Qui potrai trovare una vasta rassegna di materiali aventi ad oggetto uno dei periodi più interessanti della recente storia repubblicana, quello compreso tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta del secolo scorso.
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Milano, Parco Lambro. Camminano sui prati rinsecchiti che nemmeno la notte e l’umidità riuscivano a rendere freschi. Le stelle c’erano ma non potevo guardarle, per non calpestare ragazze e ragazzi sdraiati immobili nei sacchi a pelo, per non tagliarmi con le lattine vuote sparse dappertutto, per non scivolare sui piatti di plastica e sugli altri rifiuti, distesa più enorme di quella dei corpi. Sembrava, per me come per altri che compivano gli stessi gesti, una fatica sproporzionata e inutile, senza nemmeno l’attesa collettiva dell’alba, come ricordavo altre volte nella stessa situazione. Eppure la musica continuava. Il sole si stava già alzando quando gli Area suonarono a conclusione di tutto L’Internazionale, a modo loro naturalmente, e qualcuno disse: “è la stessa sequenza finale del film Woodstock”, quando Jimi Hendrix intona l’inno americano distorto e il suono lacerante corre su un grande prato di rifiuti. Una brutta imitazione sette anni dopo. Finiva così la sesta edizione della festa del proletariato giovanile, al Parco Lambro.
E forse davvero è finito tutto un modo di concepire i raduni collettivi dei giovani, come scriverà due anni dopo “Il Quotidiano dei lavoratori”. Altri giudizi, sempre di Avanguardia operaia (che, insieme al Pdup, è l’unico dell’ultrasinistra a non aver partecipato ufficialmente alla festa), sono anche più duri: «Questo festival rappresenta una sconfitta per il movimento, quindi anche nostra: ecco perché non abbiamo interesse a buttargli merda addosso, però l’autocritica è necessaria», mi dicono. Ma l’episodio potrebbe diventare addirittura storico: «La fine di quest’anno ha segnato la fine del ‘68». Ossia basta con il mito dell’immaginazione al potere, basta con la pretesa di trasformare «il personale in politico», quando manca una precisa ideologia di fondo.
Ma sentiamo cosa dice Andrea Valcarenghi, fondatore e organizzatore dei festival pop, manager della rivista Re Nudo, papà indiscusso dell’underground italiano. Era soltanto la 36. ora della quattro giorni del Parco Lambro e già Valcarenghi dichiarava: «Questo è l’ultimo festival pop». Adesso, a bagarre conclusa, aggiusta il tiro: «Io immagino già per l’anno prossimo un festival tutto diverso. Anzi, cento mille festival ma di più piccole dimensioni e divisi per settori in modo che tutti possano trovare le loro risposte». E le polemiche piovute da destra e da sinistra, dalla stampa borghese come da quella dei gruppi extraparlamentari? «Non è stata una sconfitta, piuttosto un gran casino, un grande scossone per il movimento, ma proprio per questo d’ora in poi dovremo lavorare sulle indicazioni che ci ha dato il festival».
Non sarà facile. C’è innanzitutto il grosso deficit finanziario: nove milioni di risarcimento alla Motta per la distruzione del suo pulmino e l’appropriazione di almeno 5 mila polli, due – tre milioni al Comune per la pulizia del Parco (ma Valcarenghi dice che aveva già anticipato una grossa somma agli spazzini a questo scopo, anche se gli spazzini durante la quattro giorni non si sono mai visti). Tuttavia non è tanto questo bilancio passivo che pesa sull’organizzazione quanto, appunto, quello degli obiettivi mancati.
