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«In Germania stanno meglio?». La risposta di Epoca alla copertina «spaghetti e P 38» di Der Spiegel

Redazione Spazio70

Da un articolo di Alberto Baini per «Epoca» (10 agosto 1977)

Gli spaghetti della fotografia sono scotti e senza condimento, sugli spaghetti è posata una pistola di plastica, una P 38 o qualcosa di simile, e dentro, in nove pagine, una rivista tedesca, lo Spiegel di Amburgo, spiega chi siamo e che cosa siamo diventati. Nelle foto si vedono il giudice Occorsio trucidato a Roma, Indro Montanelli ferito a Milano e poi, siccome la vita non si ferma mai, gente seduta ai tavoli di piazza San Marco a Venezia, nel sole e tra i voli dei colombi. «La guerra ha le sue leggi… La violenza è nell’aria… Oggi nessuno può più sentirsi al sicuro». Il tono è un poco calcato, i fatti sono quelli, sostanzialmente, nell’articolo non ci sono inesattezze gravi né giudizi grossolani o offensivi. Ma siamo noi? È questa la vita del turista tedesco in Italia? Dieci o cento particolari esatti in se stessi formano sempre il ritratto fedele di un paese o di una persona?

La storia è vecchia e si ripete ogni anno. Cominciano ad aprile i settimanali popolari che con storie di furti o di scippi tentato di dirottare verso altri paesi il fiume di turisti. Poi l’ambasciata e i consoli ricevono lettere di gente che minaccia di non mettere più piede da noi se non verrà liberato il colonnello Kappler o se non ci decideremo a proibire l’uccellagione. Durante l’estate si aggiunge sempre qualche altra bordata che i corrispondenti italiani rilevano stancamente, per una abitudine che si è consumata negli anni.

LA CONVINZIONE DI ESSERE I SOLI EUROPEI «DECENTI»

Il frastuono stavolta è più forte perché il colpo non viene da una qualsiasi rivista popolare, ma dallo Spiegel di Amburgo. È un grande settimanale. Vende 800 mila copie e la sua fama è buona. Non ha, che si sappia, interessi turistici da difendere in Spagna o altrove. Non sembra che abbia voluto sparare sui comunisti italiani in marcia verso il potere. Forse è stato soltanto un errore di gusto. O una scelta dettata dalla calma estiva: «Un cetriolo sott’aceto», come si dice nelle loro redazioni. Dopo tutto, l’ultima cosa intelligente sulle vacanze dei tedeschi in Italia l’ha scritta Thomas Mann nel 1926: era un racconto, Mario e il mago. Da allora i giornali fanno quello che possono. 

Gli italiani in Germania dicono invece che è stato un soprassalto di arroganza tedesca. «Noi, sui nostri giornali, ci battiamo il petto. Loro nascondono tutto. Le cose qui non vanno poi tanto meglio». In questo periodo, non sono soltanto gli italiani a lamentarsi della stampa tedesca. Da tempi immemorabili, i francesi giudicano le informazioni che li riguardano «superficiali e malevole». A Amburgo, in questi giorni, un diplomatico inglese si è detto sbalordito per una trasmissione televisiva in cui, come in un teatrino, quattro ragazzi cenciosi rappresentavano l’Inghilterra di oggi e un vecchio lord distinto e distratto quella del passato. 

Quali sono le ragioni profonde di questa generale distribuzione di ammonimenti e reprimende? Per i popoli meridionali, come italiani e spagnoli, i tedeschi provano un solido e antico disprezzo. Li irritano i francesi e li preoccupa la loro marcia a sinistra. Non capiscono la crisi dell’Inghilterra e ne trovano incomprensibili i connotati «latini». Un tedesco di oggi si sente solo, nel cuore di un’Europa in cui montano le bandiere rosse, il disordine, il dissesto economico. È convinto di essere il solo europeo decente, pensa che il castello della Comunità stia in piedi soltanto perché lo sorreggono il suo lavoro e i suoi marchi. 

