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I Gulag femminili ai tempi di Breznev

Redazione Spazio70

Da un articolo di Galina Grigorieva per «Panorama» (maggio 1980)

Che cos’è oggi una prigione per donne? Conosciamo le prigioni per uomini dalle descrizioni dei nostri amici intellettuali, pittori, poeti di sinistra condannati per «parassitismo» o per «vagabondaggio» a pene variabili. Solo dieci anni fa, ero molto giovane e a mille chilometri dall’idea stessa della prigione. Mi sembrava che solo il più miserabile dei miserabili potesse finire in carcere e che io non avrei mai incontrato gentaglia di quella specie. Invece eccomi qui a parlare con queste donne, tutte molto graziose e intelligenti.

Ho parlato molte volte con Zoe, 23 anni. Si è fatta 15 mesi alla «Croce» (una prigione preventiva costruita a forma di croce) e ha scontato il resto della pena in una colonia penitenziaria per delinquenti comuni. Ho parlato anche con Valeria, che ha 20 anni ed è un’amica di Zoe: si sono conosciute alla Croce. Valeria ha scontato sei mesi di carcere preventivo.

Le nostre conversazioni hanno fornito la materia per questo testo e chiedo che quanto segue non venga considerato come falsa informazione, fatta per denigrare qualcuno, ma come la relazione di conversazioni private, la registrazione di opinioni personali e soggettive, di giudizi a lume di naso, in un certo senso. Non esiste, ci tengo a sottolinearlo, alcuno studio statistico su questo problema. E quindi un’informazione presa dal vivo su un argomento così attuale è senza prezzo. Ecco perché abbiamo pubblicato queste conversazioni.

Per dare maggior chiarezza al testo, ho raggruppato per temi i racconti spesso troppo confusi dall’emozione.

LE CONDANNE PER «PARASSITISMO» E «VAGABONDAGGIO»

Per qualificare penalmente le azioni delle donne condannate vengono in genere utilizzati vari articoli del Codice. Le formule preferite dal tribunale sono le seguenti: «Erra senza uno scopo da un quartiere all’altro di Leningrado»; «Conduce una vita di vagabondaggio e di parassitismo»; «Vive della carità pubblica, rifiuta qualsiasi attività socialmente utile» (questo a proposito di Zoe); «Ha accettato un lavoro solo per scappare» (a proposito di Valeria).

Domanda. Perché una donna finisce in prigione? Qual è la popolazione delle prigioni?

Zoe. In galera ho incontrato solo ragazze giovani: quasi l’80 per cento delle detenute ha meno di 30 anni. Molte sono state condannate per parassitismo (per essere rimaste senza lavoro per alcuni mesi). Ci sono anche molte condannate perché senza domicilio fisso. Sono molto frequenti anche le condannate in base agli articoli «rifiuto di curarsi», «rifiuto delle analisi mediche e dei controlli». Poi ci sono varie zingare sovietiche condannate per furto, effrazione, borseggio. Le pene vanno da uno a tre anni.

D. Ma come fanno tutte quelle donne a essere senza domicilio fisso?

Zoe. Alcune, soprattutto le giovani, cercano di sfuggire alla registrazione. Se lasci il tuo luogo di registrazione, dove ti hanno assegnato un lavoro e un alloggio, perdi il diritto di trovarti un lavoro altrove con regolare registrazione. Ora, molto spesso, una non ne può più, non vuole assolutamente restare nel suo buco di provincia, e resta in città senza lavoro. Cerca di trovare un lavoro e di ottenere una nuova registrazione. A Leningrado, però, è molto difficile anche se ci sono dappertutto offerte di impiego. Se durante i controlli la polizia ferma una persona non registrata, le dà l’ordine di lasciare la città entro tre giorni. Dopo tre volte che ti beccano in castagna, sei passibile di un anno di carcere per infrazione al regolamento dei passaporti e per vagabondaggio. In prigione ci sono molte «donne delle stazioni»: sono donne senza domicilio fisso, che possono vivere a volte per molti anni nelle stazioni. Alcune sono giovanissime, altre hanno anche 50 anni. Fanno conoscenza coi viaggiatori in arrivo, nella speranza di trovare qualcosa da mangiare, da scaldarsi e dove passare la notte. Certo, alcune fanno commercio del loro corpo. Ma nell’insieme, quello che è in gioco è la sopravvivenza. Beninteso, molte si lasciano andare, bevono e a volte arrivano in prigione in uno stato penoso: bisogna strappargli le calze incollate alle gambe…

