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«La DDR è una zona erogena»: cosa nasconde il mito della maggiore libertà sessuale dietro il Muro

Redazione Spazio70

Nella Germania Est la minore influenza della religione veniva compensata dalla grande pervasività del Partito, le cui ambizioni di forgiare e controllare la vita pubblica e privata della popolazione in ogni ambito non si fermavano sulla soglia della camera da letto

di Gianluca Falanga

Il 30 maggio 1990 ovvero nel mezzo della transizione tedesca dalla divisione alla riunificazione, il popolare tabloid BILD titolava in prima pagina con la sua consueta e proverbiale schiettezza: Le donne della DDR orgasmano più spesso (sottinteso: di quelle dell’ovest). Il pezzo riportava i risultati di un sondaggio pubblicato dall’agenzia di stampa ADN della moribonda Repubblica democratica: secondo dati raccolti dall’Istituto centrale per la ricerca sulla Gioventù di Lipsia nei primi anni Ottanta, il 37 % delle studentesse tedesco-orientali dichiarava di raggiungere sempre o quasi sempre l’orgasmo nel rapporto sessuale, mentre all’ovest sarebbe stato così soltanto per il 26 % delle intervistate. «Gli esperti temono un’involuzione negativa del sesso nell’est», commentava l’ADN. Ribatteva risentito il redattore di BILD, dubitando della serietà scientifica dello studio: «… non sarà mica una trovata propagandistica di vecchi compagni della SED, che usano qualsiasi argomento pur di creare diffidenza verso la riunificazione? Le donne dell’est avranno forse meno orgasmi vivendo insieme agli altri tedeschi in un solo Stato?»

Mito DDR-Sex: copertina di un numero della rivista amburghese Konkret del 1972

Nei primi anni Novanta, i cugini d’oltrecortina erano per i tedeschi cresciuti dalla parte occidentale del Muro un oggetto misterioso, una curiosità esotica. Gli Ossis erano l’“altro da sé”, rappresentato dai media nazionali per lo più come qualcosa di diverso, straniero, un tedesco minore e deficitario. Nel campo specifico dell’amore e della sessualità, i tedeschi dell’est erano oggetto di opposte proiezioni, da un lato le code infinite di curiosi davanti ai sexy shop suggerivano scarsa dimestichezza con la sfera dell’erotismo dei nostri tempi, dall’altro sopravvivevano immaginari dei decenni della divisione, quando si fantasticava di una DDR paradiso naturale dell’erotismo, abitato da donne e uomini meno complessati degli occidentali, e da ovest si veniva all’est, protetti dalla Cortina di ferro, a vivere amori proibiti, la propria omosessualità e relazioni extraconiugali che dovevano restare segrete.

UNA SESSUALITÀ PIÙ LIBERA E NATURALE?

Le rappresentazioni e gli immaginari occidentali stimolarono nei tedeschi dell’est, orfani della DDR, lo sviluppo di una propria contro-narrazione, incardinata attorno alla scomparsa ovvero alla perdita del proprio mondo. Nella costruzione di un’identità tedesco-orientale, distinta da quella occidentale e della società riunificata, la sessualità e il rapporto fra i sessi hanno giocato (e continuano a giocare ancora oggi) un ruolo molto importante. Un significativo contributo lo hanno dato negli anni Novanta e Duemila i lavori della regista e saggista Uta Kolano e le pubblicazioni del sociologo Kurt Starke, il guru della sessuologia d’oltrecortina, entrambi impegnati a definire quali fossero le presunte particolarità dell’erotismo nella ex DDR, elaborando modelli interpretativi che sono stati immediatamente recepiti e fatti propri dalla nuova identità tedesco-orientale. E quali sarebbero queste peculiarità?