UN ANTICOMUNISMO «ISTERICO»

Efficienza «tedesca» durante una manifestazione di protesta. Buttato contro un cellulare della polizia e fatto inginocchiare, un dimostrante viene immediatamente fotografato per la scheda destinata agli archivi (già computerizzati) della polizia [foto originariamente pubblicata su Stern] 

Da tutto questo gli viene qualche motivo di orgoglio, ma anche un profondo sentimento di insicurezza. Secondo un sociologo di tendenze conservatrici, Helmut Schelsky, i tedeschi sarebbero angosciati dal timore perenne di sprofondare «nel nulla della storia». Un giovane studioso di problemi politici, Heinz Timmermann, dice che i tedeschi soffrono di un «complesso di accerchiamento»: si sentono minacciati dalla Germania Orientale, che è in fondo alla strada, dai terroristi, da quel nuovo male che è l’eurocomunismo e che dall’inflazione che qui è la più bassa del mondo. 

Uno straniero fatica a capire questo nodo in inquietudini: che sia inglese o italiano, che venga da Madrid o da Parigi, vede, dal fondo della propria complicata esistenza, un paese potente e ricchissimo dove perfino gli oggetti della vita quotidiana (una sveglia, una fabbrica, un tram) hanno un aspetto più solido e più lucente che altrove. Regnano l’ordine, il marco e la pace sociale. L’economia non dà segni di crisi — almeno nel senso in cui oggi si intende questa parola — e un comunista barbuto può passare sei ore con il suo pacco di giornali all’angolo di una strada di Francoforte o di Monaco, senza riuscire a vendere una sola copia. 

Un comunista, in Germania, è una frazione dell’unità, qualcosa come lo 0,7 per cento dei voti: eppure c’è un anticomunismo isterico e il paese vive, riguardo ai «rossi», in uno stato di perenne inquietudine. Si sono rivalutate le consuetudini borghesi, la sfumatura alta, il marco e la carriera militare: ma la Germania vive come se la minacciassero la catastrofe economica o le barricate. 

LA TENDENZA A TRASFORMARE «I PROBLEMI IN NEVROSI»

Nessun paese al mondo tende più di questo a trasformare i suoi problemi in forme di nevrosi. Donne di 86 anni con buone pensioni risparmiano accanitamente «perché non si sa che cosa può riservare il futuro». A Bonn, la domenica mattina, i cani, i bambini, le vecchiette e i podisti, vanno lungo le rive del Reno tra le autoblindo della polizia che sorvegliano i palazzi dello Stato come accade a Buenos Aires o in America centrale. L’ordine c’è, ma non è mai abbastanza. A Amburgo, tre giorni fa, un tassista avverte l’accento austriaco del fotografo di Epoca, Rudy Frey, e mettendosi due dita sotto il naso a simulare i baffetti di Hitler gli dice: «Dovreste mandarcene un altro, tre o quattro anni, per rimettere a posto le cose».

Un corpo di leggi eccezionali votate dal Parlamento nella generale nevrosi del terrorismo fa della Germania di Bonn il paese più autoritario che esista in Europa occidentale. Il Berufsverbot — che è il divieto di esercitare una professione — colpisce nel modo più illiberale, come una forma di maccartismo, chi professa o ha professato una ideologia «contraria alla costituzione». Il decreto ha toccato i comunisti, radicali, socialdemocratici di sinistra, e migliaia di persone sono state buttare sul lastrico da un’ora all’altra. Erano maestri di scuola «che avrebbero infettato i bambini», ferrovieri che avevano letto dieci anni prima un giornale di sinistra, bagnini colpevoli di aver conosciuto nel 1968 una ragazza anarchica oppure un tale dai capelli troppo lunghi. 

