pietroburgo, aprile 2014: l’arrivo di Putin in occasione del compleanno dell’ex cancelliere tedesco Schröder. Warnig è il primo da sinistra
Lauchhammer è una cittadina della Bassa Lusazia, nel Brandeburgo meridionale, oggi una delle aree più depresse della Germania orientale a causa della deindustrializzazione post-riunificazione e ulteriormente minacciata dalla chiusura delle centrali a carbone, prevista per il 2038. Quel paesaggio lunare, dominato dagli immensi crateri delle cave di lignite più grandi d’Europa, dal 1990 in parte rinaturate, era il cuore del bacino minerario della DDR, l’intera regione viveva dell’intensa attività estrattiva e della produzione energetica, quest’ultima insieme all’industria pesante e a quella chimica uno dei tre settori vitali dell’economia dello Stato tedesco-orientale. Originario di Altdöbern, un paesino a poca distanza dalla frontiera polacca, all’epoca il giovane Matthias frequentava l’ultimo anno del ginnasio, e già era segretario d’istituto della Freie Deutsche Jugend, l’organizzazione giovanile del partito-Stato SED. La mamma Brigitte, ispettrice scolastica in quota SED, conviveva con un ufficiale della Stasi di servizio nel distretto di Senftenberg. Il ragazzo cresceva insomma in una famiglia della nomenclatura, in linea coi dettami e le aspettative politico-ideologiche del regime. Aveva dunque tutte le carte in regola per fare carriera dentro un sistema che privilegiava espressamente gli elementi di consolidata integrazione dell’ordinamento dello Stato. Non sorprende allora che i reclutatori della Stasi lo avessero nel mirino come potenziale collaboratore sin da quando era poco più che un ragazzino e non ebbero difficoltà ad acquisirlo come fiduciario, facendo leva sulla sua diligente e appassionata lealtà alla Causa.

L’impegnativa d’ingaggio firmata “Hans-Detlef”, alias di Warnig durante il periodo da “collaboratore non ufficiale” della Stasi
Era uso nella DDR, all’atto dell’arruolamento fiduciario nell’immenso esercito invisibile dei delatori, fare firmare ai nuovi “collaboratori non ufficiali” (inoffizielle Mitarbeiter, breve: IM) un’impegnativa d’ingaggio riservata, scritta di proprio pugno sotto dettatura del funzionario gestore della fonte. In quella di Matthias Warnig si legge: «M’impegno a sostenere la Sicurezza di Stato in via confidenziale nella lotta contro i nemici del nostro Stato». Questi nemici, veri o presunti, Matthias alias IM “Hans-Detlef” (questo il suo primo nome in codice registrato negli archivi della Stasi) si incaricava a cercarli fra i suoi compagni di classe, dentro e fuori l’istituto, diventando così una delle migliaia di spie, diverse centinaia delle quali ancora minorenni (come esplicitamente voluto da Mielke in una direttiva segreta del 1966), che quotidianamente in tutto il Paese del Muro rifornivano la polizia segreta di informazioni dall’interno delle scuole, sulla condotta dei ragazzi, sul rapporto fra genitori e insegnanti e quant’altro poteva essere d’interesse e utilità per riconoscere gli orientamenti anche solo potenziali dei singoli sin dalla primissima adolescenza e prendersi cura sul nascere di ogni “tendenza e manifestazione negativa” si manifestasse nel delicato settore della vita dei giovani, ai quali il regime realsocialista della DDR, come tutte le dittature, dedicava le sue particolari attenzioni.