Si sostiene che, nelle particolari condizioni sociopolitiche della DDR, avrebbe avuto modo di svilupparsi una specifica cultura dell’erotismo estraneo alla pornografia, che era vietata come la prostituzione, una sessualità libera dal sessismo, dalla violenza sessualizzata, espressione di gerarchie di genere, relazioni patriarcali e rapporti strutturali di diseguaglianza fra uomini e donne. Il sesso e l’amore non sarebbero stati condizionati né dal denaro né dal potere, rispondendo esclusivamente all’attrazione e al desiderio, senza conoscere alcuna forma di commercializzazione del corpo. Donne e uomini avrebbero imparato a incontrarsi con rispetto reciproco sul lavoro e nella vita privata, il sesso sarebbe stato per molti uno spazio di libertà, dove potersi esprimere ed essere autentici, un rifugio dal pervasivo e onnipresente controllo disciplinare dell’autorità. La parità di genere, in un sistema che vantava il record mondiale di occupazione femminile (oltre il 90% a fine anni Ottanta), consentendo alle donne di rendersi economicamente indipendenti dagli uomini, avrebbe concesso alle donne maggiore libertà di scelta del partner e, di conseguenza, l’opportunità di acquisire una maggiore consapevolezza del proprio corpo e dei propri bisogni. Nel complesso, la volontà del regime socialista di fornire alla popolazione un costume etico laico e la minore influenza della religione sulla morale pubblica e privata avrebbero favorito la diffusione di un atteggiamento più rilassato e naturale nel rapporto con la nudità e la sessualità, dimostrata anche dalla popolare passione per il naturismo e la sauna.

Cittadini della DDR in coda davanti a un sexy shop della catena Beate Uhse a Flensburg, 1990

Le stilizzazioni esotizzanti occidentali del primo periodo post-riunificazione e la loro ripresa e funzionalizzazione identitaria da parte tedesco-orientale sono processi che ci raccontano come la presunta singolarità dell’emancipazione sessuale (in particolar modo quella femminile) nella defunta DDR sia stata e, a dirla tutta, continui ad essere terreno di battaglia nella lotta per l’interpretazione storica e la memoria pubblica di un’epoca e di un’esperienza concluse, la divisione tedesca in due Stati e il cosiddetto socialismo reale nella Germania orientale. Quella della più libera ed emancipata sessualità tedesco-orientale ha tutte le caratteristiche del mito e come tale, messo alla prova dei fatti o semplicemente analizzato criticamente alla luce di dati che studi e ricerche degli ultimi decenni ci hanno messo a disposizione, non viene banalmente smentito, bensì rivela contraddizioni e controsensi, scoprendo (come potrebbe essere altrimenti!) una realtà ben più complessa e interessante.

PILLOLA GRATIS E ABORTO LIBERO: LA RIVOLUZIONE SESSUALE DIETRO IL MURO

In Germania, quando si pensa alla rivoluzione sessuale, si pensa subito al Sessantotto occidentale. Eppure, la liberalizzazione dei codici di comportamenti relativi alla sessualità e alle relazioni intime avvenne in parallelo anche all’est, nello stesso periodo e con la stessa rapidità e profondità, ma senza clamore: quella nella DDR fu una rivoluzione (se così vogliamo chiamarla) silenziosa. Mentre a ovest la detabuizzazione della sessualità era oggetto di dibattito pubblico, a est il processo si realizzava di fatto, senza coinvolgere la sfera pubblica, d’altronde la cultura dell’outing e del vivere pubblicamente aspetti del privato e dell’intimità era cosa profondamente estranea alla società tedesco-orientale. Fino ai primi anni Sessanta si predicava ancora che la donna non dovesse fare sesso prima del matrimonio, perché doveva arrivare “pura” al momento dell’unione coniugale. In realtà, il sesso prematrimoniale si faceva eccome, era non solo tollerato ma vissuto, con tutto quanto ne conseguisse. I più attivi sessualmente erano gli studenti, le studentesse per la precisione. Già nella DDR degli anni Cinquanta circa la metà degli iscritti alle università erano donne, gli atenei erano pieni di passeggini perché quattro studentesse su dieci avevano figli. Un maggiore grado di istruzione, prospettive di sicura occupazione e indipendenza economica dagli uomini furono sicuramente fattori positivi per l’emancipazione sessuale femminile, ai quali si aggiunsero dal 1972 la distribuzione gratuita della pillola contraccettiva (già introdotta nel 1965) e la legalizzazione dell’interruzione volontaria della gravidanza, anche questa gratuita, entro la dodicesima settimana di gestazione (nella Germania ovest una legge simile approvata dal parlamento a maggioranza social-liberale e contro l’opposizione cristiano-democratica fu dichiarata incostituzionale dalla Corte costituzionale).