D. Ma torniamo al «rifiuto di curarsi». Di che si tratta?

Zoe. È praticamente impossibile sottrarsi alle cure mediche. In caso di malattia venerea dichiarata, per esempio, ti mettono subito sotto controllo in una clinica fino alla guarigione. Ma poi, perché rifiutarsi di lasciarsi curare? Per far del male a se stesse? No, il «rifiuto delle cure» indica in genere il rifiuto di sottomettersi alle analisi mediche. Non di rado si ricevono convocazioni per analisi di controllo a un vecchio indirizzo, in un’altra città. E non sempre si ha la possibilità di presentarsi in tempo. Per di più, una donna che ha, diciamo, la sifilide, sarà trattata con disprezzo, quasi che fosse una criminale, una prostituta, ed è naturale che una donna già sofferente e infelice rifiuti certi metodi brutali e cerchi di sfuggire a quegli ospedali. C’è da notare un’altra cosa: anche una persona registrata, rispettabile, cioè provvista di lavoro, che si rivolge a un dispensario di dermoprofilassi, deve subire in un modo o nell’altro tutta una procedura umiliante: frugano, brutalmente nella sua vita intima, per cercare di scoprire la fonte del male. È chiaro che da un punto di vista medico, è indispensabile che questo venga fatto, ma l’etica in questi casi non viene mai rispettata. Oltretutto la nostra gioventù, e per dire questo mi baso sulle dichiarazioni di una schiacciante maggioranza di donne che ho conosciuto, è di una straordinaria ignoranza per non dire di una totale ignoranza in materia di igiene sessuale e di sesso. E non è certo coi manifesti sulla parete dei dispensari e dei gabinetti di consultazione ginecologica che si miglioreranno le cose.

D. Ci sono molte donne incinte in prigione? E finiscono dentro anche loro per vagabondaggio e perché senza domicilio fisso?

Zoe. Sì, ce ne sono molte. Ma non è detto che finiscano dentro solo per vagabondaggio. Si può arrestare e incarcerare una donna incinta in virtù di svariati articoli. A volte poi ci si accorge che sono incinte quando sono dentro. «Non è niente, non si deve preoccupare», dice il ginecologo della prigione. «I bambini che nascono da noi alla Croce sono magnifici, pieni di salute». Fino al quinto mese, però, la donna è sottoposta al regime normale delle altre carcerate (tariffa a persona del vitto passato dall’amministrazione: 37 centesimi di rublo al giorno). Dopo la ventesima settimana, la sua alimentazione viene un po’ migliorata. Aggiungono circa cento grammi di latte al giorno, un uovo, 20 grammi di burro e a volte d’estate e in autunno una carota o mezza cipolla. Poi le raddoppiano la razione di zucchero, il che la porta a 40 grammi al giorno. Le danno anche un po’ di pesce di pessima qualità, bollito. E quando la data si avvicina, portano la donna sotto buona scorta a partorire al dispensario. La scorta aspetta in corridoio che il parto sia finito. Se la donna è incarcerata per una pena grave, la scorta assiste al parto. Dopo la nascita, appena la donna si è riposata per due ore su una poltrona (tempo imposto dal controllo medico obbligatorio) la riportano in prigione e la mettono in infermeria col neonato. In quelle celle vivono molte donne coi loro bambini, dalla mattina alla sera. Lavano i pannolini, allattano, fanno qualcosa da mangiare, fumano… Hanno diritto a due ore di aria in cortile, circondate da sbarre di ferro da tutte le parti: la chiamano la «gabbia». Quando poi escono di prigione, le donne coi bambini in tenera età vengono spedite in una zona speciale dove è stato assegnato loro un lavoro. Le assistenti statali tengono loro i bambini e loro possono vederli solo per allattarli. Se la pena è abbastanza lunga, cinque o sei anni, volente o nolente la donna deve quasi sempre rinunciare al bambino, ai suoi diritti di madre. 

