Qui potrai trovare una vasta rassegna di materiali aventi ad oggetto uno dei periodi più interessanti della recente storia repubblicana, quello compreso tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta del secolo scorso.
Il sito comprende sei aree tematiche e ben ventidue sottocategorie con centinaia di pezzi su anni di piombo, strategia della tensione, vicende e personaggi più o meno misconosciuti di un’epoca soltanto apparentemente lontana. Per rinfrescare la memoria di chi c’era e far capire a chi era troppo giovane o non era ancora nato.
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Sono passati dieci giorni da quando la bandiera azzurra della «Repubblica di Sbarre» è caduta nella polvere. E le barricate di ferro e cemento sono state spazzate via dai bulldozer cingolati. E duemila uomini hanno invaso il quartiere. E duecento agenti vestiti di speciali corsetti antiproiettile hanno occupato i punti nevralgici dei rioni. «Sbarre si è arresa alla forza. Nelle sue strade ritorna l’ordine», hanno scritto i giornali. Ma Sbarre non si è arresa. L’ordine è tornato solo temporaneamente. Le bottiglie molotov si fabbricano ancora. Le barricate, qua e là, si formano ancora. E i ragazzi di Sbarre continuano a fare la guerra.
Dopo la scelta definitiva di Catanzaro capoluogo, fatta dall’assemblea regionale, le previsioni erano: una ultima vampata di rabbia selvaggia e poi la morte della rivolta di Reggio. Giù le armi e su la bandiera bianca della resa. Questo era accaduto nel centro cittadino e nel turbolento quartiere di Santa Caterina. Ma a Sbarre la bandiera azzurra della «repubblica» non era stata ammainata. Garriva sempre al vento a sette metri di altezza con l’asta di legno inchiodata su un vecchio palo della luce, sopra le misere case a un piano del rione Ceci. Intorno le vie dilaniate dalla guerriglia, i mucchi di immondizie ammassati sui marciapiedi, l’odore di marcio ovunque.
Di notte, niente luce. Le linee telefoniche interrotte. I negozi alimentari quasi vuoti. I medicinali sempre più rari. I malati abbandonati al loro destino. Un ragazzo su dieci in galera. Nelle case un solo pasto al giorno e sempre più magro. Uomini e donne che giravano la sera, con la torcia elettrica, di casa in casa, di portone in portone, a chiedere un pezzo di pane e un piatto di minestra per chi non aveva più niente da mangiare. Il sindaco di Battipaglia gridava: «Basta. Abbiamo perso. Il capoluogo è Catanzaro. Non perdiamo la testa. Continuare la battaglia sarebbe un suicidio. Sbarre si sta suicidando, bisogna impedirlo!». Gli abitanti del quartiere, gli «sbarroti», avevano risposto agli ambasciatori del sindaco: «Urli quanto gli pare. Ma non metta piede nella nostra repubblica. Non cederemo le armi finché lui non avrà dato le dimissioni e insieme con lui tutti gli amministratori del comune e della provincia. Perché anche loro hanno perso la battaglia. Non cederemo le armi finché i nostri ragazzi non saranno scarcerati e finché non si dica chiaro e tondo: non è vero che tutti i reggini sono teppisti e fascisti».
Si era mosso l’arcivescovo Giovanni Ferro, domenica 21 febbraio, per convincere gli «sbarroti» ad abbassare la testa. Quando alle 17,30 è arrivato alla chiesa della Madonna di Loreto per celebrare la messa, un ex maresciallo dell’esercito lo ha colpito con una manciata di monetine dicendogli: «Giuda, eccoti trenta denari». Era lo zio del ferroviere Labate, uno dei «martiri» della rivolta. Un’ora dopo, alla fine della messa, sul sagrato gli «sbarroti» avevano stretto d’assedio l’arcivescovo al grido di: «Reggio rivoluzione!». E l’arcivescovo, preso in una morsa di folla, le mani alzate al cielo, pallidissimo, gocce di sudore freddo sulla faccia, aveva risposto: «Noi siamo con Reggio». E si era messo per due ore a disposizione degli «sbarroti», ascoltando le richieste e le proteste dei rappresentanti di tutti i rioni.
