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«Ho sentito una botta nella coscia». Il terribile omicidio del dissidente bulgaro Georgi Markov

Redazione Spazio70

Dal corpo di Markov fu estratta una minuscola sferetta metallica, del diametro di 1,52 millimetri. Era formata per circa il 90 per cento di platino e per il 10 per cento di iridio. Insomma, un piccolissimo proiettile che poteva inserirsi perfettamente sul puntale di un «ombrello» appositamente modificato

Il rapporto esistente fra i due era un perfetto esempio della famosa «legge dell’attrazione dei contrari». Da un lato Georgi Markov, operaio, poi ingegnere chimico e insegnante, divenuto brillante commediografo e romanziere; dall’altro il segretario del partito comunista bulgaro Todor Zhivkov, di origine contadina. La produzione letteraria di Markov  Ritratto del mio doppio, Le donne di Varsavia approvata e lodata ufficialmente, aveva potuto addirittura muovere, seppur con una certa cautela, alcune critiche alle inefficienze della Bulgaria, uno dei più fedeli Paesi «satelliti» di Mosca.

Markov, personaggio affascinante e carismatico, era stato per buona parte degli anni Sessanta un autore accettato, ammesso nell’ambiente esclusivo dei dirigenti governativi. Le sue visite alla residenza di campagna di Zhivkov sul Monte Vitosha, rappresentavano un privilegio impensabile per chiunque non fosse stato prossimo alle gerarchie del partito comunista bulgaro. Laggiù, in quella zona di pini e limpidi ruscelli montani, in una natura pressoché incontaminata, ricca di selvaggina, gli apparatčik avevano le loro baite. E in mezzo a loro, tra una passeggiata e una conversazione, Markov aveva avuto l’opportunità di conoscere lo stile di vita dell’élite comunista che governava molti Paesi al di là della «Cortina di ferro».

LA BULGARIA, UNO DEI «SATELLITI» PIÙ ZELANTI DI MOSCA

Georgi Markov

Markov era, insomma, a suo modo, un testimone. Vedeva il via vai di automobili con autista a disposizione dei dirigenti del partito; le cucine e i frigoriferi pieni di cibi e vini di provenienza occidentale; soprattutto ascoltava e ricordava tutto, comprese alcune compromettenti conversazioni su fatti, persone, azioni che avevano visto il coinvolgimento dei vertici dello Stato bulgaro.

Quando i carri armati sovietici posero fine alla cosiddetta «primavera di Praga», Sofia si dimostrò uno dei satelliti di Mosca più zelanti nell’applicare le nuove direttive provenienti dal Cremlino in fatto di repressione del dissenso. Uno dei primi a pagarne le spese fu proprio Markov. In poche settimane diventò ospite non gradito a Monte Vitosha né gli fu più permesso di scrivere, come in passato, quei testi che fin lì tanto bene avevano fotografato la vita di un Paese a socialismo reale come la Bulgaria. A testimonianza di un clima molto diverso rispetto al recente passato, anche alcune feroci recensioni comparse sui principali quotidiani ovviamente sottoposti al rigido controllo del Partito. Nel 1969 gli spettacoli teatrali di Markov inizieranno a essere censurati e qualche amico consiglierà allo scrittore di lasciare la Bulgaria il più presto possibile.

Partire alla volta dell’Occidente non era però una una via priva di rischi. La fuga di un cittadino famoso costituiva un reato sufficiente per una condanna in contumacia a 6 anni e mezzo. Il fatto che Markov fosse stato vicino al segretario generale del partito comunista bulgaro, che conoscesse perfettamente la nomenklatura al potere a Sofia e che soprattutto fosse stato testimone della «dolce vita» di Monte Vitosha, rendeva il tutto ancor più pericoloso sul piano delle possibili conseguenze personali.