Nella DDR degli anni Settanta e Ottanta una gravidanza su tre veniva interrotta con un aborto chirurgico (immagine tratta dal documentario MDR “Die schwerste Entscheidung meines Lebens”)

La rivoluzione sessuale era dunque essenzialmente legata all’emancipazione e al ruolo della donna nella società, nella famiglia e sul lavoro. Ma l’uguaglianza di genere nella DDR, seppure rivendicata dalla propaganda di Stato come una delle principali conquiste sociali del regime, rivela a un’analisi più approfondita ed equilibrata aspetti che tradiscono un suo carattere funzionale alle ambizioni politiche dei governanti, non tanto in ambito ideologico quanto piuttosto su quello economico. Ciò che premeva di più al regime comunista era coprire il fabbisogno di forza lavoro necessario ad assicurare il funzionamento e la crescita del sistema produttivo ricorrendo all’occupazione della massima parte possibile della popolazione. Il sistema politico si prendeva cura dei bisogni specifici della donna (per esempio la maternità) soltanto entro certi limiti, pertanto, come suggerisce il valido studio di Anna Kaminsky intitolato Frauen in der DDR (2016), la parità di genere si traduceva in verità in una “mascolinizzazione” della donna. Si trattava inoltre di una parità di genere parziale e incompleta. Non solo perché le donne non occupavano posizioni di vertice nella nomenclatura (nel comitato centrale del partito-Stato SED la presenza femminile era inferiore al 15% e non c’erano donne nel Politbüro né nella direzione delle grandi aziende di Stato) e moltissime donne erano relegate in mestieri e settori considerati prettamente femminili, che richiedevano minore qualificazione e poco retribuiti, come l’assistenza sociale, l’industria tessile e l’agricoltura. Alle donne, oltre al lavoro in fabbrica o in ufficio, in genere a tempo pieno, toccava la gestione domestica, cucinare, lavare, cucire, la cura della casa, del ménage familiare e l’educazione dei figli, insomma un doppio, anzi triplo carico di lavoro, che, come ci raccontano i rilevamenti sociologici degli anni Settanta, era di ostacolo a una vita sessuale appagante.

Vi era allora nella DDR una morale sessuale più liberale e tollerante rispetto all’Occidente? La minore influenza della religione sulla morale pubblica faceva certamente la sua parte, ma non bisogna dimenticare che lo spazio lasciato dalle Chiese era occupato dal Partito, le cui ambizioni di forgiare e controllare la vita pubblica e privata della popolazione in ogni ambito non si fermavano sulla soglia della camera da letto. Anche per la sessualità valeva il modello guida della “personalità socialista” ovvero i dieci comandamenti dell’Uomo nuovo socialista approvati dal V Congresso della SED nel luglio 1958, nello specifico il nono comandamento, che così recitava: Du sollst sauber und anständig leben und Deine Familie achten (“Conduci una vita morigerata e onesta e prenditi cura della tua famiglia”). La Legge sulla Gioventù promulgata nel 1974 prescriveva ai giovani un «comportamento responsabile nei confronti dell’altro sesso», mentre il Consiglio centrale dell’organizzazione giovanile del partito FDJ promuoveva per la preparazione dei minori al matrimonio e alla famiglia «un’educazione all’amicizia, all’amore e alla fedeltà.» Basta un’occhiata alle statistiche che riportano l’infedeltà coniugale come la causa più frequente dei frequentissimi divorzi, per sincerarsi del fatto che la discrepanza fra ideologia e realtà era parecchio grande.