Modulo di Warnig, con nominativo in chiaro, proveniente dagli schedari operativi della XII Divisione centrale (gestione dati e archivi)
Gerold Hildebrand, che fece presto esperienza delle cure riservate dal regime agli indisciplinati, segnalati da zelanti informatori come “Hans-Detlef”, frequentava lo stesso liceo di Matthias. Ogni mattina prendevano lo stesso autobus che li portava a scuola. In una lettera aperta, indirizzatagli lo scorso 6 aprile 2022 sotto l’impressione della guerra in Ucraina, Hildebrand ha ricordato così il suo vecchio compagno di scuola:
Venne tutto fuori con l’apertura dei fascicoli della Stasi, cosa per la quale mi battei nel 1990. Sebbene si intuisse già da allora, quando ve ne stavate sempre in disparte, tu e il tuo unico amico Lungwitz, il figlio del sindaco della SED, che stavate da quella parte. Vi avessimo portati con noi in giro per concerti, in autostop, o al Zollhaus, che nel 1967 (d’accordo, allora avevamo appena dodici anni) era il secondo locale beat più grande della DDR, avresti appreso dai perseguitati ciò che non ci insegnavano nelle ore di educazione civica comunista. E forse, chissà, avrebbe potuto salvarti dall’indottrinamento ideologico totalitario che ti ha formato alla guerra al nemico. Per quanto mi riguarda, non ho avuto bisogno di un titolo universitario emesso da una delle fucine rosse del paese, opportunità che peraltro mi fu negata perché mi rifiutai di sparare ai fuggitivi alla frontiera e così mi risparmiai il servizio di leva perché correttamente giudicato inaffidabile, per la precisione “elemento privo di morale militare socialista”. In una dittatura non si è costretti a funzionare come preteso e si può anche dire di no.

La scheda con i dati relativi alla carriera di Warnig (fascicolo personale, archivio dei collaboratori/quadri)
Dopo la maturità, le loro strade si divisero: Gerold fu cacciato dall’Università di Jena per il suo rifiuto di prestare il servizio militare nelle Grenztruppen e diventò negli anni Ottanta, a Berlino est, uno dei più attivi animatori del movimento per i diritti civili e di opposizione alla dittatura. Matthias, invece, accettò la proposta della Stasi, che valutando positivamente la sua volenterosa collaborazione, gli offrì l’opportunità di svolgere un servizio militare abbreviato di soli sei mesi nei ranghi del Wachregiment Dzeržinskij (struttura paramilitare incardinata nel Ministero per la Sicurezza di Stato, per molti funzionari anticamera del servizio nelle divisioni operative della Stasi) per intraprendere la carriera nel servizio segreto. A soli 19 anni, presentata domanda per entrare nel partito, il 1° aprile 1975 Matthias Warnig cominciò l’addestramento presso la Scuola dell’Hauptverwaltung Aufklärung (HV A), per diventare un agente dell’intelligence esterna della DDR, diretta da Markus Wolf.

La scheda di Warnig ai tempi degli studi presso la Hochschule für Ökonomie; da qui il nome in codice “Ökonom” assegnatogli dall’HV A. Il documento, con nominativo coperto, proviene dagli schedari operativi della XII Divisione centrale (gestione dati e archivi)
Secondo quanto è riportato nelle schede del suo Kaderakte (fascicolo personale del collaboratore), nel periodo della fluida transizione dalla delazione di piccolo calibro allo spionaggio internazionale, Matthias Warnig agì sotto copertura civile, venendo impiegato come OibE. La sigla sta per Offizier im besonderen Einsatz, “ufficiale in missione speciale”, nella Stasi una particolare categoria di funzionario impiegato sotto falsa identità presso un’altra istituzione dell’amministrazione statale, infiltrata in tutte le sue articolazioni da uomini dell’apparato di sicurezza per sorvegliarne e assicurarne il funzionamento secondo la volontà del partito. Nella seconda metà degli anni Settanta, erano più di 3000, piazzati in posizioni strategiche in tutti i ministeri ed enti pubblici, nelle piccole e grandi imprese di Stato e nei gangli vitali del sistema economico, nelle ambasciate all’estero come nelle strutture formative di professioni specialistiche (criminalisti, ingegneri, scienziati, medici), persino dentro gli organi di polizia. Warnig operava come un semplice studente della Hochschule für Ökonomie, da qui il nome in codice “Ökonom” assegnatogli dall’HV A e che conservò anche quando prese servizio come funzionario del Ministero per il Commercio estero, posizione ideale per muoversi sul fronte dello spionaggio industriale. I risultati positivi della sua attività gli valsero la prima decorazione, conferitagli personalmente dal ministro Mielke nel 1984, l’Ordine militare per servizi alla Patria e al Popolo. Poco dopo, arrivò anche la sua prima missione oltrecortina: con l’intera famiglia al seguito, la giovane moglie e due bambini, Matthias Warnig si trasferì a Düsseldorf, in un appartamento nel quartiere di Bilk. Ogni mattina, sotto le spoglie di semplice consigliere della rappresentanza commerciale della DDR nel capoluogo della Nordreno-Vestfalia, Warnig si recava a lavoro nella Graf-Adolf-Straße, a poca distanza dalla stazione centrale. La missione commerciale fungeva da base per le operazioni di spionaggio da lui dirette.
