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Abbatino, il «bullo», in un’estate del 1978

Matteo Picconi

Il futuro boss della Banda della Magliana nel libro «Storie bastarde», scritto e pubblicato nel 2010 dal giornalista Davide Desario

«Se sono così come sono lo devo a un pallone e a un delinquente». Inizia così il libro Storie bastarde, scritto e pubblicato nel 2010 dal giornalista Davide Desario, una sorta di epopea sulla Ostia a cavallo tra gli anni settanta e ottanta. Il pallone è il mitico Mikasa, con le sue toppe pentagonali nere ed esagonali bianche, sogno proibito di tante generazioni di bambini per almeno un paio di decenni; il delinquente è un venticinquenne di nome Maurizio Abbatino, uno dei principali protagonisti della famosa holding criminale romana, che in quell’estate del 1978 è ancora un boss in ascesa.

UN FAR WEST DOVE IL CONFINE TRA VITA E MALAVITA È SOTTILISSIMO

A far da sfondo al libro di Desario c’è l’estrema periferia di Ostia, quartiere del litorale romano in cui l’autore è cresciuto. «Un far west di marane, baracche, palazzoni in riva al mare, dove il confine tra vita e malavita è sottilissimo – si legge nell’introduzione del libro – un posto dove le strade ringhiano e i bar sono palestre di vita». Una Ostia ancora un po’ pasoliniana, con le sue case popolari e le baracchette dell’Idroscalo; una Ostia in pieno Amore Tossico, sommersa dall’eroina e dai tossici della stazione di Lido Centro; un porto franco, dove i latitanti braccati dalla polizia trovano un buon riparo da occhi indiscreti, dove la criminalità comune conclude indisturbata i propri affari. Nel raccontare fatti e aneddoti della propria infanzia, Desario riporta anche incontri fuori dall’ordinario, come quando vende un biglietto riciclato a bordo di un autobus alla brigatista Barbara Balzerani, oppure, nella bisca vicino casa incrocia spesso Paolo Frau, uomo fidato di Renatino De Pedis, freddato sempre a Ostia nell’ottobre del 2002. Ma lo special guest del suo libro, al quale l’autore dedica il primo capitolo intitolato Il Mikasa e la Banda della Magliana, è proprio il crispino, Maurizio Abbatino.

UN PO’ DI LENTIGGINI SUL VISO E GLI OCCHI CATTIVI

È l’estate del 1978. Più precisamente, stando al racconto dell’autore, è il 18 giugno, quando la sorprendente Italia di Bearzot supera l’Austria con un gol di Paolo Rossi. «Stavamo giocando in pineta esaltati dalla partita vista in TV quando improvvisamente apparve Abbatino». Ma chi è il crispino e che ruolo ricopre nel 1978? È opinione prevalente che il sodalizio dal quale sarebbe nata la banda non si materializza prima dell’estate di quello stesso anno. Ragion per cui siamo ancora in un contesto di batterie e di gruppi autonomi, che saltuariamente mettono a segno qualche colpo in comune. Tuttavia si contano già precedenti significativi: Abbatino e Franco Giuseppucci entrano in contatto nel famoso episodio dell’auto e del borsone pieno d’armi rubate ai danni del negro nella zona di Testaccio; molti esponenti della futura banda partecipano al sequestro del duca Grazioli (ancora visto erroneamente come l’atto fondativo del gruppo); Nicolino Selis e il suo gruppo di Acilia e Ostia entrano in contatto con Antonio Mancini e i gruppi dei testaccini e maglianesi, portando in dote i contatti con la NCO di Raffaele Cutolo; si è già consumata la tragedia del sequestro Moro e, come è noto, i servizi segreti nelle loro prime ricerche si rivolgono a esponenti della banda per cercare il covo delle BR, riconoscendone di fatto il loro ruolo predominante sul territorio romano. In tal contesto, Abbatino non è proprio l’ultimo arrivato: il suo quartier generale è la Magliana e insieme al gruppo del Trullo rappresenta una delle batterie più agguerrite della Capitale. Perché quel giorno si trovi a due passi dalla pineta, l’autore-bambino ovviamente non lo spiega. Ma il personaggio lo ricorda molto bene: «Aveva certamente più di diciotto anni. Forse venticinque. Guidava una A112 bianca. Aveva i capelli castani, tendenti al rosso. Un po’ di lentiggini sul viso e gli occhi cattivi. Portava un accenno di codino e indossava sempre jeans e camperos».

