Qui potrai trovare una vasta rassegna di materiali aventi ad oggetto uno dei periodi più interessanti della recente storia repubblicana, quello compreso tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta del secolo scorso.
Il sito comprende sei aree tematiche e ben ventidue sottocategorie con centinaia di pezzi su anni di piombo, strategia della tensione, vicende e personaggi più o meno misconosciuti di un’epoca soltanto apparentemente lontana. Per rinfrescare la memoria di chi c’era e far capire a chi era troppo giovane o non era ancora nato.
Buona lettura e non dimenticare di iscriverti sulla «newsletter» posta alla base del sito. Lasciando un tuo recapito mail avrai la possibilità di essere costantemente informato sulle novità di questo sito e i progetti editoriali di Spazio 70.
Un’ora di conversazione con lei vale un paio di iniezioni di adrenalina. Iniezioni Fuori vena? Fin troppo facile, qui, la battutina da dopo lavoro, per sinapsi in affanno da eccedenza produttiva sub-esistenziale. Definirla sopra le righe sarebbe normalizzarla. Una figura folgorante e surreale, segnata da una frenesia smaniosa, scampata all’implacabile selezione alla “normalità”. Un prodigio che sia ancora viva e a piede libero. Non una vita, la sua, ma una transizione al caos. Idiosincratica e fantasiosa, da sempre affaccendata, con dedizione monacale e maniacale, in un progetto instacabile di demolizione di sé. Certosina, come quei monaci che dedicavano venti, trent’anni della propria esistenza a ricopiare — meraviglia delle auto-inumazioni volontarie — una manciata di pagine dell’Organon di Aristotele. Ma Tekla Taidelli è anche lo spreco, la dépense nel senso di Bataille: autocombustione pura, dispendio di energie svincolato da qualsivoglia “finalismo” dei progetti. Al diavolo l’ordine produttivo, l’efficienza, la “performatività”.
Nasce in una famiglia borghese, genitori medici, il suicidio del padre Giorgio arriva presto, quando lei ha solo diciotto anni. È già una punk. Giorgio le lascia un biglietto: “Tu sei come me, non sarai mai felice”. La iattura delle premure non richieste. Al diavolo il mondo. Tekla inizia la vita per strada, circondata da una moltitudine di spettri biancovestiti, maschere di vita che si sfiorano indifferenti. Orgogliosa e fragile, non rinnegherà mai nulla. Un giorno è a Londra, strafatta. In mano, gli alambicchi proto-urbani di un’alchimista della dissoluzione: bottiglia di whisky (vuota) nella sinistra, boccia di ketamina nella destra. Si tuffa in quella che le pareva una piscina, ma è la Brixton Hill, un’autostrada. Un pullman la centra in pieno. Si risveglia in ospedale, circondata dalle suore di una chiesetta gospel nei paraggi. Le pie donne sorridono, cantano, inneggiano al loro dio. Beate loro: chi vuol trovare un miracolo è pronto a guadare un fiume di sangue. Ma il miracolo qui c’è davvero. Tekla, non si sa come, esce illesa da quello schianto. Sceglie allora di iscriversi a una scuola di cinema. Ma vive ancora per strada, tra panchine, cascine abbandonate, parchi pubblici; prima di andare a lezione si lava alla fontana di una pompa di benzina. A scuola, nelle prime ore, si proiettano i classici della storia del cinema. Chissà quali l’hanno influenzata di più, dovrò chiederglielo…: “Ma va, non ho visto un cazzo, quando sei per strada mica riposi davvero, in quelle ore dormivo sempre…”.
Nel 2006 l’esordio al cinema con Fuori vena, indimenticabile per gli innamorati dei rave, delle vite al limite, dei soundsystem, dei free party. Taz di Hakim Bey e psichedelia, nomadismo cyberpunk e suggestioni cibernetiche. I centri sociali, le proteste di piazza, la riappropriazione degli spazi. No al divertimento omologato, alla società dei consumi, stampiamo i flyer, rimediamo le casse. La scuola di Francoforte. Le allucinazioni, le fabbriche abbandonate, i boschi. La droga. Le strisce di speed tagliata per “svoltare” di più, le “colombine blu” di anfetamina e mescalina. I coatti che arrivavano alle prime ore dell’alba, a discoteche già chiuse: “Andiamo a calarci le ultime pasticche alla festa delle zecche”. Già, la festa, la tekno-messa-in-scena della crisi della presenza, nichilismo anarchico e fine del mondo demartiniana. Trance e communitas di fine millennio, precarietà, alienazione, apocalissi controllate e overdose impreviste… Il ghetto, l’impossibilità di agire, l’incapacità di reagire. La predestinazione, l’autodistruzione, il baratro. Tekla Taidelli va a una velocità insostenibile per i “normali”, quelli per cui non è sempre tutta una sfida, una salita. Bukowski, fiumi di alcol, bottiglie scolate, stampelle, tramezzini. Henry Miller, Abel Ferrara, gli homeless di Cadorna. Tutto in apnea, un’esistenza a mille all’ora. Trascinata a simulare quanto non è e non potrebbe mai essere. E poi il carcere in Brasile, le taniche di ketamina, l’ex fidanzato che si pisciava addosso (“Sì, una cosa un tantino trash ma, dormendo per strada, col freddo dell’inverno era una mano santa!”). Va bene, come intro può bastare.