La distruzione quasi completa degli archivi cartacei dell’HV A, avvenuta nell’autunno-inverno 1989/90, non consente una ricostruzione esaustiva dell’azione spionistica dispiegata dalla residentura incardinata nella rappresentanza commerciale di Düsseldorf. Per fortuna, l’HV A fu uno dei primi tra i servizi informativi dei Paesi del Patto di Varsavia a servirsi della moderna elaborazione elettronica dei dati, già alla fine del 1972 l’intero schedario centrale era stato duplicato su nastri magnetici ed era a disposizione per la consultazione computerizzata. Fra il 1973 e il 1974 era partito inoltre il primo progetto di trattamento elettronico delle informazioni provenienti dalle spie attive in tutto il mondo, nasceva così il sistema delle banche dati SIRA (System der Informationsrecherche der Auslandsaufklärung), le cui stringhe, circa 650.000 immissioni di dati relativi a informative e documenti trasmessi dall’estero, costituiscono oggi una delle pochissime fonti disponibili per tratteggiare il profilo delle attività d’intelligence della DDR in altri paesi e ricostruire a grandi linee i flussi informativi in entrata. Alla caduta del Muro di Berlino, i “commando di macerazione” riuscirono ad eliminare anche i nastri magnetici e a cancellare le migliaia di file SIRA, ma nella confusione degli ultimi mesi di vita dello Stato tedesco-orientale una copia di back-up del cervellone elettronico scampò al diluvio e fu rinvenuta nell’autunno 1990 in una struttura militare a sud di Berlino. Decifrate con successo dai tecnici della Bundeswehr, le informazioni contenute nei database SIRA sono dunque consultabili dal 1998.

La scheda di “Arthur”, altro alias di Warnig, relativa agli anni 1986-88. Il documento, con nominativo coperto, proviene dagli schedari operativi della XII Divisione centrale (gestione dati e archivi)
Ben 71 pagine di tabulati SIRA rivelano gli ambiti nei quali si concentrò l’attività di spionaggio della fonte “Arthur” alias Matthias Warnig in Germania ovest nel triennio 1986-1988. Warnig era esperto di finanza ed economia energetica ovvero due dei settori più critici dell’economia di Stato della DDR. Nel 1987 trasmise agli analisti della XV divisione della Sezione tecnologia e scienza (SWT) presso la centrale di Berlino est dossier contenenti «studi sul funzionamento delle centrali elettriche a carbone in condizioni meteorologiche estreme», una «relazione riservata del centro di ricerca nucleare di Jülich e programmi del Governo federale nel campo delle biotecnologie», documenti sensibili su «generazione di energia per pirolisi», la completa «documentazione riservata del seminario di economia e top-management presso il Castello di Gracht a Erfstadt» (classificato wertvoll, “molto utile”, dagli analisti), e ancora «progetti di martelli pneumatici dell’azienda Hilti», «documenti della TÜV Rheinland», «studi sulla costruzione di impianti chimici». Le informazioni trasmesse dalla fonte “Arthur” erano sistematicamente girate dalla sezione SWT dell’HV A al Ministero del carbone e dell’energia della DDR, nel novembre 1988 materiale riservatissimo della Kraftwerk Union AG (controllata della Siemens e principale società costruttrice di centrali termiche) sull’«utilizzo di valvole ad azione rapida nelle centrali nucleari» fu inoltrato alla direzione tecnica della centrale nucleare “Bruno Leuschner” di Greifswald, il più grande dei due impianti realizzati nella DDR. Fra gli obiettivi dell’attività di raccolta della residentura HV A di cui faceva parte Warnig c’erano Krupp, Thyssen, Rheinbraun, BASF, l’editore Data Becker e anche la Dresdner Bank, uno dei maggiori istituti di credito della Repubblica federale tedesca.