D. Raccontami come si vive in prigione: cibo, visite, punizioni, eccetera.

Zoe. La cella collettiva in genere è prevista per 12 persone, ma tutte le celle che ho visto sono sovrappopolate e contengono fino a 28-30 persone. Siccome ci sono solo 12 cuccette, le donne si sistemano per terra o sotto le cuccette. Dopo un po’, sono piene di pidocchi nei capelli e nella biancheria. Anche se all’arrivo rapano le donne che hanno i pidocchi, quelle che non li avevano finiscono per beccarseli in galera. Il cibo? Come ti ho già detto, costa 37 centesimi per persona al giorno. Ti danno da mangiare tre volte. La mattina, un po’ di farinata cotta in acqua e acqua calda al posto del tè. Ti danno 15 grammi di zucchero per tutta la giornata e 450 grammi di pane, un pane speciale fatto per le prigioni, di qualità inferiore a quello in commercio. A mezzogiorno, una zuppa di cavoli con qualche pezzetto di carne, farinata o pasta collosa. La sera, zuppa di pesce soprannominata «la tomba» per via delle lische di pesce che ci nuotano come tanti piccoli scheletri. Oppure un piatto di legumi. Per quanto riguarda le visite, si ha diritto a una visita di due ore ogni quattro giorni. Si parla con il citofono, separati da una lastra di vetro. Possono entrare solo due parenti stretti alla volta. Ci sono poi le visite private, da uno a tre giorni, ma sono possibili solo una volta ogni sei mesi, soprattutto in rapporto alla vicinanza del domicilio dei genitori. I fidanzati e i concubini non sono considerati parenti. I matrimoni in penitenziario sono autorizzati e per questo ci sono degli ufficiali di stato civile. Dopo il matrimonio, gli sposi hanno diritto a tre giorni di vita comune in una cella riservata alle visite dotata di un certo comfort. Per esempio una stufa per far da mangiare. Per quanto infine riguarda le cure mediche, c’è una infermiera che passa per le celle ogni tre giorni e distribuisce alle donne un po’ di cotone. Le donne però devono dimostrare in modo visibile che ne hanno bisogno. 

IL RACCONTO DI ZOE

Eravamo in 38 nella cella e abbiamo cominciato uno sciopero della fame per esigere dall’amministrazione che migliorasse le nostre condizioni di vita. Oh, nota bene che se alcune persone cominciano uno sciopero della fame, l’amministrazione non ci fa caso. Senza dubbio ritiene che le altre si opporranno. Invece quella volta era tutta la cella che si era messa in sciopero. Esigevamo i seguenti miglioramenti: che la cella venisse aerata e che le razioni venissero aumentate poiché in quel buco c’era tre volte più gente del previsto. E poi che l’infermiera venisse con maggior frequenza e non una volta ogni tre giorni e che fosse possibile farsi visitare da un medico. Che non ci portassero più alle docce una volta la settimana per dieci minuti a gruppi di quattro, cioè lasciandoci a disposizione per lavarci due minuti e mezzo a persona; e che in risposta a una richiesta legittima, i secondini non ci picchiassero più coi mazzi delle chiavi e non ci coprissero di insulti. Io e altre due siamo state sicuramente sospettate di avere organizzato lo sciopero perché ci eravamo apertamente pronunciate a favore della manifestazione. Abbiamo tentato di dimostrare che non si trattava di un colpo di testa di delinquenti, ma che era provocato dall’indignazione spontanea di tutte quante, che si trattava di una protesta accompagnata da rivendicazioni assolutamente concrete. 