GLI INVISIBILI: TOLLERANZA E DISCRIMINAZIONE DEGLI OMOSESSUALI NELLA DDR

Gay e lesbiche a Berlino est nei tardi anni Ottanta

Nonostante la depenalizzazione dei rapporti omosessuali e il riconoscimento sociale di omosessuali e transessuali fossero state rivendicazioni storiche del movimento comunista negli anni della repubblica di Weimar, la DDR (non diversamente dalla Repubblica federale) conservò il paragrafo 175, il principale strumento legale per la discriminazione e la persecuzione degli omosessuali in Germania, abolendolo solo nel 1968. Negli anni Cinquanta il regime di Ulbricht annientò ciò che restava del vivace movimento lgbt tedesco (soprattutto berlinese) degli anni venti, già ferocemente represso e perseguitato dai nazisti. Agli omosessuali sopravvissuti ai lager nazisti non fu riconosciuto lo status di vittime, negando loro anche gli assegni di risarcimento previsti. Furono chiusi locali e tradizionali luoghi di ritrovo, fino alla metà degli anni Ottanta erano vietati annunci, riviste e l’organizzazione in associazioni di categoria. Anche se la repressione poliziesca fu nel complesso più moderata che nella Germania ovest, la DDR degli anni Sessanta e Settanta era un paese fortemente omofobo. Nell’educazione sessuale nelle scuole l’omosessualità era presentata come una deformazione caratteriale, un residuo della viziosa e decadente cultura borghese o addirittura una malattia che taluni scienziati come l’endocrinologo Günter Dörner consigliavano di prevenire somministrando ormoni ai bambini che mostravano primi sintomi di “deviazione”. La Stasi sorvegliava (con circa 400 informatori!) gli omosessuali, le loro reti e le iniziative del movimento queer che cominciò a formarsi spontaneamente negli anni Settanta, ispirato a quello occidentale. La tentacolare polizia segreta lo riteneva un movimento ostile all’ordinamento socialista, manovrato dai servizi segreti “imperialisti” per sabotare le norme sociali della DDR attraverso la diffusione di pericolosi “orientamenti pluralisti”.

La riforma del codice penale del 1968 sostituì il paragrafo 175 col 151, che depenalizzava i rapporti omosessuali fra adulti. Il clima sociale ostile verso gli omosessuali rimase tuttavia invariato fino agli anni Ottanta e le condizioni di vita per gli omosessuali, paradossalmente, furono peggiori che all’ovest, nonostante la legislazione fosse sulla carta più tollerante: nella Repubblica federale, dove il paragrafo 175, seppure riformato (di fatto sospeso) nel 1973, rimase vergognosamente in vigore fino al 1994, gay e lesbiche non dovettero più temere alcuna criminalizzazione e poterono avvalersi pienamente del diritto di libera associazione e riunione, nella DDR invece gli omosessuali continuarono a patire l’isolamento sociale e il loro associazionismo, sistematicamente avversato dalle autorità, poté sopravvivere solo grazie alla protezione e agli spazi messi a disposizione dalla Chiesa evangelica. Il primo sondaggio sull’omosessualità nella DDR, pubblicato nel 1990, attestava non solo la diffusa intolleranza fra i più giovani, ma anche come la forte pressione normativa dello Stato aveva costretto, in circa un caso su due, gay e lesbiche a sposarsi, fare figli e vivere in relazioni eterosessuali, reprimendo il proprio orientamento sessuale, onde evitare discriminazioni e svantaggi, il frutto avvelenato di questa violenza era il tasso abnorme di suicidi (stimato a oltre il 20%).

DOPPIA MORALE: DIVIETO E SFRUTTAMENTO DELLA PROSTITUZIONE NELLA DDR

«La Repubblica democratica tedesca è uno Stato pulito. Da noi vigono standard etici imprescindibili di decenza e buone maniere»: con queste parole Erich Honecker, dal 1971 segretario generale della SED e capo di Stato della DDR, spiegava ai cittadini il divieto della prostituzione sancito dall’articolo 249 del nuovo codice penale del 1968. La prostituzione, inconciliabile con il ruolo e l’immagine della donna nel socialismo, costituiva una grave forma di comportamento asociale e un reato punibile con la reclusione fino a due anni (cinque in caso di recidiva). Anche se non vi erano condizioni di indigenza tali da spingere i tedeschi orientali alla vendita del proprio corpo, la realtà dietro questa facciata dello Stato moralmente integro era ben altra: nella DDR degli anni Settanta e Ottanta la prostituzione, soprattutto quella femminile, non veniva solo tollerata, ma addirittura incoraggiata, come fonte di valuta occidentale per le casse del regime e di informazioni per la polizia segreta.