UNA NOTORIETÀ SEMPRE MAGGIORE

Annabel Dilke in una foto del 1983 (Credit: Photo by Mike Hollist/ANL/Shutterstock)

Pur avendo ben chiaro tutto questo, Markov decise di partire. Il primo breve soggiorno fu in Italia, alla volta del fratello anche lui emigrato clandestinamente qualche anno prima. La destinazione ambita era però Londra. Nella capitale britannica, diventerà collaboratore della sezione bulgara del Servizio esteri presso la BBC. Un compito assai insidioso che prevedeva la preparazione e conduzione di trasmissioni indirizzate a Sofia che sarebbero state ascoltate anche dalla cerchia di Zhivkov. Ben consapevole dei rischi, l’esordio fu timido, guardingo e in sordina: Markov si limitava a leggere i notiziari e a preparare, tra mille prudenze, un programma culturale settimanale. A questo periodo risale la conoscenza con Annabel Dilke, figlia di un dirigente della BBC: i due si sposeranno nel 1975 e avranno anche una figlia.

Nella seconda metà degli anni Settanta, Markov ricomincia a scrivere testi politicamente più impegnativi, anche a carattere teatrale, scegliendo come tema principale la critica al regime bulgaro. Nel 1977 gli arriva la notizia che suo padre, ex ufficiale dell’esercito, si era ammalato senza alcuna possibilità di ripresa. La domanda, rivolta all’ambasciata bulgara, necessaria per ottenere l’espatrio dei genitori porterà alla concessione del relativo nullaosta soltanto per la madre. Il vecchio Markov morirà quindi senza che i figli potessero avere la possibilità di vederlo per un’ultima volta.

Un simile episodio non poteva che aggiungere una ulteriore motivazione personale per attaccare la Bulgaria di Zhivkov. Fu così che Markov iniziò a rivelare, durante le sue trasmissioni, i particolari fin lì inediti dei suoi week-end con gli uomini dell’apparato di Sofia attirando sempre di più su di sé le attenzioni della Dajnavna Sigurnost, la polizia segreta bulgara. Con le critiche al regime, e definendo Zhivkov «misera mediocrità che si è proclamata un semidio», capace di svolgere un controllo pressoché assoluto sulle vite dei bulgari, Markov acquisirà una notorietà sempre maggiore nel suo Paese di origine — con alcune centinaia di migliaia di radioascoltatori su un totale di 9 milioni di abitanti — nonostante i tentativi, da parte delle autorità locali di disturbare le trasmissioni.

UNA «BOTTA» SULLA COSCIA DESTRA

Il leader del partito comunista bulgaro Todor Zhivkov con il segretario del Pcus Leonid Breznev

Ben presto gli avvertimenti verso lo scrittore e dissidente bulgaro iniziarono a farsi più minacciosi, sempre maggiormente allusivi di gravissime conseguenze. A Markov venne fatto sapere che avrebbe potuto essere assassinato secondo una modalità, gli fu detto, particolarmente «raffinata» — un qualcosa di «fuori dall’ordinario». Nonostante questo decise di non smettere di scrivere, ritenendo l’ipotesi di una possibile «liquidazione» a sangue freddo uno scenario più prossimo alla sempre popolare narrativa su spie e servizi segreti. Il tentativo di esorcizzare la paura non escludeva però una maggiore prudenza nei comportamenti e negli spostamenti. Markov viaggiava di nascosto, evitava di condividere troppe informazioni, evitava gli hotel, cercava di stare il più possibile in contatto con i pochi e fidati amici. Sospettando un possibile avvelenamento per via orale, stava molto attento a quello che mangiava e beveva. Qualsiasi faccia nuova, nel giro degli esuli bulgari, veniva attentamente monitorata. Il numero di casa fu rimosso dagli elenchi telefonici. Simili accorgimenti non erano quelli di un codardo, ma di un uomo coraggioso — sia pur spaventato — che desiderava soltanto rimanere in vita.

