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«Datemi una sigaretta: guardate, mi hanno tagliato un orecchio». Il rapimento di John Paul Getty III

Redazione Spazio70

La drammatica vicenda di uno dei quattordici nipoti dell’ottantenne Jean Paul Getty, capo della omonima compagnia petrolifera statunitense, uno degli uomini più ricchi del mondo

Roma, 10 novembre 1973. È ormai fine giornata nella sede del quotidiano Il Messaggero, ma c’è ancora da consegnare la seconda distribuzione della posta. A occuparsene è la segretaria di redazione Mirella Di Biagio: tra i suoi compiti c’è anche quello di aprire le buste e smistare il contenuto tra i giornalisti presenti in sede. Nel suo ufficio arriva tutto il materiale proveniente dall’esterno con le lettere, i plichi e i pacchi che vengono affastellati sulla scrivania. Sembra una banale operazione di routine, quando a un certo punto si materializza una busta indirizzata alla «Direzione generale del Messaggero». Ad attirare l’attenzione della Di Biagio la percezione di qualcosa di voluminoso e inconsueto. La segretaria decide di aprire con accortezza, temendo una lettera «esplosiva», ma dentro trova solo un biglietto scritto a macchina e un piccolo contenitore di plastica come quelli per i cerotti. Quando però la Di Biagio solleva leggermente la linguetta di apertura, rimane come paralizzata. Non ha nemmeno la forza di gridare: resta semplicemente lì, inebetita. Sta per essere colta da un malore, ma riesce a mantenere la freddezza per chiamare il capo cronista e gli altri redattori: quando finalmente accorrono tutti, il suo urlo viene udito in tutta la sede del giornale. «Siamo i rapitori di Paul Getty III», si legge nel biglietto scritto in un italiano molto approssimativo, «e come vi avevamo promesso una ventina di giorni fa, vi mandiamo un orecchio del ragazzo. Come vedete, noi facciamo sul serio mentre i Getty ci pigliano in giro». «Sappiate che se entro dieci giorni non avrete pagato», continua il breve messaggio, «vi invieremo il secondo orecchio e poi altri pezzi anatomici».

IL «DECALOGO» DELL’OTTANTENNE JEAN PAUL GETTY

Jean Paul Getty

Paul Getty III è un bel ragazzo dai capelli lunghi. Del Paese d’origine ha mantenuto l’accento, ma riesce a esprimersi in un italiano apprezzabile. È soprattutto uno dei quattordici nipoti dell’ottantenne Jean Paul Getty, capo della omonima compagnia petrolifera statunitense, uno degli uomini più ricchi del mondo. Paul si considera però un ragazzo come gli altri o almeno fa finta di esserlo. Non sembra avere una grande passione per il danaro: si accontenta di vendere, nella zona di Piazza Navona, della chincaglieria prodotta da lui e perfino qualche quadro, frutto di un acerbo talento artistico. Quando deve prendere un tassì, chiede i soldi ad amici più spiantati di lui: non per spilorceria, ma per mancanza di liquidità.

La parte della famiglia Getty che ci interessa, della quale Paul sembra suo malgrado far parte, funziona più o meno così: al vertice alto si trova il vecchio Jean Paul, dopo di lui il figlio John Paul Getty Jr, poi la nuora Abigail «Gail» Harris, infine il nipote John Paul Getty III.

Il primo, Jean Paul Getty, viene descritto dai più come un vecchio taccagno dal cuore di pietra che però, nel corso di tutta una vita, ha avuto il merito di ampliare le già cospicue fortune paterne. Di lui si ricorda un curioso decalogo, sul «come fare soldi e mantenerli». Tra gli adagi, ne spiccano alcuni: il «lavorare almeno sedici ore al giorno», il «non accettare consigli da nessuno, ma solo soldi», il «dare consigli a chiunque, ma mai soldi» e soprattutto il «non farsi derubare mai da nessuno e il non avere paura di essere chiamati avari».