Siamo state convocate alla sezione lavoro, in quanto accusate di essere le istigatrici dello sciopero. Abbiamo resistito all’interrogatorio. Dopo un po’ ci hanno ficcate in una cella di rigola (la chiamano di «isolamento»): si tratta di una cella individuale dove si sconta la pena in condizioni di detenzione ancora più dure. Una donna ci è finita per esempio per aver gridato davanti alla sorvegliante. Un’altra per aver tenuto un ago (è proibito avere strumenti che taglino o buchino). Io poi ho avuto dei guai quando ci sono stata perché alle sei del mattino, subito dopo l’ora della sveglia, ero ancora sotto la coperta; durante la giornata non si può assolutamente stare sotto la coperta, ma solo sopra. In base al regolamento si finisce in cella di isolamento solo dopo cinque infrazioni. Sul foglio di punizione che mi hanno presentato c’era scritto che venivo punita per cinque giorni. Bisognava firmare ma ho rifiutato. Sapevo che la mia firma avrebbe permesso di allungare la pena. 

In cella si riceve da mangiare solo una volta ogni due giorni. I giorni del cibo, la razione è ridotta di un terzo rispetto alle altre, nei giorni senza cibo ti danno al massimo acqua e pane: è stato quando ero in cella che ho cominciato un altro sciopero della fame. Era la sola forma di protesta possibile. Mi hanno detto: «Puoi rifiutarti, ma noi ti diamo da mangiare lo stesso. Eccolo». E io restituivo il piatto intatto. Dopo sei giorni di sciopero della fame, cominciano di solito a nutrirti artificialmente, con la sonda… ma io ormai avevo scontato i cinque giorni e sono stata riportata in cella. Ma nulla è cambiato. 

L’OMOSESSUALITÀ NELLE COLONIE PENALI FEMMINILI. IL RACCONTO DI VALERIA

Io sono finita in cella di isolamento per dieci giorni per un motivo analogo a quello di Zoe. Mi ero ribellata contro l’arbitrario inasprimento del regolamento deciso dai secondini dell’amministrazione: era già abbastanza duro così. È successo durante l’inverno scorso, quando faceva quaranta gradi sotto lo zero. E avevano addirittura inserito la ventilazione per soffocare le conversazioni provocando una corrente d’aria supplementare. Di giorno ci si poteva scaldare un po’ accanto al calorifero. Ma di notte il riscaldamento non funzionava, per colpa di un preteso guasto tecnico. Alla Croce, le detenute possono indossare effetti personali ma in cella di rigore c’è un vestito speciale: una camiciona di cotone, mutande senza elastico, una specie di camicia da notte che ti copre appena l’ombelico. E siccome il freddo nella cella è spaventoso, sotto zero, si passa la notte cercando di riscaldarsi, accovacciandosi o tirandosi questa camiciona sulle gambe. 

Ti portano da mangiare un giorno su due, il secondo non mi davano neanche il pane. Non mi ricordo esattamente se era il quarto o quinto giorno che ho ceduto: ho perso conoscenza e sono caduta svenuta, graffiandomi a sangue il gomito contro la parete. Non so quanto sono rimasta senza conoscenza. Non c’era nessuno per aiutarmi. Quando mi sono ripresa, ero immersa nel sangue (avevo avuto dei disturbi femminili e non ero stata neanche curata; la situazione era aggravata da quelle dure condizioni di vita) e ho raggiunto come ho potuto il calorifero. 