Warnig alla fine degli anni Ottanta. La foto tessera proviene dalla scheda biografica contenuta nel fascicolo personale dello stesso ex capitano HV A
Alla vigilia della crisi finale del regime tedesco-orientale nell’autunno 1989, il trentaquattrenne capitano Matthias Warnig era all’apice della sua carriera di agente segreto: guadagnava al mese quasi 26.000 marchi (est), più di quattro volte un lavoratore medio nella DDR, da circa un anno era vicedirettore dell’ufficio 5/XV SWT, una delle più importanti strutture operative del servizio, responsabile per la raccolta informativa nel settore economia/industria meccanica ed energetica. Il 7 ottobre, ultimo compleanno della DDR, mentre i manifestanti in protesta stringevano d’assedio i palazzi del potere e la Rivoluzione pacifica si avvicinava a grandi passi al suo momento culminante, il generale Erich Mielke lo decorava per la terza volta, conferendogli la medaglia d’oro dell’Esercito popolare al merito di servizio, onorificenza accompagnata dall’elogio personale del ministro per l’«azione accorta e ingegnosa e la massima dedizione». Per proteggere la fonte, che si sospettava essere finita nei radar del controspionaggio avversario, ad agosto 1989 si era preferito ritirarlo, richiamandolo nella DDR prima che venisse identificato. Warnig visse così a Berlino i mesi del collasso del regime, al quale doveva tutto ciò che aveva raggiunto fino ad allora. Le spiccate capacità di ambientamento in nuovi contesti e situazioni dimostrate nel periodo trascorso oltrecortina, la facilità con la quale era in grado di stabilire contatti e intrattenere relazioni grazie al suo fare diretto e spigliato, si rivelarono straordinariamente utili anche per sopravvivere alla scomparsa del mondo al quale sentiva di appartenere e attraversare, non solo indenne, la transizione verso un futuro incerto. A differenza di tanti altri suoi compagni čekisti, che vissero la fine della Guerra fredda come una profonda cesura nelle loro biografie e per i quali la passata appartenenza alla Stasi divenne subito una scomoda ipoteca per l’avvenire, specialmente professionale (la stragrande maggioranza degli oltre 91.000 funzionari della Stasi si vide di colpo privata non solo del lavoro, del rango e dei privilegi che il regime aveva assicurato alle sue élite, bensì dell’intera dimensione ideale ed esistenziale, nella quale avevano vissuto e operato per decenni), per Warnig fu invece proprio l’esperienza dello spionaggio raccolta sul campo il trampolino di lancio che lo proiettò verso un’inattesa nuova carriera, di più: un’eccezionale scalata verso le alte sfere della finanza, nel tanto disprezzato capitalismo.
Gli ufficiali dell’HV A, che negli anni del regime comunista avevano goduto della fama quasi aristocratica di “intellettuali” dello spionaggio (la cosa era dovuta non solo al più elevato grado di formazione rispetto alla media dei quadri della polizia segreta, ma anche all’opportunità di potere viaggiare e soggiornare con frequenza in Occidente, preclusa alla maggior parte dei funzionari della Stasi), furono quasi tutti risparmiati dagli sforzi della giustizia tedesca post-riunificazione di fare giustizia delle sistematiche violenze e violazioni dei diritti civili e umani commesse in quarant’anni di dittatura nonché dall’ostracismo sociale subito dagli uomini della Stasi negli anni novanta. Essi approfittarono anche della leggenda, creata ad arte, dell’HV A “pulita”, quale intelligence operante all’estero rimasta sostanzialmente estranea alla repressione politica esercitata all’interno del paese, cosa assolutamente falsa: il servizio di Markus Wolf non aveva mai fatto mancare il suo contributo informativo e operativo alle operazioni persecutorie nei confronti della dissidenza e agli interventi di repressione interna. Furono però soprattutto le conoscenze acquistate muovendosi a lungo e in profondità nei settori della politica, dell’economia, della finanza e dello sviluppo tecnologico dei paesi occidentali, in primis della Germania ovest, che permisero loro, per la precisione a un gruppo di questi, la cui azione spionistica era consistita per lo più in un’intensa attività di networking, di riciclarsi e reinventarsi con relativa agilità nel nuovo sistema politico ed economico, cogliendo le opportunità offerte dalla rapida globalizzazione dei mercati, accelerata proprio dal superamento della Guerra fredda.