John Paul jr è uno dei figli del grande capostipite: privo del talento avito negli affari, è pure sfortunato in amore. Divorzia da Gail Harris, la madre di Paul, nel 1964 e sposa l’attricetta olandese Talitha Pol, una deliziosa ragazza che piace anche al vecchio Getty. Un amore breve ma sfortunato perché Talitha, dipendente dall’eroina, morirà probabilmente a causa di una overdose proprio a Roma nel 1971. John Paul jr non muove, insomma, molto danaro. Il padre gli passa il necessario, quanto basta per mantenere la ex moglie, e i quattro figli avuti da lei, in un attico ai Parioli. La donna riceve novecentomila lire al mese e a volte non le rimangono nemmeno i soldi per pagare l’affitto, tanto è vero che l’ufficiale giudiziario le notifica una ingiunzione di sfratto per morosità proprio nei giorni del sequestro. A mantenere pervicacemente la cassaforte di famiglia è il vecchio Jean Paul, con il figlio, la nuora e il nipote che si devono spartire tra loro quel poco che arriva.

«SE NON PAGATE, MI UCCIDERANNO. NON È UNO SCHERZO»

Abigail Harris col figlio

Il 13 luglio 1973, alle 15,15, squilla il telefono in un appartamento di via Monte Parioli. A rispondere è proprio Gail Harris, la padrona di casa: dall’altra parte del filo una voce sicura, senza particolari inflessioni dialettali. «Tuo figlio è con noi», dice l’uomo, «prepara i soldi perché si tratta di un rapimento». La giovane donna resta come tramortita: «Ma noi non abbiamo una lira», riesce appena a farfugliare. «Allora telefona al padre, a Londra», riprende la voce, «e vedrai che i soldi salteranno fuori».

È da questo momento che si aprono le porte dell’inferno per Gail. Lasciata sola dal marito – che preferisce restarsene a Londra forse temendo un’incriminazione per la vicenda della morte della seconda moglie – e soprattutto dal suocero, senza la minima possibilità di far fronte economicamente alle richieste dei rapitori, trova conforto e assistenza soltanto nell’avvocato italiano Giovanni Iacoboni che ha già difeso Paul per qualche pregresso guaio con la giustizia.

Il 18 luglio 1973, pochi giorni dopo il rapimento, arriva a casa Harris/Getty una breve lettera di Paul: «Sto bene», dice il ragazzo, «ma se non pagate mi uccideranno. Non è uno scherzo, non prendete sottogamba le minacce dei rapitori». L’allusione di Paul è al fatto che in molti, a partire dalla grande stampa, abbiano fin lì creduto a un finto sequestro organizzato per spillare soldi al vecchio nonno. Una voce, quella del «sequestro», che iniziava a inquietare lo stesso Paul quando era ancora in libertà: a confermarlo, uno degli amici più cari del giovane rampollo, il pittore Marcello Crisi. «Qualche settimana prima di scomparire», dirà l’uomo in un colloquio con un giornalista del Corsera, «Paul mi chiese perché questa storia del rapimento stesse diventando così insistente. Se la sentiva ripetere da ogni parte, al punto che pensava gli sarebbe accaduto qualcosa. Più che come uno scherzo, cominciava a suonare come una proposta».

Ad alimentare i pericoli, anche le cattive amicizie di Paul: «Una volta mi chiese in prestito cinquemila lire e mi confidò che doveva pagare il tassì per l’aeroporto dove lo attendevano suoi conoscenti marsigliesi per un breve soggiorno a Saint Tropez, completamente spesato da loro». «Non partì», continua il pittore, «ma tornò a Fiumicino con l’autostop. Mi disse che aveva preferito rinunciare all’invito dei marsigliesi perché la storia non gli suonava bene».

«HO ALTRI TREDICI NIPOTI. NON PAGHERÒ NEMMENO UN PENNY». L’ORECCHIO MOZZATO DA UN VERO CHIRURGO

Mentre Paul è nelle mani dei rapitori, a tenere banco sono i litigi tra i genitori sulla gestione del sequestro: se la madre vorrebbe pagare semplicemente il riscatto, il padre è invece intenzionato a supportare la polizia nella ricerca del figlio attraverso lo stanziamento di un milione di dollari a beneficio di chiunque fornisca informazioni utili. In tutto questo, sullo sfondo, si staglia la figura del ricchissimo nonno che per mesi non fa altro che ripetere la sua totale indisponibilità a pagare un riscatto. «Ho altri tredici nipoti», lascia detto a un giornale britannico, «e non pagherò nemmeno un penny per incoraggiarne i potenziali rapitori».

