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Gli agenti seduttori della DDR e la professionalizzazione del «metodo Romeo»

Redazione Spazio70

Testimonianze documentali sopravvissute alla soppressione degli archivi rivelano quanto impegnativa fosse la preparazione logistica e psicologica dei piani d’azione delle «missioni Romeo» e il ruolo svolto dal generale Wolf nella più impietosa strumentalizzazione della dipendenza affettiva e della sessualità per fini spionistici che la storia ricordi

di Gianluca Falanga*

Di tutti i processi per spionaggio celebrati dal 1975 nell’aula di sicurezza del Palazzo di Giustizia di Düsseldorf i più delicati sul piano umano furono, negli anni novanta, quelli alle vittime dei famigerati «agenti Romeo» della Germania orientale, uomini incaricati di sedurre donne in posizione strategica, segretarie di ministeri ed istituzioni sensibili, per carpire loro informazioni riservate. A conferire eccezionale drammaticità a quei procedimenti era una circostanza paradossale, generata dal pronunciamento della Corte costituzionale del maggio 1995 che aveva decretato la non perseguibilità delle spie tedesco-orientali per il reato di tradimento giacché agenti di uno Stato sovrano, la Repubblica democratica tedesca, pienamente riconosciuto dal diritto internazionale. Per effetto di questa sentenza, una trafila di donne psicologicamente devastate dall’impietoso e prolungato abuso dei loro corpi e delle loro emozioni, si trovò costretta a sfilare sul banco degli imputati, accusate di un grave reato contro lo Stato, mentre gli uomini che le avevano sedotte e ingannate per anni, usate e infine abbandonate senza alcuno scrupolo, non solo restavano impuniti ma, chiamati a deporre come testimoni dell’accusa, contribuivano attivamente alla condanna delle loro stesse vittime.

La strumentalizzazione della sessualità e dell’affettività per fini spionistici non era un’invenzione dei servizi segreti comunisti, anche se nei decenni della Guerra fredda conobbe particolare fortuna e, nel caso specifico dell’intelligence tedesco-orientale Hauptverwaltung Aufklärung (HV A), una sconcertante professionalizzazione, frutto di studi e ricerche approfondite. Il più grande merito riconosciuto dalla storiografia all’agenzia diretta dal generale Markus Wolf è aver saputo approfittare al massimo delle condizioni generali della divisione tedesca, molto favorevoli all’infiltrazione: condividendo con i tedesco-occidentali la stessa lingua e le medesime radici culturali, gli agenti della Germania comunista potevano godere di opportunità mimetiche e operative di molto superiori rispetto ad altri contesti. Le condizioni per l’utilizzo di agenti “rubacuori” erano pertanto ideali e le potenzialità furono sfruttate appieno, come testimoniano i cinquantanove casi conosciuti di donne cadute nella cosiddetta «trappola di Romeo», in taluni casi operazioni di altissimo profilo, molto redditizie in termini di acquisizione di informazioni sensibili e che avrebbero potuto seriamente minacciare la sicurezza della Repubblica federale tedesca e dell’Alleanza atlantica.

UN METODO ELABORATO IN REGIME DI STRETTISSIMA RISERVATEZZA

Ursel Lorenzen in una conferenza stampa a Berlino est (1980). Il caso Lorenzen è uno dei più noti e interessanti: impiegata presso la Segreteria generale della Nato, reclutata dall’agente Dieter Sturm, fuggì nella DDR poco prima di essere scoperta dalle autorità tedesco-occidentali. Visse per tutti gli anni Ottanta nella Repubblica democratica insieme a Sturm, nel frattempo divenuto suo marito. Colpita da un mandato d’arresto, la coppia fece successivamente perdere le proprie tracce forse alla volta della Libia (fonte dell’immagine: Archivio federale tedesco)

Helga Berger, assistente dell’ambasciatore della Repubblica federale tedesca a Varsavia, rivelò al compagno, l’agente dell’HV A Peter Krause, credendolo un cittadino sudafricano collaboratore dell’intelligence britannica, la posizione che avrebbe assunto il governo di Bonn nei delicatissimi negoziati per la conclusione degli storici trattati della Ostpolitik;

Ursel Lorenzen e Margarethe Lubig, impiegate presso la Segreteria generale della NATO nei quartieri generali di Bruxelles e Fontainebleau, consegnarono ai relativi consorti, gli agenti Dieter Sturm alias Will e Kai Petersen alias Roland Gandt (direttore di un teatro in Sassonia, sfruttò le sue doti istrioniche per fingersi un giornalista danese collaboratore dell’intelligence militare danese), centinaia di copie di documenti segretissimi che permisero al Patto di Varsavia di seguire l’evoluzione degli assetti strategici dell’Alleanza atlantica negli anni cruciali della distensione;

Gabriele Gast, analista del Bundesnachrichtendienst (BND), ingaggiata dal «Romeo» Karl-Heinz Schneider, consentì agli analisti militari di HV A e KGB di conoscere in tempo reale il contenuto dei rapporti inviati settimanalmente al cancelliere Helmut Kohl contenenti ragguagli e aggiornamenti sulla situazione politica e militare in Europa orientale;

Heidrun Hofer, segretaria in un ufficio del BND a Parigi, rivelò al KGB tramite l’amante, il «Romeo» tedesco-orientale Hans Puschke, il segreto di Stay Behind e i piani di riorganizzazione dell’intelligence tedesco-occidentale in caso di invasione sovietica della Repubblica federale.