Il Silberturm di Francoforte, costruito su progetto del duo Beckert & Becker tra il 1975 e il 1978 per ospitare la sede della Dresdner Bank
Il contesto della riunificazione tedesca non consentì a funzionari degli apparati della DDR di accumulare ricchezze e potere con le privatizzazioni, come avveniva in Russia e in quasi tutte le repubbliche ex sovietiche dopo lo scioglimento dell’Urss (ma l’oligarchizzazione era cominciata già nel periodo delle liberalizzazioni gorbacëviane), l’estensione a est delle imprese tedesco-occidentali, interessate a conquistare mercati e clienti nelle regioni della ex DDR, rendeva tuttavia preziose le competenze di uomini come Warnig, ancora giovani e intraprendenti, profilo basso (praticamente sconosciuti all’opinione pubblica) e soprattutto a loro agio in entrambi i sistemi, quello socialista e quello liberal-capitalista. Il 18 novembre 1989, l’ex capo della SED a Dresda Hans Modrow formava un nuovo governo, il primo dopo la caduta del Muro e l’ultimo a guida SED, che avrebbe accompagnato il paese alle memorabili (le prime libere) elezioni del 18 marzo 1990. Matthias Warnig entrò come consigliere nella squadra della ministra dell’economia Christa Luft, che apprezzò tanto le qualità e la competenza dell’ex agente dell’HV A da volerlo al suo fianco al tavolo dei negoziati economici con il governo di Bonn, dai quali uscì lo storico trattato di riunificazione monetaria, economica e sociale. Durante uno dei frequenti soggiorni a Bonn di quei mesi, Warnig fece la conoscenza di Wolfgang Röller, all’epoca amministratore delegato della Dresdner Bank, che si mostrò interessato al trentacinquenne. Il 20 maggio 1990, a nemmeno 48 ore dalla firma del trattato che introduceva il marco nei territori della ex DDR e ne sanciva l’incorporazione sul piano economico, fiscale e sociale nella Repubblica federale, preparando la definitiva riunificazione politica del 3 ottobre 1990, Matthias Warnig passò alle dipendenze della Dresdner Bank (alla quale fino a pochi mesi prima aveva dedicato le sue attenzioni di spia) sotto la direzione di Bernhard Walter, responsabile per l’espansione degli affari verso l’est.
Warnig fu mandato prima a Londra ad apprendere meglio il mestiere, poi contribuì in misura decisiva all’apertura delle filiali della banca nei Länder orientali della Germania, quindi il gran passo: la Russia, dove, dopo aver operato da consulente nelle trattative per la ristrutturazione del debito sovietico, fu inviato da Walter a studiare la situazione per preparare l’apertura di una prima rappresentanza della Dresdner Bank a San Pietroburgo. Nell’ottobre 1991, Matthias Warnig si trasferì in riva alla Neva, questa volta senza famiglia. Meno di due anni dopo la Dresdner Bank era il primo istituto di credito occidentale ad aprire i suoi sportelli in Russia. Questo ulteriore successo Warnig lo doveva a un ambizioso collaboratore del sindaco Anatoli Sobčak, che incontrò per la prima volta appena sbarcato a San Pietroburgo: Vladimir Putin. L’ex tenente colonnello del KGB gli organizzò autorizzazioni e permessi e lo istruì su come orientarsi in Russia per ottenere ciò di cui aveva bisogno per i suoi affari. Allora Putin non era ancora una personalità di spicco, ma già si era conquistato una posizione strategicamente importante: da poco rientrato da Dresda, dove per cinque anni aveva diretto l’ufficio di collegamento del servizio sovietico con la Stasi, dal luglio 1991 e fino al 1996 presiedeva il comitato per le relazioni internazionali di San Pietroburgo, con il compito di promuovere le relazioni con l’estero per attirare gli investimenti stranieri. Putin e Warnig si compresero al volo, avevano moltissimo in comune, entrambi čekisti orfani del socialismo, quasi coetanei, si erano sposati giovani, avevano due figli piccoli e un matrimonio che scricchiolava sotto il peso degli impegni di lavoro. Presero a frequentarsi, specialmente nei fine settimana, a trascorrere le ferie insieme con le rispettive famiglie, l’amicizia si consolidò ulteriormente nel 1993, quando la prima moglie di Putin, Ljudmila, ebbe un grave incidente d’auto e Warnig si attivò subito per organizzare un delicato intervento chirurgico e le cure mediche in Germania, a spese della Dresdner Bank. Putin ricambiò, non appena giunto al Cremlino, spalancandogli le porte della finanza e dell’economia russa e consentendogli di divenire uno dei top-manager più influenti oltre che uno dei suoi consiglieri più ascoltati.