Quando però arriva alla redazione del Messaggero un orecchio di Paul, tutti si convincono che è il caso di non perdere altro tempo. C’è addirittura chi pensa a organizzare delle vere e proprie collette per salvare il giovane rampollo. A colpire l’opinione pubblica è Gail Harris, la madre di Paul, che non sapendo più a quale santo votarsi fa appello al presidente Nixon affinché convinca il vecchio Getty a pagare la cifra del riscatto.

Il fatto che dietro il rapimento di Paul Getty ci sia una organizzazione potente e ramificata diventa chiaro a tutti proprio a seguito della vicenda dell’orecchio mozzato. Quando vengono disposti esami approfonditi sul «reperto», con l’obiettivo di capire se provenga da una persona viva o da un morto, si scopre che l’orecchio di Paul non è stato tagliato da una semplice mano esperta, ma da un vero chirurgo. Il bisturi è infatti calato dall’alto verso il basso per poi ripartire dal basso verso l’alto e infine procedere con il taglio finale. A colpire è insomma la precisione della lacerazione, la regolarità dei margini e la presenza di tracce emorragiche nel tessuto cartilaginoso appositamente conservate con un fissatore a base di alcool e formalina: il chirurgo, sapendo che l’orecchio sarebbe stato sottoposto agli esami di un medico legale, ha fatto quello che doveva per non cancellare le tracce dalle quali risultava che il reperto apparteneva a una persona viva.

«QUELLI DEL RAPIMENTO FARANNO BENE A DORMIRE CON UN OCCHIO APERTO»

John Paul Getty Jr. e Talitha Pol nel 1966 fotografati in occasione del loro matrimonio a Roma (Photo by Keystone/Getty Images)

È solo dopo il rinvenimento dell’orecchio di Paul che i Getty si decidono a pagare: vengono messi insieme poco meno di due miliardi in banconote da dieci, cinquanta e centomila lire con buona parte dei soldi provenienti proprio dal nonno. A realizzare il contatto coi rapitori ci pensa un emissario del vecchio Getty che parte in auto da Roma verso Sud: il pagamento avviene il 12 dicembre 1973, cinque mesi dopo il rapimento. Paul viene lasciato libero, sotto una pioggia gelida, nei pressi di Lagonegro, lungo la Salerno-Reggio Calabria. A trovarlo, intirizzito e affamato, un camionista di quarantaquattro anni. «Sono Paul Getty», dirà il ragazzo ai carabinieri, «datemi una sigaretta: guardate, mi hanno tagliato un orecchio».

Quando Jean Paul Getty apprende la liberazione del nipote dalla sua casa di campagna nel Surrey, presso Londra, ha una reazione sorprendente: «È il più bel regalo per i miei ottantuno anni», dice al giornale domenicale Sunday Telegraph mentre il padre del ragazzo, Paul Getty II, manifesta sentimenti differenti. «Voglio dedicare il resto della mia vita allo sforzo di insegnare agli italiani il significato della parola vendetta», lascia detto a un giornale inglese. «Quelli del rapimento», continua, «faranno bene a dormire sempre con un occhio aperto».

La vicenda giudiziaria del sequestro Getty si concluderà definitivamente soltanto nel febbraio del 1980. La Corte di Cassazione, confermando sostanzialmente la precedente sentenza della Corte d’Appello di Potenza, condannerà alcuni esponenti del clan dei calabresi Lamanna-Mammoliti a trentasei anni complessivi di carcere. Paul Getty III, invece, non si riprenderà mai del tutto dall’esperienza. Dopo la liberazione ha lasciato subito l’Italia per New York, dove per qualche periodo ha frequentato Andy Warhol e il suo gruppo di artisti. Nel 1981, in seguito a una overdose di valium e metadone, ha avuto un infarto che lo ha lasciato paralizzato, cieco e non autosufficiente. È morto in una villa di famiglia nel Buckinghamshire, in Inghilterra, nel 2011.