Caratteristico del «metodo Romeo» era il perverso legame di complicità che univa nello spionaggio la vittima al carnefice. In genere, le donne erano indotte al tradimento della fiducia dei colleghi e degli obblighi di riservatezza verso il proprio governo senza avere conoscenza del vero destinatario ultimo dei documenti riservati che portavano a casa dal lavoro per girarli ai loro mariti o amanti. Gli «agenti Romeo» ingaggiavano le loro vittime per lo più false flag, ossia facendo loro credere di stare fornendo indiscrezioni utili a un servizio segreto “amico” in difficoltà o a un’organizzazione non governativa pacifista. Fatta eccezione per qualche caso isolato di simpatia per il socialismo, raramente erano motivi ideologici o politici a muovere le donne: la molla principale era quasi sempre la passione amorosa, più precisamente lo stato di forte dipendenza affettiva dal partner nel quale venivano imprigionate le vittime con una lunga e paziente azione di condizionamento psicologico, fatta di premurose attenzioni e puntuali rassicurazioni, soddisfazione dei bisogni più intimi e illusione della gemellarità delle anime, che rendeva quelle donne manovrabili e manipolabili.

Intervistato negli anni novanta, Markus Wolf negò l’esistenza di una speciale categoria di «agenti appositamente addestrati alle arti amatorie da inviare in Germania ovest per far girare la testa alle signorine non ancora maritate». Il contrario è la verità. Anzi: come prova una serie di documenti scampati alla quasi completa distruzione degli archivi dell’HV A, avvenuta nell’autunno/inverno 1989/90, fu proprio Wolf a commissionare all’inizio degli anni settanta lo studio analitico delle problematiche e delle modalità inerenti l’impiego di «agenti Romeo» per sviluppare uno schema operativo da integrare nel corredo di tecniche e strategie proprie della sua agenzia. Il «metodo Romeo» fu elaborato, professionalizzato e applicato in regime di strettissima riservatezza e di compartimentazione interna molto rigida. La perdita della documentazione operativa originale e il silenzio degli ex funzionari dell’HV A che ancora oggi permane sull’argomento riducono il grosso delle nostre conoscenze a quanto emerso nei processi istruiti dopo la riunificazione tedesca. Fanno eccezione poche testimonianze archivistiche individuate negli ultimi anni, che ci consentono di intuire lo sforzo di perfezionamento scientifico dell’impiego di agenti seduttori intrapreso dalla dirigenza dell’HV A all’inizio degli anni settanta su esplicita richiesta di Markus Wolf.

I CANDIDATI AGENTI ROMEO? TIPI UMANI CHE IL REGIME DISPREZZAVA

Frontespizio di una brossura contenente materiale didattico per l’addestramento speciale di agenti dell’HV A presso l’Accademia segreta di Spionaggio di Bad Belzig («OBJEKT S») intitolata «Raccolta di nozioni ed esperienze in merito alla categoria professionale delle segretarie nella Repubblica federale tedesca» (Fonte: Bundesarchiv, sezione MfS, BV Gera, Abt. XV, Nr. 282.)

Un primo rimando al «metodo Romeo» compare nella Direttiva 1/59 contenente le linee guida generali del lavoro informativo dell’HV A in Germania ovest. Per «penetrare le istituzioni vitali del nemico allo scopo di reperire informazioni, documenti e materiali riservati, avvalendosi di fonti appositamente individuate o collocate al loro interno», compito degli operativi era individuare e avvicinare dietro segnalazione «persone che in prospettiva possono ambire a un impiego nelle principali istituzioni del nemico, studenti, segretarie e pubblici ufficiali». Particolare attenzione meritavano le «giovani stenotipiste», stimando che almeno il 30 % delle segretarie negli apparati amministrativi dei partiti politici e delle istituzioni governative fossero nubili o divorziate, dunque potenziali obiettivi di una specifica tecnica di acquisizione confidenziale. Successivamente, il know-how del «metodo Romeo» entrò nei programmi per l’addestramento speciale degli agenti dell’HV A, come attestano materiali di carattere didattico utilizzati presso l’Accademia di spionaggio di Belzig. I “fondamentali” erano insegnati nelle lezioni del corso denominato Operative Regimeverhältnisse, durante le quali le nuove leve dell’intelligence apprendevano – paradosso per un regime che si adoperava altrimenti in ogni modo per straniare il più possibile il suo popolo dall’Occidente – come muoversi e passare inosservati nella realtà sociale dell’altra Germania, acquisendo abitudini e comportamenti del «nemico di classe». In tal contesto si affrontavano anche gli aspetti emozionali e psicologici relativi alla conquista amorosa di una donna occidentale e le particolari problematiche poste dal «metodo Romeo», a cominciare dalla ricerca di candidati di un tipo umano che il regime generalmente disprezzava e reprimeva: le qualità di playboy richieste facevano infatti a pugni con il puritanismo imperante nella nomenclatura comunista e i rigidi valori dell’etica socialista.