Situazione igienica a parte, il festival poteva anche sembrare una macchina organizzativa abbastanza funzionale. Trentatremila tessere d’ingresso vendute, centinaia di tende cresciute secondo una urbanistica abbastanza organica, tre gruppi elettrogeni, decine di complessi musicali e teatrali, quasi cento stand gastronomici e negozietti di artigianato, 800 persone impegnate nel servizio d’ordine. E allora, che cosa ha fatto inceppare questa macchina perfetta? Quale “stregoneria” ha trasformato l’atmosfera di pace-amore-misticismo collettivo dei primi festival in un clima di violenza? Perché gli ex figli dei fiori sono stati coinvolti in una guerriglia – o sono diventati loro stessi violenti – tra candelotti lacrimogeni che volavano in mezzo agli alberi e la minaccia di un’irruzione della polizia per far sgombrare il parco? Non basta rispondere, anche se è importante, che la situazione politica di fondo è cambiata, che gli hippies hanno autocelebrato il proprio funerale anche negli USA, già alcuni anni fa (e infatti la presenza di Jerry Rubin, fondatore del movimento underground americano che al festival teneva seminari, dibattiti, è passata quasi inosservata). Non basta neppure spiegare tutto con l’infiltrazione delle solite poche decine del gruppo di Autonomia operaia. In realtà, anche se sono stati loro a dare il via all’assalto del camion-frigorifero pieno di polli (che poi non avrebbero usato solo per sfamarsi ma come palloni da football), anche se sono stati sempre gli stessi “autonomi” a iniziare altre azioni distruttive, è significativo che abbiano trovato facilmente una schiera di proseliti. Perché la violenza era già dentro molti giovani. Soprattutto i più emarginati. Quelli arrivati al festival soli, anche se in gruppo, e che ne sarebbero ripartiti più soli di prima. I disoccupati o sottoccupati, o anche certi giovanissimi operai, che si aggiravano come anime in pena nel grande supermercato all’aperto, in questa specie di “Oktoberfest” piena di orrende salsicce e pessimo vino, in un kolossal del cattivo consumismo, innalzato proprio da chi teorizzava di distruggere la civiltà dei consumi.
I sottoproletari venuti apposta dal Sud o dall’hinterland con grandi aspettative – magari quelle di un anno intero di solitudine e di emarginazione – che il festival non poteva soddisfare. L’illusione, ad esempio, di «una musica da vivere finalmente come protagonisti e non come oggetti passivi». Si sono trovati lontani dal palco su cui si esibivano le solite star della canzone pop, folk, politica o alternativa, ma pur sempre pagatissime dall’industria discografica. E poi l’illusione di stare insieme, anche di fare all’amore «in modo finalmente libero». «Può essere, è vero un’isola felice. Però per me è più una gabbia dove tutti vorrebbero sfogarsi e sputtanarsi dalle paranoie ma non riescono. E, dentro la gabbia, le impotenze aumentano», ha detto un ragazzo agli intervistatori di Canale 96. Altri giovani, alcune decine, intervistati dalla stessa radio libera, hanno dichiarato con rabbia: «Ma noi siamo venuti per scopare e qui non si scopa».
L’accumularsi di queste frustrazioni, spiegherebbe, almeno in parte, secondo gli psicologi, l’aggressività che si è espressa in altri modi contro gli organizzatori, contro i polli, contro i cantanti, ma anche contro i nudisti, contro gli omosessuali, (il loro stand è stato depredato e distrutto, e pare ci sia stato perfino un morto), contro le femministe (alcune sono state picchiate ma si sono difese a colpi di chitarra).
Insomma, il giovane proletario, che doveva essere il protagonista, è stato in realtà il vero emarginato. E se l’è presa con gli altri. Un emarginato-emarginatore. È mancato così alla manifestazione il soggetto e l’interlocutore politico. E questa è la ragione prima del fallimento, della delusione e soprattutto dell’impossibilità di ricostruire il futuro, sulle stesse orme, microparadisi di vita alternativa. «Questo non vuol dire», sostiene Valcarenghi «che siano mancati al festival i momenti socializzanti». Secondo lui, «specialmente l’esperienza della “riappropriazione del corpo”, col massaggio liberatorio e collettivo a cui partecipavano anche duemila persone alla volta». Secondo altri, soprattutto il grande ballo «di massa» sotto la pioggia battente, quasi un rito pagano. Secondo me, invece, il falò con cui si bruciavano sul palco cento dosi di eroina appena sequestrate ad un grosso spacciatore.
Foto di anteprima: Il Festival del proletariato giovanile al Parco Lambro di Milano (1976) (Giuliana Bonacci/ De Bellis/ Fotogramma)