Prostitute a Lipsia durante la Fiera internazionale (prima metà degli anni Ottanta)

Nei giorni della tradizionale fiera di Lipsia, una delle più importanti dell’area Comecon, gli alberghi della città, specie quelli della catena Interhotel riservati ai visitatori occidentali, si trasformavano in un autentico mercato del sesso, con vasta offerta per tutti i gusti e preferenze. Ma la prostituzione non era riservata ai soli uomini d’affari e politici occidentali in trasferta di lavoro, insomma a chi poteva pagare in moneta forte, di cui tutti i regimi comunisti avevano cronica necessità per mantenersi liquido sui mercati internazionali; anche i comuni tedeschi orientali potevano soddisfare i loro bisogni per 50 o 100 marchi dell’est frequentando determinati locali notturni e discoteche o anche per strada. Il vero problema è che la prostituzione faceva gola perché enormemente redditizia: a metà degli anni Settanta lo stipendio medio di una segretaria era di circa 800 marchi al mese, la stessa somma poteva essere incassata in una sola notte con prestazioni sessuali in un night club o una camera d’albergo. Non è raro leggere nei rapporti della Stasi di uomini che spingevano le loro mogli a prostituirsi per arrotondare il budget familiare o di studentesse che si prostituivano per guadagnarsi qualche marco occidentale da spendere negli Intershop o nelle rivendite di prodotti di lusso oppure ricevere doni pregiati, e c’era anche chi lo faceva per piacere, curiosità o fame di avventura, infatti non tutte si consideravano prostitute. Il numero complessivo delle prostitute era comunque significativamente inferiore a quello dei paesi occidentali, le stime si aggirano intorno alle 3000 persone, quasi esclusivamente donne, moltissime con un elevato livello di istruzione.

Giovane prostituta con un cliente occidentale sotto osservazione della Stasi (Lipsia, fine anni Settanta)

Partito e Stasi lasciavano fare, pur restando vigili e cimentandosi, laddove utile, nel ruolo poco lusinghiero di sfruttatori. La polizia segreta aveva gioco facile a gestire il “sistema” e a manovrare a suo piacimento le prostitute, molto spesso reclutandole come confidenti, se necessario dietro il peggior ricatto, con la minaccia di incarcerarle o di togliere loro i figli. In cambio di collaborazione e buone informazioni sul conto di clienti occidentali interessanti (magari uomini politici e manager della Germania ovest da ricattare) oppure su piani di fuga o attività indesiderate di cittadini della DDR, la Stasi concedeva ampi margini di manovra. Emblematico il caso di Monika, una semplice operaia di Karl-Marx-Stadt (oggi Chemnitz) che, riuscendo a guadagnare 5000 marchi a cliente, subito scambiati in marchi occidentali sul mercato nero della valuta, accumulò una tale fortuna in contanti, che faticava a tenere nascosta. In cerca di protezione, si rivolse alla Stasi offrendosi come spia. Col nome in codice di “Petra Meyer”, Monika permise alla polizia segreta di monitorare i funzionari di partito che andavano pazzi per i suoi servizi e la ricompensarono regalandole una Mercedes, ma lei stessa fu infine sottoposta a stretta sorveglianza, per via delle frequenti rimostranze di concittadini invidiosi suscitate dai privilegi che le erano concessi. Carriere del genere, però, non erano la regola. Molte ragazze finivano in carcere o ricoverate nei reparti psichiatrici o in strutture ospedaliere speciali per essere curate dalle malattie sessuali o dal loro “comportamento asociale”. Secondo statistiche tenute segrete, le percentuali di donne affette da gonorrea e sifilide nella Lipsia degli anni Settanta e Ottanta, insieme a Berlino e Rostock capitale della prostituzione nella DDR, erano più elevate che a New York.