Tekla Taidelli è tornata con 6:06, soggetto di Leonardo Loberto, prodotto da Tranky film e Argo film, sceneggiatura della stessa Taidelli con la collaborazione di Edoardo Moghetti e Davide Valle. Proprio Davide Valle, nei panni di Leo, è uno degli attori protagonisti; l’altra è George Li nei panni di Jo-Jo. Il film è stato selezionato alla 80ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove ha ottenuto il Premio SIAE. All’Ortigia Film Festival 2025 vince invece i premi per il “Miglior Film” e il “Miglior Interprete” al protagonista Davide Valle, e il Premio Speciale Stefano Amadio al film “veramente indipendente”. 6:06 è la storia di un ragazzo di borgata che si barcamena in un lavoro sottopagato, le uscite con l’amico di sempre (Roberto Sadhi Sersanti), le botte di coca appena stacca. 6:06 non è solo un orario, è un trip che non finisce mai, la condanna a rivivere in un loop temporale la stessa trappola. Ogni giorno. Ripetizione senza differenza, ma lasciamo perdere Deleuze. “Quanta passione, quanto amore, quanto sangue, quanta merda per fare questo film”, dice lei.
Ciao Tekla, sei tornata da Venezia e Ortigia con tre premi. Com’erano gli altri film in gara?
Non ho visto un cazzo, in questo periodo ho le stampelle per un problema alla caviglia e mi muovo con difficoltà. Poi c’erano film ungheresi con i sottotitoli in magiaro, che ne so…
Vivi a Roma da anni, ora dove sei?
Sono a Milano, sono venuta qui per curarmi. Se restavo giù la sanità romana mi faceva tagliare il piede…
Abbiamo già rimediato un posto in una Asl o in un consiglio regionale… Senti, perché dopo Fuori vena hai fatto passare così tanti anni per la realizzazione di un altro lungometraggio?
Dopo Fuori vena, Claudio Caligari venne a complimentarsi con me e mi disse: “Benvenuta nella lista dei registi ‘maledetti’, se ti dice culo farai tre film”. Oh, sono già al secondo! Comunque, Fuori vena m’ha tolto la vita… Vedi, mentre in Amore Tossico di Caligari solo gli attori erano tossici, nel mio film stavano “fuori” anche i componenti della troupe, me compresa, che vivevo a mille all’ora. Sono morti tutti nel giro di pochi anni… Quando è morto pure il direttore della fotografia io ho flippato male, ho detto “basta, non giro più un cazzo”. Non volevo fare più nulla.
Cosa hai fatto negli ultimi vent’anni?
Di fatto non ho mai smesso, il cinema è stato la mia unica relazione stabile… Il mio primo amore è il cinema, e il cinema mi ha tenuto legata alla vita. Non ho mai smesso di fare i miei corti, di insegnare, anche se per un bel po’ di tempo ero fuori come un culo. Bevevo dieci Ceres al giorno, pippavo, ero proprio fuori… Ma in tutti questi anni ho formato trecento ragazzi, ai quali ho trasmesso la mia idea di cinema. Ho creato la mia scuola, ho passato il mio sapere insegnando ai miei allievi cosa significa per me il cinema. Dopo Fuori vena non mi faceva insegnare nessuno, figurati! Così nel 2013 ho creato, una mia scuola, una Tekla street-cinema. Ho trovato i soldi spacciando (sic!).
Dai, mica posso scrivere queste cose…
Scrivi quello che ti pare, tanto lo sanno tutti, e poi ormai è andato tutto in prescrizione! (ride). Ti racconto come è andata con Fuori vena. Andai da Domenico Procacci dicendogli: “Ti propongo ‘sto film, con lei che è punk, e il suo ragazzo che si buca”. Procacci mi disse: “Ok, te lo produco io, ma nel film lei sarà una modella e lui pipperà cocaina”. Io gli risposi: “No, Domenico, così non sarebbe più il mio film, non sarebbe più Fuori vena…”. Poi ebbi un’intuizione: “Senti, secondo te quanti soldi mi servono per girarlo?”. “Più o meno centomila euro”. Bene, sono andata in India, ho preso 5 kg di ketamina, 100 litri, li ho venduti e ho fatto il film. Stessa cosa per la scuola di cinema. Non mi fanno insegnare in nessuna scuola? Ok, la creo io”.
Qual è la tua idea di cinema?
Per me cinema è dar voce agli invisibili, agli homeless, alle piazze, alle borgate, ai punk, agli immigrati. Fino alle tribù di beduini del Sinai: tempo fa, sono stata nel deserto con loro e da quell’esperienza ho fatto un documentario… Ho fatto fare l’Amleto agli homeless, ho fatto la Dodicesima notte con il gommone in stazione centrale, il Barbone rampante in Cadorna con gli homeless, il mio omaggio a Calvino… Ero lì, uno di loro prende il libro e fa: “Cosa leggi, il barbone rampante?” Genio. In Grecia ho fatto Pasolini con i pescatori di Kalamata. Negli ultimi anni Erminia “Minnie” Ferrara, un’amica, mi ha preso a far la Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti, sono quattro anni che spacco con la Summer school.