Gerhard Schröder e sua moglie, Doris Schröder-Köpf, nel 2003, durante un incontro con il presidente russo Vladimir Putin
Negli anni del secondo gabinetto Schröder in Germania (2002-2005), che avviò la cosiddetta “partnership strategica” russo-tedesca quale comunità di interessi costruita attorno al rapporto di fiducia personale fra il cancelliere socialdemocratico e Putin al suo primo mandato presidenziale, Matthias Warnig, già capo della Dresdner Bank in Russia e presidente del supervisory board della banca d’investimento Dresdner Kleinwort, entrò nel 2003 nel consiglio di sorveglianza della Bank Rossija, uno dei primi istituti di credito privati fondati nella Russia ancora sovietica nel 1990 e la prima banca commerciale a detenere conti per le operazioni economiche estere del comitato regionale del PCUS (azionista di maggioranza fino al suo scioglimento) nonché della dirigenza del KGB di Leningrado. Oggi è considerata la cassa personale di Putin, alla quale è agganciata una rete di società ombra utilizzata dagli oligarchi russi per i depositi offshore. Successivamente, Warnig divenne anche membro del consiglio di sorveglianza del secondo maggiore istituto di credito della Federazione russa, la Bank VTB con sede a Mosca. Seguì negli anni a venire una pioggia di mandati e nomine nei consigli di vigilanza e amministrazione dei colossi dell’industria estrattiva ed energetica russa, con un ruolo chiave nei progetti che stringevano sempre di più i legami energetici tra Russia e Germania: il primo passo fu, nel dicembre 2005, l’ingresso nel cda della compagnia russo-tedesca NEGP, controllata da un consiglio di vigilanza presieduto da Gerhard Schröder. La Spa, rinominata Nord Stream AG, aveva in gestione l’esercizio del gasdotto Nord Stream 1 per il trasporto del gas russo attraverso il Mar Baltico da Wyborg a Lubmin (Germania orientale), aggirando Polonia, repubbliche baltiche, Bielorussia e Ucraina. Warnig ne fu nominato amministratore delegato nel marzo 2006 e, successivamente, ottenne anche la presidenza del cda della Nord Stream 2 AG, quindi l’incarico di gestire la realizzazione del raddoppio del gasdotto sui fondali del Baltico, di proprietà della multinazionale russa Gazprom.