Il 14 luglio 1970 Markus Wolf richiese con una lettera indirizzata all’allora direttore del Dipartimento Personale e Addestramento della Stasi, il generale Robert Mühlpforte, di inserire nel programma di ricerca dell’Accademia superiore di Giurisprudenza del Ministero per la Sicurezza di Stato l’elaborazione di una tesi di dottorato assegnata ai colonnelli dell’HV A Otto Wendel e Rudolf Genschow: «Ho intenzione», annunciava Wolf, «di seguire personalmente la preparazione di questo studio sotto l’aspetto della sua acquisizione nella pratica operativa». Tema della tesi: le «missioni Romeo», definite nella missiva «la principale strategia di penetrazione spionistica delle istituzioni governative della Repubblica federale». Una copia in microfilm della tesi (l’originale cartaceo è stato probabilmente distrutto), ultimata e consegnata alla commissione esaminatrice di dottorato dell’Università segreta della Stasi nel 1974, fu ritrovata sul finire degli anni novanta negli archivi berlinesi dell’ex apparato di sicurezza della Germania est. Lo studio di 264 pagine, archiviato con la classificazione di sicurezza VVS (Vertrauliche Verschlusssache, «riservatissimo») e intitolato «Sviluppo di processi operativi finalizzati alla sistematica penetrazione di strutture sensibili e centri di comando», presenta una minuziosa analisi di una serie di operazioni con agenti seduttori ai danni di segretarie della Cancelleria federale del decennio precedente. Dal vaglio delle esperienze raccolte sul campo gli autori traevano le linee di una metodologia applicabile in vari contesti e situazioni.

DALLO PSICOGRAMMA DELLA DONNA OGGETTO DELL’OPERAZIONE ALLA STESURA DI UN PIANO OPERATIVO

Markus Wolf, capo dell’HV A, uno dei massimi sostenitori del cosiddetto «metodo Romeo» (fonte dell’immagine: Archivio federale tedesco)

Lo studio rivela quanto lunga e impegnativa fosse la preparazione logistica e psicologica dei piani d’azione delle «missioni Romeo», molto dispendiose anche in termini di spesa in valuta estera, la cui penuria nelle casse dello Stato era uno dei problemi più seri accusati dalla Repubblica democratica tedesca. La tesi si concentrava su tre aspetti: 1) il profilo caratteriale e psicologico degli «agenti Romeo», 2) la ricerca delle vittime e il trattamento delle informazioni di carattere biografico e psicologico a disposizione, 3) la gestione delle operazioni, più precisamente il coordinamento a distanza dell’«agente Romeo» da parte della «centrale», la regia dell’operazione. Dall’osservazione empirica della casistica presa in esame si traeva il seguente schema procedurale: partendo da una segnalazione proveniente dal «territorio operativo» (Germania ovest) o dalla consultazione dello schedario delle segretarie, nel quale erano concentrate tutte le segnalazioni che giungevano dagli agenti segnalatori (Tipper), si effettuava uno psicogramma della donna oggetto dell’operazione, dopodiché si passava alla stesura di un piano operativo e alla ricerca dell’agente col profilo adeguato.

La ricerca del «Romeo» giusto era girata dalla centrale alle strutture periferiche del servizio presso le ramificazioni provinciali della Stasi, che appena possibile segnalavano un potenziale candidato. I cosiddetti «Uffici XV» delle amministrazioni distrettuali (Bezirksverwaltungen) setacciavano sistematicamente il territorio alla ricerca di elementi interessanti da addestrare. Il profilo richiesto prevedeva, oltre alla disposizione incondizionata al sacrificio personale per la causa, una personalità dotata delle seguenti caratteristiche: socievolezza, estroversione, affabilità, capacità superiori alla media di stabilire rapporti umani e di adattamento in vari contesti, elasticità d’animo, fantasia, creatività, sensibilità, empatia e abilità di comprensione dei comportamenti umani. Sul piano estetico non si ricercava particolare prestanza fisica o “bellezza”, ma carisma e personalità tali da esercitare un certo fascino su donne non più giovanissime e mature, per lo più di origini piccoloborghesi, che abitavano sole, dunque autonome ma infelici e insoddisfatte, che vivevano un po’ ritirate perché insicure o deluse da precedenti relazioni fallite, interessate a uomini discreti, non appariscenti, ma solidi, capaci di dare loro forza, comprensione e sostegno. Fondamentale per creare e rafforzare un rapporto di dipendenza affettiva anche sul piano fisico era poi l’aspetto dell’erotismo e della sessualità, anche questo molto curato, sia con nozioni ad hoc di psicologia post-coitale femminile, sia – all’occorrenza – con la fornitura di appositi farmaci per aumentare la potenza.