Su tutto, la rabbia e l’amarezza di aver combattuto sette mesi per niente. Un centinaio di ragazzi in galera, per niente. I bambini a casa da scuola per niente. I pochi risparmi prosciugati, mucchi di cambiali non pagate, nuovi debiti fatti, i vestiti rovinati dall’acqua rossa degli idranti e tanti sacrifici, promesse, illusioni, speranze, per niente.
Lunedì 22 febbraio i venticinquemila abitanti di Sbarre aspettano le dimissioni del sindaco e della giunta. L’arcivescovo dichiara di non essere stato sequestrato e di perdonare chi lo ha fischiato. Molti contestatori recitano il mea culpa e riconoscono che in fondo, Giovanni Ferro, è stato l’unica autorità ad affrontare Sbarre dentro Sbarre, ad accettare il colloquio, ad ascoltare, a capire.
Martedì 23, ultimo giorno di carnevale, alle 6 del mattino, vento freddo, cielo coperto, odore di pioggia, scatta l’Operazione Sbarre. Duemila uomini divisi in due colonne, poliziotti e carabinieri, sfondano il fronte della «repubblica» con quattordici carri cingolati «M 113», due ruspe, un elicottero e un centinaio di camionette. Sono partiti alle 5,30 dal centro della città con un fracasso assordante, diretti verso il torrente Calopinace, il profondo confine che taglia Sbarre dal resto di Reggio. Due sole vie di accesso: il ponte San Pietro e il Ponte Calopinace, ostruiti dalle solite barricate. Tecnici dell’Arma dei Carabinieri hanno accertato che i ponti non fossero minati. Poi i bulldozer hanno spazzato via le barricate. I soldati hanno occupato la «repubblica». Pattuglie fornite di potenti binocoli di sono arroccate sui tetti e sulle terrazze degli edifici in costruzione. Candelotti lacrimogeni sono piovuti ovunque.
Alle 7,20 un vecchio carro armato Sherman, ripitturato di fresco, ha sradicato il palo della luce su cui sventolava la bandiera blu della «repubblica». Quel blu, azzurro vivo nelle giornate di sole, appariva grigiastro sotto le nubi plumbee. La bandiera, assieme a una vecchia ghirlanda di fiori secchi, è crollata di schianto. «Come un un uccello stanco di volare», ha detto più tardi lo Zorro di Sbarre.
Lo Zorro di Sbarre è un operaio di 17 anni che, calzoni neri e giubbotto di pelle nera, pistola alla mano, ha guidato l’assalto al compartimento ferroviario. Fa ormai parte della pittoresca galleria di personaggi espressi dalla «repubblica di Sbarre» in sette mesi di vita, o di agonia, se si preferisce. Una galleria che assomiglia a una «corte dei miracoli». C’è il ragazzo con le braccia fratturate che spingeva a calci i bidoni per le strade contro gli «sbirri» e un giorno si è tolto il fazzoletto azzurro che gli reggeva il braccio destro al collo, ci ha dipinto sopra tre sbarre verticali e due orizzontali con la vernice bianca adoperata per le scritte murarie e così è nata proprio così la bandiera di Sbarre, un caldissimo giorno d’estate.
C’è il manovale che da solo, una sera di settembre, riuscì a far battere in ritirata una intera pattuglia di agenti con il trucco delle «ombre cinesi»: sfruttando l’ombra proiettata da una lanterna sul muro di un vicolo cieco, passò cinquanta volte da un lato all’altro della via, una volta di corsa e una volta strisciando: era uno solo, riuscì a moltiplicarsi per cinquanta nel tempo di un quarto d’ora. C’è la «mamma dei guerriglieri», una anziana vedova del rione Ceci che abita in una casetta con una porticina per cui si passa direttamente dalla strada in un piccolo orto. La «mamma», durante gli attacchi dei «guerriglieri» alla polizia, si metteva seduta accanto alla porticina e fingeva di lavorare a maglia. Poi, quando i ragazzi se la davano a gambe dopo aver bombardato le camionette con le molotov, la porticina si apriva e si richiudeva alle loro spalle. «Siete tutti miei figli», diceva la vedova.