Fra il 2010 e il 2015 Warnig entrò poi nel cda (presieduto da Schröder) della Rosneft, una delle maggiori compagnie petrolifere del mondo, di proprietà in maggioranza del governo russo, in quello della Transneft, la società degli oleodotti russi, succedendo al ministro dell’economia energetica Sergej Schmatko, e in quello della United Company Rusal, il maggiore produttore di alluminio del mondo, di cui fu amministratore delegato dall’autunno 2012. In qualità di CEO del ramo svizzero della Gazprom divenne membro del consiglio di vigilanza della Verbundnetz Gas AG. Questa, con sede a Lipsia, era stata la compagnia di Stato della DDR che negli anni Settanta e Ottanta gestiva i rifornimenti di gas naturale sovietico e fu la prima grossa impresa di Stato tedesco-orientale a venire privatizzata nell’estate 1990. Nel 2012, Putin conferì al suo amico e capo di Nord Stream l’Ordine d’Onore della Federazione russa per meriti nel campo dell’industria e dell’energia e «in favore di un significativo aumento del livello di sviluppo socio-economico della Federazione Russa.» All’apice della sua mirabolante carriera, Warnig era sicuramente uno degli uomini più ascoltati da Putin, anche più di Gerhard Schröder, il solo oligarca che il presidente russo che accettava di incontrare con frequenza, in media una volta al mese. Anche dopo il rientro di Warnig in Germania nel 2006, quando preferì stabilirsi in una villa nel Breisgau (regione a sud di Friburgo) con la sua seconda moglie Elena Selenova, conosciuta a San Pietroburgo, il rapporto con il presidente non mutò, anzi. Warnig presenziò alla cerimonia per il quarto insediamento di Putin al Cremlino dopo la vittoria alle elezioni presidenziali del 18 marzo 2018 e a ogni passaggio di Putin a Berlino era d’obbligo la sosta al Café des Artistes in Fuggerstraße, nel quartiere di Schöneberg, per uno spezzatino alla zurighese o un filetto Stroganoff (ostriche solo quando ci andava con Schröder), accompagnato da una birra media Radeberger, la preferita dal presidente dai tempi di Dresda (si dice che la Merkel gliene facesse pervenire periodicamente qualche cassa, perché irreperibile in Russia). Il locale è di proprietà di Stefan Warnig, chef e primogenito di Matthias Warnig.
Putin, è cosa nota, tiene molto al suo rapporto con la Germania, per la sua passata esperienza nella DDR. Sulle origini della sua amicizia con Warnig circola anche una seconda versione, diffusa dalla giornalista britannica Catherine Belton, autrice del bestseller Putin’s People: How the KGB Took Back Russia and Then Took On the West (2020) sull’ascesa al potere di Putin e la sopravvivenza di pezzi del KGB. Secondo la Belton, i due si sarebbero incontrati per la prima volta non nel 1991, bensì già nel gennaio 1989 in occasione del 71esimo anniversario dell’istituzione della Čeka (20 dicembre 1988), la polizia segreta dei bolscevichi, “madre” di tutte le polizie segrete comuniste. Warnig farebbe dunque parte di quella cellula di funzionari del KGB di stanza a Dresda, che avrebbe accompagnato Putin nella scalata al potere. I fascicoli riguardanti Warnig e soprattutto le circa 500 pagine di documenti conservati oggi negli archivi della Stasi sul periodo in cui Putin prestò servizio a Dresda non paiono confermare questa storia (nel gennaio 1989 Warnig operava ancora sotto copertura in Germania Ovest e rientrò a Berlino solo nella seconda metà di quell’anno), sebbene colpisca come ben tre dei quattro uomini in forza all’ufficio di Putin nella piccola residentura di Dresda li ritroviamo oggi, come Warnig, nel gruppo degli oligarchi che compongono il “cerchio magico” del presidente russo: Jewgeni Schkolov, dopo il 1991 amministratore regionale nell’Oblast di Ivanovo, dal 1999 assistente del presidente, capo del personale, capo del dipartimento di sicurezza economica e amministratore delegato dell’azienda elettrica di Stato russa VES; Nikolai Tokarev, dal 1996, dopo un periodo nell’amministrazione del Cremlino, vicecapo della compagnia di Stato russa che gestisce il patrimonio immobiliare della Federazione russa all’estero; Sergej Čemesov, negli anni novanta collaboratore di Putin nell’ufficio del presidente Jelzin, responsabile per le relazioni economiche con l’estero, con l’approdo di Putin alla presidenza membro della segreteria del partito di Putin Russia unita e direttore della Rosoboronexport, la maggiore impresa di fabbricazione ed esportazione di armi della State corporation russa Rostec, quest’ultima una posizione chiave per la conduzione della guerra di Putin in Ucraina. È insomma evidente che Putin si sia circondato di uomini, ex compagni del KGB, ai quali è legato dai tempi di Dresda.
