Qui potrai trovare una vasta rassegna di materiali aventi ad oggetto uno dei periodi più interessanti della recente storia repubblicana, quello compreso tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta del secolo scorso.
Il sito comprende sei aree tematiche e ben ventidue sottocategorie con centinaia di pezzi su anni di piombo, strategia della tensione, vicende e personaggi più o meno misconosciuti di un’epoca soltanto apparentemente lontana. Per rinfrescare la memoria di chi c’era e far capire a chi era troppo giovane o non era ancora nato.
Buona lettura e non dimenticare di iscriverti sulla «newsletter» posta alla base del sito. Lasciando un tuo recapito mail avrai la possibilità di essere costantemente informato sulle novità di questo sito e i progetti editoriali di Spazio 70.
Roma, 7 aprile 1980. Il signor Dario Fiamma, pensionato sessantunenne, si accinge a parcheggiare la propria berlina in doppia fila, lungo via Cerveteri. L’intento è una sosta di pochi minuti, nell’attesa che la consorte, impegnata a fare acquisti in un negozio poco distante, faccia ritorno alla vettura. Il parcheggio risulterà più breve del previsto. A raggiungere l’uomo, prima della moglie, sono due giovani armati di pistola. «Scendi subito dalla macchina!» esclamano. L’anziano estrae immediatamente un borsello porgendolo ai rapinatori attraverso il finestrino e lasciandolo cadere. La piccola borsa da passeggio, apertasi sull’asfalto, contiene una rivoltella e del denaro in contanti, circa duecentomila lire. I malviventi però insistono, sono interessati soltanto alla macchina: una Fiat 132 color amaranto. Al Fiamma, che non se l’è sentita di impugnare l’arma, non resta che abbandonare il veicolo, dimenticando, nella fretta, la propria giacca sul sedile posteriore. I ragazzi partono a tutta velocità, lasciando il malcapitato per strada con il borsello, il denaro e la rivoltella.
Due giorni dopo, l’automobile rubata accosta al civico 56 di via Sampiero da Bastelica, nel quartiere Prenestino. Dalla macchina scendono due giovani, uno castano e l’altro dai capelli neri, entrambi abbigliati con impermeabili chiari. Mentre un autista attende al volante con il motore acceso, i ragazzi varcano la soglia di una tabaccheria. «Un pacchetto di MS, per favore» esclama uno dei due. Il titolare del negozio, il ventiseienne Teodoro Pugliese, si volta per prelevare la confezione richiesta. I finti acquirenti ne approfittano, estraggono le pistole e fanno fuoco contro il giovane tabaccaio, uccidendolo. Gli inquirenti pensano inizialmente ad una rapina finita male, tuttavia, i numerosi precedenti penali della vittima lasciano subito spazio all’ipotesi di un regolamento di conti maturato in seno alla criminalità organizzata. Di Teodoro Pugliese, il quotidiano Il Messaggero l’indomani scriverà:
«Molto conosciuto nella malavita romana per una serie di reati contro il patrimonio era stato arrestato il primo marzo del ’78 assieme ad altre quindici persone nell’ambito delle indagini su due sequestri, Sonnino e Grazioli: scarcerato era in apparenza scomparso dalla scena, poi si era ripresentato aprendo un negozio di abbigliamento. Pochi mesi, finché, in società con il fratello, aveva rilevato una grossa tabaccheria-cartoleria in via Sampiero da Bastelica 56, al Prenestino».
Il dottor Rino Monaco, capo della sezione omicidi, nota anche altri elementi che rendono improbabile l’ipotesi della rapina: non solo gli assassini hanno ignorato le numerose banconote presenti nel negozio, all’interno dell’automobile impiegata per la rapina, la Fiat 132 amaranto rinvenuta poco dopo in via Gambino Fondulo, i malviventi hanno lasciato per giorni la giacca del signor Fiamma con un portafogli contenente altro denaro in contanti.
Romano, classe 1961, Walter Sordi è un giovanissimo terrorista nero approdato al pentitismo subito dopo l’arresto, avvenuto nel settembre del 1982. Passato da «guerriero senza sonno» a «infame» nel giro di qualche giorno, il ventunenne Sordi si mostra estremamente loquace con gli inquirenti che lo interrogano, travolgendo con le proprie dichiarazioni l’intero mondo neofascista e ritrovandosi in breve tempo agli arresti domiciliari (in una località segreta) nonostante le numerose imputazioni per omicidio.
Di seguito riportiamo l’interrogatorio di Walter Sordi reso dinnanzi ai giudici Imposimato e D’Ambrosio in data 14 ottobre 1982:
In un giorno che non so precisare tra il 10 ottobre 1980 e il 10 febbraio 1981, Alibrandi mi disse che contro il tabaccaio avevano sparato tre colpi lui e Carminati. Alibrandi mi disse che egli aveva sparato due colpi con la Colt Detective colpendo la vittima alla testa e al cuore. Il Carminati ha sparato un colpo. La pistola con la quale ha sparato Alibrandi è quella rinvenuta sulla Golf GTI il 24 giugno 1982 subito dopo l’omicidio Galluzzo. L’arma mi era pervenuta dopo la morte di Alibrandi, poiché questi aveva perso, in occasione dell’omicidio Straullu, la sua Body in lega leggera. Giorgio Vale gliene diede un’altra e cioè quella con la quale Alibrandi sparò contro la volante a Labaro. Pertanto, dopo la morte di Alibrandi, il Vale mi chiese la Detective. Io avevo un’arma che in realtà era divenuta di Vale. Dopo la morte di questi, il Nistri, ritenendosi erede di Vale, mi chiese indietro detta arma. Io, però, gli dissi che tutt’al più avrei potuto dargliene un’altra in quanto quella di Alibrandi era stata da me data al Soderini fin dalla fine del 1981.