Senti, come scegli in genere i tuoi attori e le tue attrici?
Io rivendico la mia appartenenza al mondo della strada, e alla strada voglio dare voce. Aborro la parola “casting”: se per un film mi serve un tossico io lo cerco tra i tossici, se mi serve un homeless idem. Non c’è migliore attore di quello che interpreta sé stesso. Oh, chiaramente se ho De Niro a disposizione l’homeless lo faccio fare a lui! Ma, finché non ho De Niro, l’attore lo scelgo tra dieci homeless. Per me il cinema è dare voce agli invisibili, e quello della strada è un idioma universale che io continuo a parlare anche se ora sono un po’ “ripulita”, sono punk nella testa e non nella cresta. Però, vedi, se anche non sono più esplicitamente punk, rimango un’anarchica nel cervello e nell’anima… Se mi metti in piazza Duca d’Aosta con gli homeless, io ci metto un attimo a conquistarli. Le associazioni umanitarie ti portano le mutande bianche, i calzini bianchi! Io le mutande e i calzini bianchi non li metto, cioè, anche se sono per strada ho la mia dignità, la mutanda bianca te la metti tu, capito? Sono andata in stazione centrale e ho detto: ragazzi, di che colori volete i boxer, di che colori volete le mutande? Lì li ho conquistati, perché io conosco la vita di strada, ho vissuto per strada, e questa lingua la continuerò a parlare per sempre.
Tra barboni, beduini del Sinai e improbabili pescatori greci pasoliniani, come sei arrivata a fare 6:06?
Jacopo Pica di Illmatic Film Group, a cui sarò sempre riconoscente, mi ha invitata a fare un corso a Spazio Fontanella a Roma. E lì ha iniziato a spingermi a fare un altro film. Mi ripete all’infinito: devi fare un altro film. E io: “Col cazzo, dopo Fuori vena non faccio niente. Ho tanti allievi che faranno quello che gli ho insegno, ma io non faccio più un cazzo”.
Proprio non volevi ripensarci?
No, mollami. Insomma, Jacopo Pica proietta Fuori vena nel chiostro e continua a spingermi. Fa un bando con i miei ex allievi dal titolo: “Il Cinema e la strada”. Ogni allievo poteva mandare un corto sul tema della strada. Io avrei dovuto fare la co-regia. Il bando scadeva a mezzanotte… Alle 23.58 arriva il soggetto di Leo (Leonardo Loberto, ndr) che, tra l’altro, ha fatto Il Canto dei Folli con gli homeless di Trastevere, una bomba! Leo mi aveva pagato trecento euro di corso con un rotolino di banconote da cinque euro (…). E ha vinto proprio Leonardo. In quel soggetto il film si chiamava 6:26. Poi io l’ho chiamato 6:06, perché facendo le prove con una che faceva la pusher, questa mi fa: “Ao’, ma 6:26 è la canzone di Cremonini. Che è ‘sta merda?” Quindi lo chiamo 6:06. Insomma, mi sono ritrovata in mano questo soggetto. L’idea è nata da Leo, da lì è partito il trip del film. Da un corto ho fatto un medio. E poi da un medio ho fatto un lungo…
Nella versione definitiva del lungometraggio, una parte è girata in bianco e nero, l’altra a colori…
Il corto durava 40 minuti, ed era tutto in bianco e nero. Era praticamente tutto in loop. Il loop della droga. La droga è così. Tutti fanno e ripetono le stesse cose: questo è il loop. Chi si è drogato sa che vivi tutti i giorni, per una vita, lo stesso giorno. Inesorabilmente. Quando ho fatto il mediometraggio, lì c’era solo un minuto a colori! Quando i miei amici lo vedono mi dicono: “Perché tu che sai vivere a colori, che sei rinata e non sei ritornata al bianco e nero, non fai vedere in un lungometraggio questa tua parte a colori?” Mi hanno lanciato la sfida. E io l’ho raccolta. Quindi ho costruito, a partire dalla mia vita, la parte a colori. Diciamo che nella seconda parte del film ho “dipinto” la mia vita a colori. Mentre su Fuori vena ho raccontato la mia storia con Ale, che era mancato per eroina, su 6:06 mi sono trovata a fare un processo creativo diverso. Leo ha avuto un’idea, e su quella io ho cucito la mia vita. Davide Valle, il protagonista, che è un grande, ha attinto tantissimo dalla mia vita. Il film è molto autobiografico, c’è tanto della mia storia… Se Davide nel film è la mia parte “dannata”, George Li, la protagonista femminile, è la parte rinata”.
Com’è stato il rapporto con gli attori?