Giovedì, 7 settembre 1978, Markov è di turno alla BBC. La giornata è una di quelle tipiche londinesi di fine estate, con cielo coperto e qualche rovescio di pioggia. In giro c’è molta gente con l’impermeabile e ancor di più con l’ombrello. Raggiunto il lato sud del Waterloo Bridge, dopo aver parcheggiato la sua Simca, appena passato davanti alla coda di passeggeri in attesa accanto al National Theatre, Markov sente una botta alla coscia destra. Quasi immediatamente prova una breve, bruciante, fitta di dolore. Istintivamente si gira e vede un uomo raccogliere da terra un ombrello. Gli sta davanti e sembra fare la coda per prendere l’autobus. Forse pronuncia anche qualcosa, delle scuse in inglese, ma con un accento straniero; infine chiama un taxi, ci sale a bordo, ha qualche difficoltà nel farsi capire dal conducente, e poi finalmente si allontana.

Tornato alla BBC, dopo un breve tragitto in autobus, Markov continua a pensare allo strano episodio occorsogli poco prima. Doveva averlo inquietato perché, in redazione, si mette a raccontare a un altro esule, Teo Lirkoff, una serie di dettagli sull’accaduto. Abbassati i jeans, leggermente macchiati di sangue, entrambi avevano notato sulla coscia un piccolo segno rosso simile a una puntura di insetto. In effetti, Markov stava già cominciando a sentirsi male. Lasciato il lavoro poche ore più tardi, era tornato a casa dalla moglie Annabel. Giunto nell’appartamento in Lynette Avenue, verso le 22,30, aveva provato a dormire nel letto dello studio come era solito fare per non disturbare. Si sentiva debole e Annabel, inquieta, lo aveva visto agitarsi verso le 2 del mattino. Notò che stava male: aveva vomitato e aveva la febbre alta. Il medico di famiglia, subito avvertito, aveva detto che probabilmente si trattava di una semplice influenza. D’altronde in quel periodo dell’anno ce n’erano già stati moltissimi casi. In realtà le condizioni di salute di Markov erano mutate radicalmente nel giro di poche ore: al mattino era uscito di casa perfettamente in salute, mentre di sera la sua situazione sembrava già abbastanza critica al punto da iniziare ad avere qualche difficoltà nel parlare.

UNA SOSTANZA «ESTREMAMENTE TOSSICA»

L’ipotetico funzionamento di un ombrello «bulgaro»

Sono ormai le 23 di venerdì quando Markov viene accompagnato al pronto soccorso del St. James Hospital, nel quartiere londinese di Balham, presso il quale, dopo una breve visita, si dispone un ricovero immediato. Erano passate 36 ore dall’episodio del Waterloo Bridge. Il battito cardiaco era accelerato, ma regolare. La pressione sanguigna normale. Sulla coscia destra si poteva notare però una zona di circa sei centimetri di diametro, infiammata e indurita, al centro della quale c’era il segno di una puntura di circa 2 mm di diametro. Per prendersi cura di Markov, il caso aveva scelto Bernard Riley, un giovane medico, forse il primo, tra colleghi e infermieri, ad ascoltare con attenzione le parole del paziente. Lo stesso Markov stava iniziando a perdere la pazienza. Aveva già raccontato la sua storia al medico di base, poi al pronto soccorso, infine al dottor Riley aggiungendo che poteva esser stato vittima di un avvelenamento attuato dal Kgb.

«Bene, prenderò sul serio quello che dice e vedrò cosa posso fare», fu più o meno il pensiero del giovane medico. Il rinvenimento della lesione sulla coscia rappresentava un primo riscontro rispetto a quanto riferito dal bulgaro: la telefonata a Scotland Yard divenne una logica conseguenza insieme al frenetico consulto dei volumi conservati presso la biblioteca dell’ospedale per capire il tipo di sostanza e l’eventuale antidoto da utilizzare per salvare la vita del paziente al quale venne anche prelevato un po’ di sangue in previsione degli esami tossicologici.