C’è la signora Castellani, tutta pepe, chioma rossa, la prima donna di Reggio a indossare la minigonna. Fu accusata di aver guidato l’assalto a un autobus e riuscì a scagionarsi dicendo: «Ho soltanto invitato l’autista a scioperare con noi». E ci sono gli zingari accampati nella bidonville di Ponte Sant’Agata: uniti ai «guerriglieri» da una secolare avversione per le forze dell’ordine, hanno aperto le loro baracche e ospitato alla loro tavola i «commandos» in fuga.
E poi ecco i preti di Sbarre, don Lillo Altomonte, padre spirituale degli zingari, ottimo portiere della squadra di calcio del clero reggino, denunciato per oltraggio a pubblico ufficiale perché gridò a un agente: «Avete sporcato di sangue la nostra città». Padre Lauro, il parroco, 50 anni, magrolino, ieratico, occhialuto, sempre in sottana perché nemico del clergyman ma in calzoni corti nei campeggi degli scouts: si dice che abbia messo la sua canonica a disposizione dei latitanti, dopo la tragica uccisione in via Galilei di un suo parrocchiano, Campanella. E don Nunnari, trent’anni, molto sportivo, con una grossa croce cardinalizia sempre appesa al collo, fondatore del «Movimento 14 luglio». E don Giovanni Longanà che pronunciò una famosa frase: «Prima di togliere le barricate dalle strade, dovete togliere le barricate dai nostri cuori».
E infine il personaggio che è diventato ormai quasi un mito: Ciccio Franco, la «primula nera», il sindacalista che per abitazione aveva scelto una delle case più povere di Sbarre e che si compiaceva di entrare nelle case degli «sbarroti» più umili, contadini, manovali, braccianti, venditori ambulanti. Oggi è l’ultimo latitante del «Comitato d’azione».
Questo il mito della «repubblica» di Sbarre. Ci sono anche i teppisti, è naturale. Perché il quartiere è il più povero della città, formato in buona parte dall’immigrazione che scende dai borghi ai piedi dell’Aspromonte. Contadini che diventano operai o commercianti al minuto. Famiglie numerose: 5-6 figli in media. Pochissimi impiegati. Pochi studenti. Gente che si arrangia a vivere come può. Piccoli furti all’ordine del giorno nella cronaca della delinquenza rionale, ma troppo pochi per bollare con la qualifica di teppisti tutti gli «sbarroti». E ci sono anche i fascisti: 657 secondo le ultime elezioni del 1970 (nel 1958 erano 1166), contro 4774 democristiani, 2331 socialisti e 1473 comunisti. Ma se le elezioni si facessero domani, i partiti di sinistra, di destra e di centro raccoglierebbero ben pochi voti. Gli «sbarroti» sostengono di essere stati traditi da tutti. Non un’ora di sciopero è stata indetta dai sindacati per la morte di Campanella. E quanto all’appoggio strumentale del Msi, si è visto da quale maschera fosse coperto quando all’assemblea regionale convocata per la scelta del capoluogo l’unico consigliere missino, Marini, si è allineato con i comunisti votando persino contro la «soluzione articolata». Oggi a Sbarre si aspetta la nascita di un nuovo partito politico nazionale: l’Unione Popolare che conta di raccogliere i cattolici del dissenso e in genere tutti i delusi di destra e sinistra.
Ciò rivela che questa gente, nonostante tutto, spera ancora in qualcosa. Quando i carri armati sono entrati a Sbarre, e gli agenti con i corsetti antiproiettile hanno cominciato a presidiare le strade, alle finestre qualcuno rideva e lanciava monetine ai soldati gridando: «Vietnam! Vietnam!» , o: «Praga! Praga!». Non i carri armati, ma la stanchezza e la fame piegano le ginocchia alla repubblica.
I moti di questi sette mesi passeranno nella storia italiana coperti dal manto della vergogna o della gloria, a seconda dei punti di vista di chi li ricorderà. Ha ragione chi sostiene che a soffiare sul fuoco di Sbarre c’è il neo squadrismo fascista? Oppure ha ragione chi sostiene il contrario? Una cosa è certa: è stata la rabbia, l’antica rabbia del Sud a scatenare l’incendio. Quel Sud che da secoli si sente vilipeso, ingannato, tradito.