Ho passato la mia vita, la mia pelle, al protagonista, ma anche alla troupe. Si è formata una grande famiglia. Questo film è collettivo, solo così puoi fare film indipendenti. Il film è costato settantamila euro, ma ne sarebbe potuti costare trecentomila… Con Davide Valle c’è stato un rapporto incredibile, noi dicevamo che era un rapporto “sangue e merda”. È una testa di cazzo, ma di una profondità disarmante, nelle relazioni è come me, non resta mai in superficie, va sempre a fondo. Anche lui è un ipersensibile, e infatti è un po’ perso. Una notte mi chiama: “Senti, lo faccio come tuo padre”.
A che cosa si riferiva?
Alla scena del tentato suicidio, dedicata a mio padre. L’indomani, sul set, tutti sapevano cosa stavo facendo. Mi ricordo che allo stop piangevano, piangevamo tutti. Ho capito che stavo facendo una cosa potentissima, non era più Fuori vena. Non era più cinema, ma una roba altra, un atto psico-magico alla Jodorowsky, era meta-cinema… Io non volevo parlare di suicidio, ma lì ho capito che non stavamo più facendo un “semplice” film. Quando faccio le scene più potenti non resto mai al monitor, sono vicino all’attore, sono lì vicino che posso toccarlo, gli sto trasmettendo una parte di me, qualcosa che ho sulla pelle e devo trasmettergli. Non ti dico durante le riprese di quella scena…
Quanti anni avevi quando tuo padre si è suicidato?
Avevo 18 anni, avevo appena finito il liceo, non sapevo che cazzo fare della mia vita. E poi sì, ero già punk, ma diciamo che quell’evento mi ha spinto alla dissoluzione. Lui ha lasciato una lettera solo a me, mi ha scritto: “Sei uguale a me, non sarai mai felice”. Io pensavo fosse una predizione, ed è chiaro che, essendo figlia di un suicida in un certo senso cercassi la morte anche io… Adesso la vedo da donna adulta, era una cosa a suo modo amorevole, cercava di avvisarmi: “Attenzione, sarà difficile…”. Però no, io non sono lui, questo l’ho capito anni dopo. A parte che la mia famiglia non mi vedeva, e se continuavo così mi facevo fuori. È stato un rapinatore a dirmi: “Uè, se continui così muori, perché loro non ti vedono, uè, figa”.
Di chi parli?
Di Rossano Cochis. È entrato a gamba tesa nella mia vita e mi ha salvato. Un figo, usciva da anni di 41 bis, 37 anni, quando esci da lì devi trovare una missione, e la sua missione è stata ripigliarmi. Bellissimo, la mia vita nelle sue mani… Rossano si è davvero prodigato per me. Adesso non c’è più, è morto di infarto, quando mi sono ripigliata mi ha detto: “Ora posso anche andarmene”. Infatti dopo non molto tempo è morto, aveva dei problemi di cuore, lo sapeva che sarebbe morto presto…
Come lo hai conosciuto?
Per una macchina. Avevo un ex fidanzato che era stato messo dentro per una rapina che non aveva fatto. Insomma, mettono questo coglione in una comunità di Milano, e questo un giorno mi chiama: “Che cazzo vuoi?” gli dico. Era pure un tipo ricco, e collezionava macchine: “Guarda, ho comprato una Jaguar… Ma no, non è rubata! Te la porta l’autista di Vallanzasca, sii puntuale che questo non ha il cellulare, vai alle due in Porta Genova…”. Io pensavo che “l’autista di Vallanzasca” fosse l’autista che porta i detenuti dal carcere di Opera alla comunità, pensavo fosse un vecchio rincoglionito, una guardia giurata “babba”, uno così… Non ero convinta di fare ‘sta cosa, ma io sono di strada e non rinnego un aiuto a uno che sta in galera, e se uno è dentro mi prodigo anche se è una testa di cazzo. Insomma, alle due spaccate vado in Porta Genova e scrivo un cartello gigante, “Rossano”, a lettere cubitali. Salgo sul cofano della macchina e poi sul tettuccio… Alle due e un minuto arriva lui, e si vede chiaramente e immediatamente che non era una guardia giurata, si vedeva che era un cazzo di malandra! Sfregio sul labbro, camicia rossa, un torello! Mi dice: “Uè cretina, abbassa il cartello!”. E io: ma tu chi cazzo sei? “Quello lì” m’ha detto che sei l’autista di Vallanzasca!” E lui mi fa: “L’autista sì, ma delle rapine!”. E da lì con Rossano è nata un’amicizia incredibile, un amore folle, ci siamo conosciuti, lui si è prodigato verso di me e io verso di lui. È stata un’amicizia potente, è stato lui che m’ha ripigliato, per un periodo mi ha praticamente costretto ad andare in comunità. Siamo stati amici per sette, otto anni, finché non è morto. Il mio prossimo film sarà sulla nostra amicizia”.