LA STRAORDINARIA FORTUNA DEL NUDISMO NELLA DDR

Cartello con divieto di fare il bagno nudi su una spiaggia del Meclenburgo (DDR, anni Cinquanta)

La passione dei tedeschi orientali per il nudismo è cosa risaputa, così com’è noto che il regime della DDR diffidasse paranoicamente di ogni espressione di vitalità incontrollata proveniente dal basso. La diffusione del nudismo sulle spiagge baltiche della Germania orientale viene spesso portato ad esempio di un rapporto più naturale e meno complessato con il corpo, la nudità e la sessualità. Ma davvero la fortuna del naturismo in Germania est può essere preso a indizio di una maggiore disinibizione? E fu il regime a creare le condizioni favorevoli all’emancipazione di massa in ambito sessuale? A ben vedere, niente di tutto questo. Innanzitutto, perché il naturismo non ha niente a che fare con l’erotismo, bensì piuttosto con la promozione di un contatto meno artificioso degli esseri umani con l’ambiente naturale, cosa che può esprimersi attraverso la nudità (ma non solo). La radicata associazione dell’eccitazione sessuale alla nudità è propria della cultura cristiana occidentale. E questa, nell’atea Germania comunista, veniva marginalizzata.

La cultura FKK (Freikörperkultur) in Germania era più antica della DDR. La sua tradizione comincia alla fine dell’Ottocento, quando in ambito intellettuale e anche in parte del movimento operaio presero a diffondersi idee e pratiche di critica verso le costrizioni della società borghese e le conseguenze nocive sulla salute psicofisica dell’industrializzazione e dell’urbanesimo. Trascorrere il tempo libero nudi immersi nella natura, da soli o in compagnia, era concepito come una forma di riappropriazione consapevole della propria corporeità e un modo per prendersi cura del corpo e della mente, preservando la propria salute. Come tale, questa tradizione trovò adepti nella DDR dei primi anni Cinquanta, specialmente artisti, intellettuali e politici, sebbene il regime non volle abolire le disposizioni di legge, introdotte sotto il nazismo, che limitavano la pratica del nudismo solo entro spazi riservati e a condizione che non si destasse pubblico turbamento.

Nudisti su una spiaggia della costiera Baltica e madre con bambino in un campeggio nei pressi di Francoforte sull’Oder (anni Ottanta, fonte: Bundesarchiv).

Il paradosso è che la fortuna del nudismo nella Germania orientale dopo la Seconda guerra mondiale non è figlia del sistema politico-ideologico del socialismo reale, tant’è che nella vicina Polonia come in altri paesi del blocco sovietico non conobbe affatto la stessa diffusione. E anche nella DDR il regime si mostrò inizialmente molto diffidente verso il fenomeno e tentò a più riprese di contenere il nudismo, soprattutto quando esplose il fenomeno delle cosiddette Kamerun-Feste, le scatenate feste in spiaggia dei nudisti, di cui riferiva anche la stampa occidentale. Nel 1954, intenzionata a mettere un freno per riportare l’ordine sulle spiagge e nelle località balneari, la dirigenza della SED cercò di imporre un rigoroso divieto del nudismo su tutta la costiera baltica. La vivace reazione di protesta popolare generalizzata costrinse il regime a fare marcia indietro e il divieto fu ritirato nel 1956. Da allora, nel giro di un quindicennio, il nudismo assunse le dimensioni di un movimento di massa. Trascorrere le ferie al mare, passando le giornate nudi in spiaggia e nei campeggi era per il cittadino medio della DDR negli anni Settanta e Ottanta, cui era concessa limitata possibilità di viaggiare, uno dei principali momenti di evasione e rigenerazione dalla dura esistenza quotidiana, dominata dai lunghi turni di lavoro nelle fabbriche e negli uffici delle grigie ed inquinatissime città tedesco-orientali.