LA CARRIERA DI WENDEL E GENSCHOW, GLI «IDEATORI» DEL METODO ROMEO

Una volta infiltrato l’agente oltrecortina, si cominciava a costruirne la biografia (Legende) di un normale cittadino occidentale ricorrendo al cosiddetto «metodo del doppione» (Doppelgängermethode): il Romeo acquisiva l’identità di un cittadino della Repubblica federale residente all’estero, del quale si fingeva il rientro in patria (la contraffazione di documenti era uno dei punti forti della Stasi). Consolidata la biografia del «Romeo», si preparava quindi il contatto con la vittima e la paziente costruzione di un rapporto di intimità. Nella tesi si toccavano i problemi della gestione di un rapporto di profonda intimità senza reale adesione interiore da parte dell’agente, per esempio come affrontare il desiderio di matrimonio o di maternità che le vittime esprimevano a un certo punto della relazione o come convincere le donne ad accettare una relazione di «amore libero» oppure ad abortire qualora fossero rimaste incinte. Lo spazio maggiore nello studio era dedicato alla conduzione dell’«agente Romeo», alla regia dell’operazione. La gestione a distanza si serviva, come per operazioni di altro genere, di corrieri e comunicazioni cifrate via radio. Per raggiungere un controllo completo dei processi psicologici innescati era stata istituita una struttura specializzata, denominata Arbeitsgruppe P («gruppo di lavoro P[sicologia]»), con la funzione di unità di crisi a disposizione degli ufficiali che dirigevano «missioni Romeo», i quali potevano consultarla in ogni momento per ottenere consiglio o suggerimenti e trovare soluzioni a problemi urgenti emersi nel corso delle operazioni: crisi di coppia, crisi di coscienza della vittima, difficoltà create dalla particolare «psicologia femminile» (la stragrande maggioranza degli ufficiali dell’intelligence erano uomini) e dalle dinamiche del rapporto eterosessuale. Dal «Romeo» si pretendeva la disponibilità incondizionata a interrompere in qualsiasi momento la missione, abbandonando la relazione e non di meno la vita privata e professionale che si era costruito nel «capitalismo» per rientrare alla base e riprendere il suo posto di anonimo cittadino nel «socialismo reale» (esperienza per taluni traumatizzante, ma nello studio non vi era spazio per alcuna riflessione sui costi umani del «metodo Romeo»).

Il 19 dicembre 1974 il Consiglio scientifico dell’Accademia di Potsdam conferì ai colonnelli Otto Wendel e Rudolf Genschow il titolo di dottore di ricerca in Giurisprudenza con il massimo dei voti (magna cum Laude). Il profilo biografico e professionale dei due ufficiali e le loro carriere confermano a quale pratico scopo doveva servire lo studio commissionato e patrocinato da Markus Wolf. Entrambi i colonnelli dirigevano strutture operative dell’HV A che facevano ricorso al «metodo Romeo» e avevano partecipato all’elaborazione e alla stesura dei commentari della direttiva 2/68, vera “Bibbia” della cospirazione dell’HV A, il principale manuale operativo a disposizione dei funzionari dell’intelligence tedesco-orientale. Completato il dottorato, il colonnello Wendel avanzò a vicedirettore dell’Accademia di Belzig, mentre il collega Genschow, dagli anni cinquanta responsabile delle attività di ricerca e addestramento del comparto strategie di infiltrazione della Repubblica federale, raggiunse l’apice della sua carriera nel 1975 assumendo la direzione della sezione HV A I, vera cabina di regia dello spionaggio degli organi governativi di Bonn, ove ebbe modo di mettere in pratica quanto acquisito con il lavoro di ricerca svolto a Potsdam. Rudolf Genschow, verosimilmente d’intesa con Wolf, vero promotore della perfida tecnica spionistica, diresse almeno cinque delle principali «operazioni Romeo» conosciute. La coincidenza temporale della sua dissertazione con la sensibile intensificazione dell’impiego degli «agenti Romeo» negli anni settanta non fa che confermare lo straordinario valore storico del documento.

* Articolo originariamente pubblicato su «Gnosis, Rivista italiana di intelligence»