Torniamo alla realizzazione di 6:06, raccontami qualcosa di più…
Come protagonista avevo scelto una ragazza in Portogallo, Céline: per me era lei la figura giusta. Ma a Davide non piaceva, è impazzito, ha sclerato proprio! Io a Davide ho lasciato molta libertà , ho voluto che questo film parlasse, più che alla mia, alla sua generazione. Quindi l’ho assecondato. Che poi, quando non ha voluto Céline era il 25 aprile e gli ho detto: Siamo fottuti! Per una volta ho fatto un casting, cosa che non faccio mai, e ho invocato mio padre. Papà, ho pensato, aiutami tu… Primo provino: entra una mia ex allieva che parla francese, ma a recitare è una cagna maledetta… Poi provo con una spagnola: “Te quiero, mi amor, te amo”. Così sarei passata per l’Almodovar di Torpignattara! Entra questa ragazzina e fa questo provino che spacca il culo… Mi giro, vedo Davide che piange… Le chiedo: come ti chiami? George Li. Come mio papà, Giorgio… Che poi, a vederla, con me non c’entrava proprio niente: trench beige, le ballerine rosse, una bambolina. Pensa che una volta non l’ho fatta salire in macchina: “Tu in macchina vestita così non sali!”. Un diamante grezzo. Le ho detto che doveva imitarmi, infatti poi è stata con me per un mese intero. Gli abiti che indossa nel film, la giacca, gli anfibi, sono miei. In una scena del film mangia la pasta con le mani, perché un giorno al supermercato aveva visto me prendere un barattolo di gelato e iniziare a mangiarlo con le mani. Lei è rimasta scioccata! Ma ha finito per somigliarmi un botto! Anche come cammina con gli anfibi, un po’ gobba, mi somiglia proprio…
Insomma, è andato tutto a gonfie vele…
Seh, magari. Sono successe altre cose folli. Io stavo già girando il film, e c’era poco tempo per iniziare e concludere le riprese. A quel punto Davide si rompe il piede in una rissa… si spacca il malleolo, il bruciato! Mi manda la foto del piede, era viola. Quindi anche nel film sarebbe dovuto essere zoppo. Lui, entusiasta, mi fa: “Metodo Stanislavskij, metodo Stanislavskij”. Stanislavskij un par di coglioni! Hai una placca nella caviglia, non puoi manco prendere l’aereo, deficiente! Un altro casino c’è stato quando hanno preso George Li in Mare fuori. Non hai capito, io ero a Santa Marinella a scrivere con Davide, arriva lei mogia mogia: “Mi hanno presa in una serie”. Vabbè, le dico, se diventi ricca e famosa metti pure dei soldi nel film. Che serie è? “Mare fuori”. Aiuto! Era tutto pronto, dopo che Davide s’era rotto il piede avevamo rimandato tutte le location, con tanta fatica, perdendo soldi ed energie… Ma era rimasto poco tempo, e se ne avessimo perso ancora, perdendo pure George Li, ciao, basta, il film non si faceva più. Volevo lasciare il film al mio aiuto-regista, che nel frattempo s’arrotolava la barba con le dita, disperato. Poi siamo riusciti a trovare una soluzione e a posticipare tutto. È stato anche meglio, sono riuscita a fare sugli attori, Davide e George, un lavoro che pochi registi fanno.
Non ho visto Mare fuori, com’è?
Mi appello al Quinto emendamento per non rispondere (e infatti un attimo dopo risponde, ndr). È tipo Amici di Maria de Filippi, una specie di reality ambientato in un fintissimo carcere minorile. Non è una storia di strada, è una favoletta edulcorata della periferia. Se il protagonista andasse a Scampia lo gambizzerebbero. È l’anti-cinema, è quello che io vorrei distruggere! Ma, le dico, spero almeno che tu nella serie sia, chessò, la figlia del trafficante di bamba! Che fai, porti coca dalla Colombia…? “No”, mi dice lei, “sono la figlia della guardia”. Come?!? “Sì, del capo del carcere”. Vabbè, quantomeno ti innamori dello spacciatore di Scampia che porta finte colonne di marmo imbottite di cocaina a Gioia Tauro, no? “Eh no, mi innamoro di un fascista di Milano e lo faccio evadere…”. Cioè, lì ho visto la mia street credibility azzerarsi in un secondo! E come ti chiami nella serie, Molly, Polly, Kathy? “No, Lorenza…”. Vabbè, a quel punto mi metto a guardare la serie, che inizia con lei che si frega le offerte in chiesa per prendersi una birra. Lì mi son detta: sono fottuta. Mettiamola almeno sul fatto che il pubblico di Mare fuori potrebbe arrivare al mio film…”
Al festival del cinema di Venezia hai vinto il premio della Siae al miglior talento creativo. Bella soddisfazione, no?