IL «BLOCCO EMOZIONALE» E IL SESSO COME COMPENSAZIONE

L’assenza della pornografia e di un’industria del sesso non deve ingannare. Quello di una sessualità diversa, più sana, libera e naturale nella DDR è in larga parte un falso mito. Ricapitolando, la liberalizzazione dell’etica sessuale fu parziale e incompleta come, del resto, la parità di genere, limitata alle donne e alle relazioni eterosessuali. L’omosessualità fu discriminata anche dopo la sua depenalizzazione. La prostituzione, vietata, faceva invece comodo allo Stato, che coltivava senza vergogna un’evidente doppia morale: tutto ciò che non era in linea con la dottrina ideologica era vietato e ufficialmente non esisteva, in realtà esisteva eccome e veniva tenuto nascosto da una ferrea censura, pronta a negare qualsiasi evidenza. Ciò valeva anche e soprattutto per le violenze domestiche e gli abusi sessuali, di cui erano spesso vittima i minori negli orfanotrofi e nei centri di rieducazione (Jugendwerkhöfe), così come per i numerosi criminali sessuali rinchiusi nei penitenziari e negli ospedali psichiatrici giudiziari nonché per pulsioni, perversioni e pratiche sessuali particolari, bizzarre o inusuali, che si era disposti a tollerare in singoli casi (per lo più esponenti della nomenclatura o intellettuali organici) e solo in cambio di una condotta politica irreprensibile.

L’ampia diffusione del nudismo non era affatto indizio di maggiore disinibizione in ambito sessuale e nemmeno era in continuità con la componente naturista della tradizione operaia e socialista, semmai si trattava della manifestazione di un elementare bisogno di spazi e momenti di autodeterminazione, al di fuori dall’asfissiante controllo politico e disciplinatore nel quotidiano (e per questo sospetti e sgraditi al potere). Un’immagine più vicina alla complessa articolazione del reale riguardo la sessualità la offrono le esperienze raccolte da psicologi e psicoterapeuti nel corso degli ultimi due decenni di esistenza della DDR ed elaborate in pubblicazioni degli anni Novanta, come il fortunato volume Der Gefühlsstau (“Il blocco emozionale”), uscito nel 1992 ad opera di Hans-Joachim Maaz, primario della clinica di psicoterapia dell’Opera diaconica di Halle.

Il dottor Hans-Joachim Maaz e il suo bestseller del 1992

Maaz parte dal carattere profondamente repressivo del sistema politico e di vita del socialismo reale nella DDR, incentrato sull’azione incessante del Partito e dello Stato finalizzata a plasmare e piegare il singolo ai dettami ideologici e comportamentali vigenti: «L’inevitabile conseguenza del permanente disciplinamento e dell’intolleranza verso qualsiasi deviazione era il trasferimento della costrizione da pressione dall’esterno a impulso interiore.» L’interiorizzazione della repressione e la sua traduzione in un meccanismo di autodisciplinamento raggiungeva la sua perfezione, sempre secondo Maaz, quando l’individuo cessava di esserne consapevole, non era più in grado di percepire e ascoltare sé stesso in maniera autentica e razionalizzava la sua alienazione da sé e dalla sua emozionalità. Il risultato era la perdita dell’orientamento interiore, la frustrazione dei propri bisogni individuali e la necessità di compensare ricorrendo in modo compulsivo ed eccessivo a tutto ciò che anestetizza o distrae. «La particolare difficoltà nel riconoscere i meccanismi di sostituzione sta nel fatto che tutti i bisogni naturali possono essere sfruttati in forma degenerata: così il mangiare diventa divorare, bere con gusto – ubriacarsi smodatamente, praticare sesso appagante – scopare in modo aggressivo e promiscuità».

Maaz parla addirittura di un’educazione di massa ostile alla sessualità, perché ostile all’armonia del corpo e dell’anima: «Molte persone volevano vedersi sessualmente soddisfatte, così come amavano parlare di un’infanzia felice… tra i 5000 pazienti che abbiamo esaminato non ce n’era uno che non si considerasse represso e disturbato nella sua capacità di provare piacere sessuale e appagamento. Molti di loro pativano sentimenti di vergogna, colpa e paura nell’ambito del contatto sessuale. Evidenti disfunzioni sessuali (impotenza, frigidità) erano assai comuni e la piena “potenza orgastica” come esperienza di pieno rilassamento del corpo e gratificazione era in gran parte sconosciuta. Le esperienze sessuali giudicate appaganti erano limitate alla capacità genitale di avere un orgasmo.» Il professor Maaz si batté a lungo nella DDR per l’introduzione di forme di terapia psicanalitica e psicodinamica contro i tenaci tabù e l’ostracismo del regime. Il suo libro è un autentico psicogramma di una popolazione in uno Stato che ha da poco cessato di esistere, e non è un caso, visto ciò che documenta e descrive, che sia potuto circolare solo dopo il 1989.