LA POLIZIA «ONNIPOTENTE», IL FASTIDIO VERSO OGNI FORMA DI DISSENSO

Se si considerano queste sue tenaci ossessioni, la Germania è un paese inquietante. All’inizio del 1975, una legge ha limitato i diritti di difesa nei processi politici, violando per la prima volta in Europa un principio che è un cardine del diritto. Su tutto il paese veglia una polizia onnipotente che spia e scheda chiunque per una infinità di ragioni. Non si tratta soltanto dei 4 milioni di tedeschi registrati come «violatori della legge» dallo schedario federale di Flensburg per le loro stranezze al volante. Secondo Heinrich Böll, premio Nobel per la letteratura, centinaia di agenti — di solito travestiti da sceicchi — si aggirano nel tumulto dei carnevali tedeschi per sorvegliare individui quasi sempre in costume da sceicchi. 

Nella storia della Germania autoritaria, il caso di Böll — un mite e problematico cattolico renano — è un caso esemplare. Per essere insorto contro gli eccessi del potere ai tempi della caccia ai terroristi della banda Baader-Meinhof, Böll si vide perquisire la casa, mitra e pistole alla mano. I giornali di Springer, potente editore di destra, arrivarono a chiamarlo «il cane rosso», mostrando così che le leggi eccezionali e le misure contro il terrorismo mirano anche a colpire ogni forma di dissenso politico e culturale. 

«Freunde und Helfer» (amici e soccorritori dei cittadini), i poliziotti sono dappertutto e mostrano una propensione pericolosa verso gli abusi di potere. A Amburgo, negli ultimi anni, almeno sette detenuti sono morti in carcere «in circostanze misteriose». A Colonia, nella prigione di Klingelpuetz, tre stranieri che non avevano rinnovato il permesso di soggiorno, si impiccarono nelle loro celle. Ai famosi processi contro la Baader-Meinhof, gli anarchici arrivavano inebetiti, dopo anni di carcere: gli avvocati denunciavano ogni volta lavaggi del cervello, maltrattamenti e torture. Se si considerano questi fatti (e l’indifferenza in cui cadono) si arriva a pensare che la legge sia amministrata in Germania con criteri morali diversi da quelli che reggono altri paesi europei. 

I LADRUNCOLI «FULMINATI» DALLA POLIZIA

Un «ghetto» di turchi, nel quartiere di Kreuzber, a Berlino Ovest, a pochi passi dal Muro. I palazzi, nella seconda metà degli anni Settanta, portano ancora i segni dei bombardamenti operati dagli Alleati durante la Seconda guerra mondiale [foto originariamente pubblicata su Stern]

In «Fuga senza fine», lo scrittore austriaco Joseph Roth, racconta un suo viaggio a Berlino negli anni venti. In pochi giorni vide un pazzo omicida, una aggressione, un acrobata che faceva il salto mortale sulla Unter den Linden, una scena d’amore al giardino zoologico in pieno giorno, tredici locali per coppie lesbiche e omosessuali. Vide anche «una timida coppia normale tra i quattordici e i sedici anni che incideva i propri nomi sugli alberi e un brigadiere che le faceva il verbale per danneggiamento di bene pubblico». E vide «un uomo che pagava la multa perché aveva attraversato obliquamente una piazza, invece che ad angolo retto». 

Cinquanta anni dopo, l’idea tedesca dell’ordine sembra rimasta sostanzialmente la stessa. Nessuno si preoccupa per il numero strabiliante di crimini sessuali o per i ladruncoli fulminati dalla polizia (tre, in meno di un mese a Bochum) con tiri così precisi da far pensare che esiste in Germania una pena di morte strisciante. Una mano implacabile represse invece trecento bambini che avevano bloccato il traffico nella Marburger Strasse di Bockenheim per protestare contro la mancanza di campi da gioco e contro le automobili che li investivano. La polizia si lanciò contro la loro barricata (era un filo di lana) usando gas tossici per disperdere l’assembramento: tredici bambini — dai venti mesi ai quattordici anni di età — finirono in ospedale. I giornali riferirono che i gas usati dalla polizia erano tali da provocare agli occhi lesioni permanenti. 