Vent’anni fa avrei ruttato al microfono, ma oggi sono un po’ cambiata, come ti dicevo prima sono punk nella testa anche se non nella cresta. Posso “scendere a compromessi”, però fino a una certa! Quando ho preso il premio ho anche “brandizzato” il direttore marketing della SIAE, alla fine gli ho messo la maglietta di 6:06,”come riempire il vuoto”. Lui non voleva far entrare in sala i miei, poi invece ho fatto entrare tutti. Più tardi, in segreteria, inseriscono il mio codice fiscale nel portale SIAE, ed esce fuori che è bloccato, perché in tutta la mia vita io non ho mai pagato la SIAE! Io fatto mille rave illegali, e nei locali commerciali mica pagavo la SIAE… Insomma, ho un po’ di F24 del valore di 600-700 euro l’uno. “Oh, non è che devo restituire il premio mo’?”. No, no, mi dicono, tranquilla. E allora pulitemi, sbiancatemi sta “fedina penale”! Insomma, ora c’ho ‘sta diatriba con la segretaria che deve pulirmi la “fedina penale” SIAE, perché sono bloccata (ride).
Stando all’evitare di ruttare nel microfono, mi pare che tu abbia un’idea tutta tua, piuttosto restrittiva, dello “scendere a compromessi”…
Sono venticinque anni che non scendo a compromessi di nessun tipo. Con Fuori vena ho fatto un casino, ora però vorrei arrivare oltre. La versione originale di 6:06 era più punk, più autorale. Poi ho conosciuto il montatore di Abel Ferrara, Fabio Nunziata, Fabio mi monta ‘sto trailer spacca lacrime, e mi chiedo: “Che cazzo è?”. ‘Sto trailer di un minuto all’inizio mi ha fatto girare i coglioni, ho litigato un po’ con me stessa, poi un giorno Anastasia Piazzotta di Wanted mi ha detto: “Prendi la pillola rossa o la pillola bianca? Vuoi fare il Ben Hur dei fattoni o vuoi farlo vedere a tutti?” A Venezia mi hanno invitato in un posto super pettinato, a Ortigia idem, tutti un po’ fighetti, poi sono andata, con Tommaso Lusena, alla Berlinale, il mercato del cinema più grande d’Europa, tipo mercato del pesce… Insomma, facciamo le prime proiezioni, all’inizio solo del trailer, e ci rendiamo conto che alla fine son tutti lì che piangono… Anche mia sorella, un chirurgo plastico che mi odia, si è commossa. Eureka! Lì ho capito che se pure la strega di Biancaneve mi dice che è un bel film, è fatta! Mica male, se portando ancora una volta in scena la strada, vedi i borghesi che si commuovono, no? Non ho fatto la famiglia cuore, ma ho trasmesso in una forma più accettabile e fruibile a tutti il tema della rinascita e della seconda chance, un argomento che va dal trafficante al padre di famiglia, dal pischello alla professionista. Il tema della rinascita è universale, e questo film è un bel compromesso per raccontarlo. Ma è sempre la strada che si racconta. Sono grata a Fabio, non avrei consentito a nessun’altro di metterci le mani, qui parliamo di uno che ha lavorato con Abel Ferrara, e considera che per me se Bukowski è la Bibbia, Abel Ferrara è Gesù!
Bene, ora anche Santa Romana Chiesa non vedrà l’ora di affidarci uno speciale sul Santo Padre…
(irriferibile) Insomma, se vuoi arrivare a più persone devi fare una versione che sia più fruibile, e secondo me questo film è bello, perché non è che abbiamo fatto la famiglia del mulino bianco… Mi sono resa conto che abbiamo fatto una cosa grande, che è arrivabile a tutti, anche e soprattutto ai miei amici, per le immagini, la potenza delle immagini, ok, è più fruibile, ma rimanendo comunque una bomba potente a livello sensoriale e di contenuti, quindi diciamo che il prodotto è una bomba, ecco!
Anche la scena dove il protagonista si butta per strada, era una scena della tua vita, quando stavi fatta…
(ride) Mi chiedono: come hai fatto a diventare regista? Ricordo una intervista ad Alina Marazzi che diceva, con voce flautata: “Grazie a mio nonno, che aveva molte pellicole, ricordo ancora la grande sala in cui le proiettava…”, o a Marina Spada che diceva: “Io facevo foto già da bambina…”. Io invece ho preso un pullman in faccia a Londra! Cioè è vero, non è una cazzata, ho visto un fiume, ma era la Brixton Hill, l’autostrada… Sono scappata di casa, ho firmato la rinuncia all’eredità: non voglio un cazzo da voi. Spacciavo, vivevo a Londra, prendevo i trip e li portavo alle Canarie, dalle Canarie prendevo il fumo e lo portavo a Londra, da Londra prendevo la ketamina e la portavo in Italia. Un giorno faccio una botta di ketamina e vado fuori, vedo un cazzo di fiume e mi tuffo proprio come se mi buttassi in una piscina, mi tuffo di testa, cioè tolgo le ciabattine e mi tuffo di testa con le manine alla Fantozzi, solo che era un’autostrada… Poi mi hanno arrestato in Brasile, mi hanno legato per traffico di bamba… Comunque, guarda, dopo che mi hanno arrestato in Brasile, ho smesso di finanziare film con lo spaccio!
Bene, ora abbiamo anche un finale edificante… Senti, trovo significativo che quando racconti la tua vita per strada, rivendichi quella parte della tua esistenza, e non dici: “Sai, quel periodo stavo una merda, lì sono caduta”. Ti ho sentita ripetere più di una volta: i miei valori sono quelli, rimangono quelli. Il legame con i tuoi compagni della strada è rimasto forte.