Intanto Markov si trovava in terapia intensiva. La febbre era altissima e si notavano i sintomi di una setticemia. Il conto dei leucociti arrivava a 33 mila per millimetro cubo, mentre il conto normale va dai 5 mila ai 10 mila. In certi momenti il paziente era in preda a un delirio violento; in altri era lucido e razionale. Il dottor Riley aveva continuato a curare Markov durante tutto il fine settimana, anche se le sue condizioni stavano rapidamente peggiorando. La morte sopraggiungerà alle 10,40 dell’11 settembre 1978, quattro giorni dopo l’avvelenamento sul Waterloo Bridge.

L’autopsia venne condotta il giorno dopo, presso l’obitorio pubblico di Wandsworth. Dal corpo di Markov furono asportate due porzioni abbastanza estese di tessuto: la prima dalla coscia destra — con al centro la strana puntura già individuata da Riley — la seconda dalla coscia sinistra. Il tutto venne sigillato in sacchetti di plastica e poi inviato per le analisi di laboratorio. Dalla porzione di tessuto riconducibile alla coscia destra di Markov fu infine estratta una minuscola sferetta metallica, del diametro di 1,52 millimetri. Era formata per circa il 90 per cento di platino e per il 10 per cento di iridio, con piccole tracce di rodio e palladio. Insomma, un piccolissimo proiettile che poteva inserirsi perfettamente sul puntale di un ombrello. La sferetta aveva inoltre due forellini del diametro di 0,35 millimetri, otturati in origine con cera che certamente era stata sciolta dalla temperatura corporea di Markov e aveva lasciato defluire il contenuto del minuscolo proiettile. Ciascun forellino avrebbe potuto contenere una piccola, ma significativa, quantità di materiale tossico (mezzo milligrammo, circa).

La sferula e vari campioni di tessuti organici prelevati dal corpo di Markov vennero analizzati nel laboratorio segreto della Difesa chimica del governo britannico a Porton Down, nel Wiltshire. In particolare la prima, mostrava sorprendenti somiglianze con un altro «proiettile» con il quale qualcuno aveva tentato di colpire, sempre nel 1978, a Parigi, il dissidente bulgaro Vladimir Kostov che però era riuscito fortunosamente a salvarsi.

Gli scienziati riuscirono a identificare, con buona probabilità, la sostanza che era stata contenuta nella sferetta cava, il veleno che aveva ucciso Markov. Si trattava di ricina, una proteina estratta dalla pianta del ricino, considerata tra le sostanze più tossiche del mondo. A Porton Down si nutriva il sospetto che, per aumentarne la potenza, la sostanza utilizzata in questo caso fosse stata mescolata a batteri anaerobi della varietà che produce la cancrena. Venne fatta anche qualche prova su degli animali. In particolare venne veicolata, su un povero maiale, una dose di ricina: l’animale morì dopo circa ventiquattr’ore con una sintomatologia simile a quella che aveva caratterizzato l’agonia di Markov.

Il dottor Riley non dimenticherà mai Markov, un paziente che cambierà completamente la sua carriera portandolo a ridiscutere scelte che parevano essere definitive. «Volevo diventare un patologo forense, ma», dirà in una intervista alla BBC, «all’improvviso mi sono reso conto che avrei preferito salvare la vita delle persone piuttosto che scoprire perché erano morte. È stata una conversione completa, perché da lì in poi decisi che avrei voluto lavorare in terapia intensiva. Quello è diventato il mio obiettivo e lo è stato per tutta la mia vita. L’insegnamento più grande che la vicenda Markov mi lasciato è stato quello di credere sempre al paziente. Quanto a lui, a Markov, ho provato un enorme dispiacere quando ho dovuto parlare con la moglie. L’unico conforto è stato quello di aver creduto alle parole del mio paziente e di aver fatto del mio meglio per curarlo».

I funerali di Markov verranno celebrati nel Dorset, nel villaggio di Whitchurch Canonicorum, il 14 ottobre 1978.