Alibrandi mi disse che aveva chiesto un pacchetto di MS al tabaccaio e mentre questi si girava per prendere le sigarette egli aveva estratto la pistola insieme a Carminati. Quando il tabaccaio si era girato verso di loro tutti e due avevano sparato contro di lui ed erano fuggiti a bordo di una vettura guidata da Claudio Bracci. Questi durante l’azione era rimasto al volante dell’auto. Durante la fuga il Bracci aveva procurato un incidente. Non so se i tre abbiano abbandonato la macchina o abbiano proseguito con la medesima fino a quelle con le quali si sono allontanati definitivamente e che si trovano in prossimità di un tunnel o un sottopassaggio. So che Alibrandi si è allontanato con la BMW bianca 320 e gli altri due con altra vettura che non so indicare. Alibrandi mi disse che l’omicidio era avvenuto in presenza di un’altra persona. Al momento del fatto Alibrandi e Carminati indossavano impermeabili chiari. Alibrandi mi spiegò che l’omicidio era stato eseguito su mandato di Giuseppucci Franco detto Franco il Negro, nel quadro di una lotta tra bande rivali, che aveva provocato l’uccisione di altre persone, ma non da parte di Alibrandi e Carminati.
Alibrandi mi disse che non conosceva la vittima. Dei rapporti tra Alibrandi, Carminati, Bracci e Giuseppucci ero a conoscenza già da tempo. Anch’io conoscevo il Giuseppucci per averlo visto diverse volte nel corso del 1980. Una volta l’ho visto all’ippodromo Tor Di Valle, ove io andavo con alcuni camerati. Quella volta che lo vidi ero con Carlo Pucci. Altre volte ho visto Giuseppucci nel bar denominato “Barone” che si trova nei pressi di piazza Enrico Fermi. Giuseppucci Franco aveva un rapporto stabile con il nostro gruppo ed in particolare con Carminati e in misura minore con Alibrandi e Bracci Stefano e Claudio. Noi affidavamo a Giuseppucci soldi provenienti dalle rapine ed egli li investiva dandoli a “strozzini” o nel traffico della cocaina. Il Giuseppucci faceva il traffico della cocaina insieme a Danilo Abbruciati.
Fu Alibrandi a parlarmi di questo stretto legame tra Giuseppucci e Abbruciati. Lo stesso Alibrandi mi disse che conosceva bene Abbruciati ed io stesso ebbi modo di constatarlo in occasione di una cena alla quale partecipai insieme a Alibrandi, Cavallini, Soderini, Mambro e Vale nel ristorante “La Dolce vita”. Qui incontrammo casualmente Abbruciati, che era in compagnia di una donna. Dapprima ha finto di non conoscerci. Dopo qualche minuto si è rivolto verso di noi con un sorriso di ammiccamento. Subito dopo si è alzato e si è diretto in bagno, ove è stato raggiunto da Alibrandi. Dopo alcuni minuti i due si sono avvicinati insieme al nostro tavolo. Abbruciati, rivolgendosi a tutti noi ha detto: “Complimenti per testa rotta”. Egli intendeva riferirsi all’omicidio Straullu che era avvenuto due-tre giorni prima (21 ottobre 1981).
Non sarei in grado di riconoscere la donna che era in compagnia di Abbruciati. Abbruciati disse ad Alibrandi che si era fatto una macchina blindata. Alibrandi mi disse che della “batteria” di Giuseppucci e Abbruciati facevano parte anche un certo “Renatino” e un certo Edoardo; quest’ultimo era stato arrestato per ricettazione di travel cheques provenienti dalla rapina alla Chase Manhattan Bank commessa a Roma nel novembre 1979 da Alibrandi, Carminati e altre persone. Credo di essere in grado di riconoscere l’Edoardo.
Spontaneamente: dopo il ritrovamento delle armi al Ministero della Sanità, Nino Addis che è il cognato del coimputato di Colafigli Marcello, mi disse che le armi erano di Franco il Negro e della sua batteria. Soggiunse che il ritrovamento era avvenuto perché il posto dove erano custodite le armi era noto a troppe persone. Delle armi trovate al Ministero della Sanità faceva parte anche un MAB. Anzi preciso che Cavallini mi disse che aveva dato un MAB a Giuseppucci per riparare un torto da questi subito ad opera di Aleandri, ai danni dello stesso Giuseppucci. Soggiunse che era possibile che il MAB facesse parte delle armi trovate al Ministero della Sanità. Cavallini si disse meravigliato dal fatto che Aleandri era ancora in vita perché Giuseppucci avrebbe dovuto ammazzarlo.