Con loro ho diviso una scatoletta del cane in venti, una birra in quindici. Sono fratelli a vita. Mi hanno sostenuta anche in momenti durissimi… Quando mi hanno arrestato in Brasile, avevano tirato fuori centomila euro, tutti loro. C’era chi faceva movimenti grossi e aveva disponibilità di contanti, ma tutti hanno fatto colletta. Poi per farmi uscire è intervenuto mio zio, un pezzo grosso della Pirelli… ma non posso dimenticare che la strada aveva messo insieme quella cifra enorme per tirarmi fuori.
Quanto tempo sei stata per strada? Vivevi letteralmente per strada o giravi un po’ tra rifugi di fortuna, occupazioni, ecc.?
Dipende. All’inizio stavo al Parco Sempione, all’anfiteatro, mi ricordo che dormivo con il mio fidanzato narcolettico, Skeletro, un punk fighissimo con la cresta altissima, questa è una cosa un po’ trash, però lui si pisciava addosso tutte le volte, ma d’inverno era un jolly, visto che mi scaldava (ride)! Poi chiaramente, essendo una leader ho “scalato”: prima la cascina dei punk di via Ripamonti, poi sono salita di grado (ride)… Il primo lavoro che ho fatto si chiamava Sbokki di vita, un documentario del periodo che ero in cascina… Io già a 18 anni sono andata via da casa, sono stata per strada dal 1996 al 2008, poi però ho avuto una casa.
Con quel documentario hai vinto anche un premio, vero?
Ho vinto il Roma Doc Festival del 2000! Mi ha premiato Monicelli. Avevo 19 anni, ero sotto cassa a un rave quando mi hanno chiamato. Ero proprio ignorante, chiesi: “Maestro Monicelli, ma lo chiamano così perché insegna?”.
E in carcere in Brasile quanto ci sei rimasta?
Ho fatto un mese, ma solo perché sono la nipote di un dirigente mondiale della Pirelli, il fratello di mia madre era l’ex braccio destro di Tronchetti Provera… Se no, uscivo dopo 24 anni… Intanto stavo facendo i sottotitoli per Fuori vena per il festival di Locarno: il film stava per uscire e io ero in carcere. Chiamavo dal carcere brasiliano il produttore, Gianfilippo Pedote della Mir Cinematografica. Eravamo al telefono e una voce annunciava “ligação da casa circondariale feminina”, e lui, preoccupato: “Ma hanno detto ‘carcere femminile’?!” E io: “Ma no, Gianfilippo, è un’interferenza, non ti preoccupare!”. Solo che poi si sentiva la voce: “Você tem dois minutos para ligar”. Lui: “Che cosa?!” Io: “Un’altra interferenza! Non si capisce niente qua in Brasile, è l’interferenza del carcere qui vicino!”. Poi arrivava un altro avviso: “Informamos que resta um minuto para o término desta ligação” e io continuavo: “In Brasile, cazzo, la linea non funziona bene!”. Un’estate sono tornata lì a fare i sopralluoghi per fare un film su quella storia, quando improvvisamente è morto il mio direttore della fotografia di Fuori vena, Matteo… Quando è morto Matteo, ho “crashato” cerebralmente, e ho mollato il progetto. Ma lo riprenderò presto…
Senti, quando scriverai un libro sulla tua vita?
Dopo il carcere, Carlo Feltrinelli mi aveva chiesto di scriverne uno… Mi ricordo che mi mandò un ghostwriter in un bar, ero giovane, quella sera eravamo ubriachi, ero troppo fuori. Non mi ricordo che cazzo mi aveva detto Feltrinelli, insomma, ero al bar, questo inizia a parlarmi e a prendere appunti di quello che raccontavo, e a un certo punto ho pensato fosse uno sbirro. Io faccio Thai box da anni, gli faccio una mossa di Krav Maga e inizio a strangolarlo: “Chi cazzo sei?!?” Lui sibila: “Ssssono un ghhhhhostwriter”. Ricordo che il giorno dopo Carlo mi chiamò e mi disse: “Tekla, cos’è successo, hai picchiato il mio ghostwriter?” Tra me e il ghostwriter di Feltrinelli è finita male, ma prima o poi ‘sto libro dovrò scriverlo …
Puoi raccontarmi cosa ti è accaduto nell’incidente londinese che ha ispirato la scena del tentato suicidio in 6:06?
Mi ha beccato in pieno un autobus di Londra, un double deck. Sono andata in coma, poi mi è venuta un’emorragia cerebrale che si è fermata da sola… Voglio usare come copertina del libro che scriverò la lastra che mi hanno fatto in ospedale: ero piena di orecchini, nella lastra si vede un teschio pieno di orecchini, di spike giganti. Mi ricordo che apro gli occhi e vedo un dottore che sembrava Hugh Grant. E io dico: “Minchia, Hugh Grant, sono in paradiso!”. E lui: “No, sei in ospedale, cogliona”. Un infermiere, o un altro medico, non so, mi passava degli spilli nel corpo e mi diceva: “Se non senti un cazzo, rimani paralizzata al 95%”. Io ho detto: “Ok, fammi di morfina perché non voglio sapere che cazzo succede”.