«ADESSO È MIO E ME LO PRENDO»

La peculiarità del racconto di Desario consiste nel saper fotografare quello che, oggi, definiremmo un episodio di bullismo da parte del gradasso di quartiere ai danni di un gruppo di bambini. «Era davanti alla sua macchina, appoggiato al cofano. Come facevano tutti quelli che preferivano nascondere il numero di targa. Scese dal marciapiede verso la pineta: correva come un barbaro all’assalto, urlava e noi, tutti tra i sei e i dieci anni, impietriti non sapevamo cosa fare». La scena racchiude in sé qualcosa di comico. Quel ragazzo, che a Ostia è di casa e che probabilmente si trova lì per questioni ben più impellenti, è un temuto e rispettatissimo delinquente del quartiere della Magliana. Il motivo per cui scaglia su un gruppo di ragazzini risiede nell’irrazionale fascino che esercita il vero protagonista di questa storia, il Mikasa. «Si lanciò sul pallone e lo strappò dai piedi di Frappa. Lo prese e lo calciò fortissimo in cielo. Tutti noi seguimmo la parabola ma nessuno si mosse. Il pallone fece due, al massimo tre rimbalzi sulla sabbia e poi tornò tra le braccia di quel tipo. “Adesso è mio, me lo prendo” …».

LA ROULETTE RUSSA

Il racconto dell’autore-bambino prosegue in una dinamica ancora più grottesca. Il piccolo Davide, infatti, cerca di riprendersi il Mikasa ma il prepotente lentigginoso e dagli occhi cattivi pone una condizione crudele: «Se lo rivuoi devi convincere tutti i tuoi amici a giocare alla roulette russa». Impauriti e, al contempo, ignari del perfido gioco escogitato da Abbatino, gli amici di Davide accettano la sfida pur di recuperare il pallone e, tutti insieme, si spostano su viale delle Azzorre, disponendosi uno di fianco all’altro di fronte a una saracinesca abbassata che fungeva da porta. «Abbatino si mise in mezzo alla strada e cominciò a calciare con i suoi camperos e una violenza inaudita – continua il racconto di Desario – La saracinesca tuonava e il rumore ci era entrato dentro le orecchie. Uno dietro l’altro vennero presi tutti…». Alla fine rimangono solo il piccolo Desario e il suo amico Mauretto: uno dei due, il sopravvissuto, si sarebbe aggiudicato il Mikasa. A un certo punto il crispino impatta debolmente il pallone, il piccolo Mauretto se ne accorge e si fa colpire appositamente, decretando così la vittoria del suo amico. La storia, una storia bastarda appunto, per dirla con le parole dell’autore, non finisce qui: «No, piccolè, c’è l’ultimo tiro». Fortunatamente il tiro di Abbatino si spegne sullo spigolo del marciapiede e il piccolo Davide può così riabbracciare il suo Mikasa. I bambini tornano a casa, confusi ma contenti. Il crispino torna ai suoi affari, forse convinto di aver dato una buona lezione di vita a quei ragazzini di borgata. Sta per diventare un boss di prim’ordine. Un mese dopo, presso l’Ippodromo di Tor di Valle, è tra i protagonisti del vero atto fondativo della banda della Magliana: l’omicidio di Franco Nicolini, detto Franchino er criminale. È l’inizio di un’altra lunga serie di storie bastarde.