UNA «MACCHINA LUCENTE» SOLTANTO IN APPARENZA PERFETTA

L’altro aspetto singolare di tutto il problema è che i tedeschi credono fermamente di vivere in un mondo ordinato. I grandi giornali come la Welt o il Frankfurter Allgemeine, generalmente molto attenti alle sciagure italiane («Rubata a Milano la chitarra dell’amica di Biermann») tacciono su quelle tedesche e non si perdono troppo con la cronaca nera. Così su un pubblico sempre tenuto all’oscuro, piomba un certo giorno (di solito una mattina di primavera) il rapporto annuale del ministero degli Interni. Dall’ultimo di questi rapporti (due mesi fa, il 30 maggio), i tedeschi hanno saputo che c’è nel loro paese un preoccupante aumento della criminalità. Più di tre milioni di reati sono stati commessi durante il 1976 nella Germania federale. Ci sono state 1800 rapine (da noi, nello stesso periodo, 9406), 21 mila incendi dolosi, 1756 casi di sevizie ai bambini, spesso assassinati dai genitori o da altri parenti. Un cittadino tedesco su dieci ha commesso un reato di qualche tipo. Aumentano anche i sequestri di persona, che non sono, dopo tutto, una nostra specialità: la Germania ne ha registrati 55 in un anno (in Italia 286). Per far liberare suo figlio Richard, il re dell’industria alimentare Oetker ha pagato un riscatto di sette miliardi e mezzo di lire. La sola buona notizia che il ministro dell’Interno Werner Maihofer poté dare ai tedeschi nel suo rapporto fu la diminuzione del numero degli omicidi. Erano stati soltanto 2785: «Neppure otto al giorno», annotò con compiacimento un giornale. In Italia, se non altro, ci si ammazza di meno: i nostri omicidi sono stati 1591.

Smontata nelle sue parti e vista così, dall’interno, la macchina lucente della Germania federale appare molto meno perfetta: «Errate misure di risparmio degli imprenditori» (in altre parole, omicidi bianchi) costano la vita ogni anno a cinque o seimila operai delle industrie edile e chimiche. Dietro la potenza economica stanno il lavoro nero, le piccole fabbriche che lo sfruttano, i miserabili ghetti dei turchi lungo il Muro, nella vecchia Berlino. «Come è bello il nostro sistema socialista» disse una volta la campionessa di nuoto della Germania Est, Christine Brehmer. «Da noi un giovane non rischia di uscire dall’università per entrare nell’esercito dei disoccupati». Due settimane fa, il maggiore settimanale tedesco, lo Stern, ha pubblicato una copertina non sull’Italia né sulle vacanze. Vi si vedeva una ragazza tedesca, abbandonata su un marciapiedi, con un cartello al collo: «Accetto qualsiasi lavoro». Era una foto terribile, che richiamava ricordi della grande inflazione degli anni in cui chi scendeva da un taxi moltiplicava per quattro milioni di marchi la cifra segnata sul tassametro e poi pagava. La disoccupazione va aumentando, in Germania: una vignetta dei giorni scorsi sulla Welt, la raffigura come un dragone che azzanna ormai la cifra di un milione e centomila. Enrico Altavilla ha raccontato sul Corriere della sera che se un barbiere offre due posti di apprendista a Giessen, si presentano in trenta: la disoccupazione colpisce soprattutto i giovani: «E la Germania è al terzo posto in Europa occidentale per i suicidi dei giovani. Oltre 150 mila sono i minorenni alcolizzati», secondo un rapporto dell’Unione democristiana. «Ci si può chiedere a questo punto, semplicemente, che senso abbiano nei tempi in cui viviamo approssimazioni giornalistiche come quella dello Spiegel. I nostri problemi, i problemi dei tedeschi, sono più gravi e più seri di un piatto di spaghetti e di una pistola».