Dopo aver scontato tutta la pena in cella, sono finita in infermeria, tanto ero debole e spossata. L’infermeria è una cella come tutte le altre, tranne che il regime è meno severo e si può almeno essere curate. Dopo aver scontato la pena, quando sono tornata a casa sono rimasta un mese e mezzo in uno stato di prostrazione estremamente grave, con più di 40 di febbre. Mi sentivo agonizzare, avevo continuamente degli incubi terribili sulla prigione. I miei dovevano chiamare continuamente il pronto soccorso. I medici hanno insistito molto per farmi trasferire in ospedale, ma ho supplicato i miei di non farlo. E tutto questo malgrado i miei 20 anni e la mia solida costituzione fisica: era il risultato dello spossamento fisico e psichico dovuto al carcere. Oltretutto i medici si sono accorti che all’ospedale della prigione non mi avevano affatto curata e mi ci sono voluti molti mesi per rimettermi definitivamente.

D. Cosa mi puoi dire dell’amicizia e dell’amore in una prigione di donne?

Valeria. Si sa dell’omosessualità spesso violenta che regna nelle carceri maschili. Ma cosa succede in quelle femminili? Molte donne libere sono deluse dagli uomini: un uomo poco evoluto intellettualmente, che beve o è depravato, è incapace di una relazione sincera, vera. Oltretutto, in prigione, queste ragazze giovani, la cui personalità non è ancora matura, non hanno lacune legame col mondo esterno. Gli incontri sono rari e sprofondano nel caratteristico vuoto carcerario. Inevitabilmente, quindi, finiscono per piegarsi alle leggi di tutte le carceri: le relazioni tra donne lesbiche. Non si tratta qui di fare un’analisi completa né di giudicare quelle donne. Si tratta soprattutto e soltanto di trasmettere impressioni dirette. Di solito, si associa lesbo alla poesia antica, a un estetismo raffinato o alla pornografia delle riviste occidentali specializzate. Nelle nostre carceri, una buona metà delle donne hanno, in un modo o nell’altro, una relazione amorosa tra loro. L’amministrazione le proibisce e le punisce per via del loro carattere perverso. Ma invano. Ogni ragazza che arriva da una colonia penale riservata alle minorenni ha fatto esperienza di questo rapporto amoroso con donne. L’altra metà delle detenute si divide in due categorie: quelle che compatiscono e quelle che condannano. Spesso, a causa del bassissimo livello di sviluppo socio-culturale, le relazioni tra donne sono modellate sullo stereotipo delle relazioni tra uomo e donna. Una donna mascolina per il suo carattere o la sua fisiologia o, a volte, per via del suo prestigio sociale, sostiene il ruolo dell’uomo, del marito. La chiamano «l’alto». L’altra è spesso più debole, più femminile, e diventa la sposa. La chiamano «il basso». Ci sono altri termini più fantasiosi e molto volgari, ma è inutile citarli qui. Queste donne formano una coppia, una famiglia. Il marito difende la moglie, la protegge, le assicura il suo prestigio. La moglie dirige il ménage a scala di prigione. In genere, al marito viene dato un nome maschile: se si chiama Petrova, per esempio, la chiameranno Petrov. 

D. Come si incontrano queste donne?

Valeria. Perché provano una simpatia reciproca, una propensione o amore. In genere gli «alti» sono più esperte e si attengono a schemi di comportamento maschile e i loro tratti psico-sociologici si sviluppano in quella direzione. Quando si incontra un alto, una virago che ha passato più di vent’anni in carcere, ci si dice che sono le condizioni della vita carceraria che l’hanno indurita: digiuni obbligatori, pagliericci duri… La soddisfazione psichica dell’alto non si limita al proprio orgasmo: anche il basso arriva fino all’estasi. All’inizio le relazioni sessuali sono tenute segrete, ci si incontra in posti isolati… Ma non bisogna credere che queste relazioni abbiano come unico scopo la soddisfazione sessuale. Sono anche rapporti di amicizia, d’amore, spesso esigenti, con violentissime gelosie. E il legame tra donne continua a volte anche dopo la liberazione dal carcere.