E dopo che cosa è successo?
Mi fa di morfina, apro gli occhi dopo 48 ore. C’era una chiesa gospel vicino all’ospedale, le suore cantavano al miracolo. Conservo ancora da qualche parte l’articolo di giornale: “Turista si butta in piscina, ma era un’autostrada”. L’autista non voleva più guidare, perché non si era mica ritrovato un passerotto sul parabrezza, ma una persona. Questo autista è venuto in ospedale a trovarmi, piangendo diceva che non voleva più lavorare, pensava di avermi ucciso. Poi arriva il dottore e mi dice: “Come minimo, sarai epilettica”. Mi punta la luce in faccia e io: “Ma che è, un rave?”. Poi mi porta la mia collana – avevo un campanaccio di ferro da mucca attaccato al collo – lui me lo porta e mi fa vedere che era tutto schiacciato. Ce l’ho in un cassetto a Roma, ho ancora paura a guardarlo… E mi dice: “Guarda, il tuo cervello doveva essere schiacciato. Avevi un campanaccio di ferro rotondo sottile, schiacciato. Io non me lo spiego, non posso scientificamente capire come anche la tua testa, il tuo cervello, non sia così”.
Quanto sei rimasta in ospedale? Avevi altre ferite?
Poco, una settimana. Non avevo altre ossa rotte, niente. Non ho neanche un dente rotto, soltanto un taglietto dietro il polpaccio. È stato un miracolo davvero.
In che modo questo evento ha cambiato la tua vita?
Quel giorno era la festa del papà. Mia madre me lo ha detto quando mi sono svegliata, e io ho pensato: “Ok, qualcuno mi sta dicendo qualcosa”. Ho deciso che mio padre mi stava dicendo forte e chiaro “Fermati!”. Così sono tornata a Milano per fare qualcosa della mia vita.
Come è stato il ritorno a Milano e la selezione per la scuola di cinema?
Torno a Milano in carrozzina, con due taniche di ketamina, chiamiamola deformazione professionale… Ad accogliermi in aeroporto c’è mia madre col suo tipo che mi chiede: “Ma quant’acqua bevi?”. “Eh, bevo un botto, un botto d’acqua…”. Quel periodo rimango ospite a casa di mia madre, ero tornata a casa dalla strada. Un giorno mia madre mi prepara per la selezione alla Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti. Mi aveva pettinata, tolto tutti gli orecchini, ingellato con la camicia bianca, mi aveva trasformato in una super-precisina. Vado in selezione, e c’erano tutti babbi inamidati come me… A quel punto ho chiamato il mio amico Skeletro e gli ho detto: “Ti prego, portami i miei vestiti!”. Mi porta la mia maglietta leopardata (quella che indosso in Fuori vena) e i miei anfibi, mi sono bevuta tre Campari col bianco e quando sono entrata in selezione ero ubriaca fradicia. Silvano Cavatorta, il direttore della scuola – quello che ha fondato Filmmaker, il primo festival indipendente degli anni settanta, con Gianfilippo Perotta uno dei pionieri nel cinema indipendente, quello che ha scoperto Soldini e Salvatores, un vero talent scout – non c’era mai a scuola, ma quel giorno, per le selezioni, era venuto… La selezione era difficile, dovevi sapere di sceneggiatura, montaggio… Pensa che io il Dogma 95 pensavo fosse un aperitivo! Entro in selezione ubriaca, e Silvano mi chiede: “Perché sei qui?”. Io rispondo, biascicando: “Non lo so, voglio esprimermi”. E lui dice: “La prendiamo, la prendiamo”. Erano tutti scioccati. Da lì Silvano se la menava ogni volta: “Questa l’ho scoperta io”, e gli altri prof. mi chiamavano “la favorita”. Ma Silvano è davvero uno che mi ha sempre supportato.
Cosa è successo quando è morto il tuo Ale?
Quando è morto Ale ho spaccato tutta la scuola. È arrivata Marina Spada, per calmarmi inizia a prendermi a sberle e mi dice: “Guarda che sei fortunata oggi. Quando il regista soffre è privilegiato”. E mi ha detto: “Ora ti siedi e scrivi la storia di Ale”. Così ho scritto Fuori vena.
Oggi, come descriveresti il tuo rapporto con le persone?
Io sono una leader, so trasmettere. Non rimango mai in superficie, tocco le corde dell’anima. Sono borderline pure nelle relazioni. Da me scaturiscono sentimenti potenti. O mi odiano o mi amano, non troverai qualcuno che ti dice “Sì, Tekla mi sta un po’ simpatica”. Non c’è via di mezzo: o mi amano follemente, o mi vogliono fare fuori, come quei pochi, pochissimi, che non so che cazzo vogliono, però ci sono, e mi odiano…