Le sanzioni occidentali, predisposte dagli Stati uniti e dall’Unione europea a partire dal 2014 in risposta all’occupazione della Crimea, hanno colpito duramente banche e grandi imprese che finanziano la politica aggressiva del Cremlino, mirando anche e soprattutto agli oligarchi amici del presidente Putin. Come Schkolov, Tokarev, Čemesov e molti altri capitani d’industria ed esponenti del regime russo, anche Matthias Warnig è finito sulle Sanctions Lists internazionali. Nel 2018 è stato costretto ad abbandonare il cda della Rusal dopo che l’amministrazione Trump aveva posto come condizioni le sue dimissioni per sospendere le sanzioni contro il colosso russo dell’alluminio. Nel 2021 il congresso americano discusse dell’opportunità di sanzionare la Nord Stream e il suo CEO, ma l’amministrazione Biden preferì rinunciare a sanzioni dirette contro Warnig per riguardo ai rapporti con la Germania. Sanzioni che sono arrivate comunque nel febbraio 2022, in concomitanza con la decisione del governo tedesco guidato da Olaf Scholz di bloccare la procedura di autorizzazione per l’apertura del secondo gasdotto. Warnig ha quindi lasciato anche il consiglio di amministrazione della società calcistica di Gelsenkirchen Schalke O4, di cui Gazprom era il main sponsor ufficiale, e a maggio 2022, insieme a Gerhard Schröder, si è infine dimesso anche dal consiglio di sorveglianza della Rosneft, dimissioni che l’ex Stasi aveva peraltro già offerto il 24 febbraio, ma Putin lo aveva pregato di attendere, per il ruolo importante che riteneva avrebbe potuto ancora svolgere nel rapporto strategico con la Germania.
Le sanzioni hanno tuttavia minacciato anche il cospicuo patrimonio privato accumulato da Warnig, il quale, seguendo l’esempio degli altri oligarchi russi, ha immediatamente provveduto a ridurre la sua quota di proprietà della holding di famiglia, la MW Invest KG, dal 42,75 all’1 %, trasferendo l’impresa ai figli e alla moglie, nominata anche amministratore delegato. Si tratta di una delle principali società immobiliari nella regione a sud di Friburgo, una delle più ricche di tutta la Germania, che gestisce un patrimonio di immobili e terreni per un valore complessivo stimato intorno ai 30 milioni di euro. Nei dintorni di Staufen, la cittadina nel Breisgau dove risiedono, i Warnig sono conosciuti, seppure abbiano sempre mantenuto un profilo molto basso, restando lontano dalle pubbliche attenzioni. Il passato nella Stasi di Matthias, scoperto e reso pubblico nel 2005, non scandalizza più come avrebbe potuto negli anni Novanta o Duemila, a interessare è piuttosto la sua Putin-Connection. Nel marzo 2022, il sindaco di Staufen ha voluto prendere pubblicamente le distanze dalla complicità del suo illustre concittadino con l’autocrazia russa, responsabile dell’aggressione all’Ucraina, annunciando la restituzione della donazione di 5000 euro operata dalla MW Invest per finanziare un programma locale di attività culturali, adducendo come causa la non chiara provenienza del denaro. Non ha migliorato la situazione il tiepido biasimo della guerra scatenata dal Cremlino, espresso da Warnig in una delle sue rarissime dichiarazioni alla stampa. I conti bancari di famiglia sono congelati e la Nord Stream 2 AG è a un passo dall’insolvenza, nel settembre 2022 la giustizia svizzera (la società di proprietà di Gazprom ha sede a Zugo) ha concesso una proroga di altri quattro mesi della sospensione della procedura fallimentare. Dalla fine di maggio 2022 l’oligarca tedesco ha fatto perdere le sue tracce e di lui non si sono avute notizie fino a ieri (25 gennaio 2023), quando ha rotto il suo silenzio con un’intervista al settimanale amburghese Die Zeit, che lo ha raggiunto a Las Palmas de Gran Canaria. Mentre le truppe russe cercavano di prendere Kiev, ha raccontato il sessantasettenne in fuga dal suo passato, avrebbe cercato di convincere Putin a rivedere la sua decisione. Alla sua domanda, quale fosse il vero obiettivo della guerra, l’amico gli avrebbe risposto: segreto di Stato. Putin gli avrebbe inoltre proposto di trasferirsi con la famiglia a Mosca, per restare accanto a lui. Ma Warnig avrebbe rifiutato.