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La caduta e il riscatto di Fioravante Palestini, «l’uomo Plasmon»

Matteo Picconi

Decisivo era stato l'incontro con il regista Sergio Tombolini, in vacanza a Giulianova. Da lì a poche settimane il gigante Palestini, grazie al «Carosello», diventerà l’icona degli spot Plasmon entrando nelle case di tutti gli italiani

Quando si parla di malavita, di criminalità, non vi è sempre una netta distinzione tra buoni e cattivi, tra guardie e ladri. Vengono alla luce personaggi insoliti e inaspettati, ai quali risulta difficile assegnare un ruolo specifico: sono attori non protagonisti che, spesso, si trovano (nel momento giusto) al posto sbagliato. Fioravante Palestini è uno di questi. Noto per essere il giovane dal fisico prestante che batte un martello sulla colonna della Plasmon in una pubblicità degli anni Sessanta, Palestini viene arrestato a Port Said nel maggio del 1983 a bordo di un’imbarcazione, la Alexandros G., che trasporta oltre duecentotrenta chili di eroina thailandese. Una storia di mafia e di spaccio internazionale di stupefacenti, in cui il marinaio abruzzese è solo una pedina di poco conto. «C’era questo personaggio, Fioravante Palestini, italiano, che non si capiva bene che c’entrasse, per noi era assolutamente ignoto» ricorda il magistrato Giuseppe Ayala nel documentario «La vera storia dell’uomo Plasmon» di Simone del Grosso «e si ritrovò indubbiamente in una storia più grande di lui». Eppure la parabola dell’uomo Plasmon, come viene ancora chiamato, è una storia a sé stante, che merita di essere raccontata.

«GABRIELLINO» DA GIULIANOVA

Palestini ai tempi dello spot Plasmon

Palestini nasce a Giulianova, in provincia di Teramo, il 9 settembre del 1946. Figlio di un marinaio, fin da giovanissimo inizia a frequentare il porto e il mare giuliense. È proprio il mare a determinare, nel bene e nel male, il corso della sua esistenza. Lo chiamano «Gabriellino», nomignolo ereditato dal nonno paterno: un diminutivo che col passare del tempo ha assunto un carattere ironico, in quanto il giovane Fioravante diviene ben presto un gigante per l’epoca, superando i cento chili e i centonovanta centimetri di altezza. È proprio Palestini a ricordare, nel documentario di Del Grosso, quando a undici anni andava a pescare col padre: «Mi ci divertivo perché remavo, mi piaceva remare… Alla mattina, verso le quattro, quattro e mezza, uscivamo, e tornavamo alle otto, Io da lì scendevo e andavo a scuola, andavo a scuola al paese».

È l’estate del 1964 quando il diciottenne Fioravante, di ritorno da una crociera dove aveva prestato servizio, viene avvistato dal regista Sergio Tombolini, in vacanza a Giulianova. È un colpo di fortuna: di li a poche settimane il gigante Palestini diviene l’icona dello spot della Plasmon girato su Carosello ed entra nelle case di tutti gli italiani. Il compenso, considerata l’epoca, è da capogiro: un milione e centomila lire. Per il giovane marinaio abruzzese la vita cambia, improvvisamente. Ma proprio quando il mondo dorato della televisione e del cinema potrebbe aprirgli le porte, nel 1966 l’uomo Plasmon fa una scelta imprevedibile ed emigra all’estero.

Lasciata in asso la sua vita e il suo mare di Giulianova, Palestini si trasferisce in Renania, nella città di Mannheim. Inizialmente lavora come buttafuori nei night, mestiere che alterna al gioco d’azzardo nelle bische, dove accumula una discreta fortuna e dove coltiva amicizie importanti. Di lì il passaggio alla gestione di alcune bische e, non ultime, di case chiuse, dove la sua prestanza fisica contribuisce a mantenere le cose secondo il giusto ordine. Dopo una lunga sequela di denunce per aggressione disseminate in diverse città tedesche, Gabriellino sceglie nuovamente la via di casa. Il ritorno a Giulianova rappresenta uno dei passaggi più oscuri della sua vita. Ci torna da uomo ricco, che cerca di farsi una posizione. Circondato dalla diffidenza delle classi più agiate, apre un’attività di preziosi, senza trascurare la sua passione per il mare e per lo sport. Siamo già verso la fine degli anni Settanta e l’uomo Plasmon sta per fare il suo secondo, fatidico, incontro che stravolgerà nuovamente la sua esistenza.

L’INCONTRO CON MUTOLO E L’AFFARE THAILANDESE

L’arresto di Gaspare Mutolo

L’uomo Plasmon non ha vizi. Non fuma, non beve, non sniffa. Ma i soldi, si, gli piacciono. Un po’ per la fama di Carosello, un po’ per la ricchezza accumulata negli anni Settanta, è uno dei personaggi più in vista di Giulianova, tanto da attirarsi le attenzioni di un personaggio che proprio in quel periodo «soggiorna» nel carcere di Sulmona. «A Teramo conosce l’insolito ospite fisso di un albergo. Gaspare Mutolo da Palermo», scrive Antonio Giangrande in L’Aquila e l’Abruzzo, «vive lì, da confinato. Il boss di Cosa nostra si muove in Ferrari, continua a frequentare la Sicilia con spostamenti lampo. L’attrazione è fatale». In realtà è proprio Asparinu, che nel 1980 ottiene la semilibertà a Teramo, a cercare Gabriellino, da molti indicatogli come uno che conta e che può aiutarlo a trovare una sistemazione più stabile. Il gigante marinaio e il pittore mafioso stringono i rapporti, di lì il passaggio agli affari è breve. All’epoca Mutolo è al centro di un grosso traffico d’eroina con la Thailandia insieme al narcotrafficante di Singapore Koh Bak Kin. Si stava preparando il più grande carico di droga via mare e Palestini, marinaio esperto, è l’uomo giusto per l’affare.

Mentre il 4 aprile 1983 la Alexandros G., l’imbarcazione scelta per l’operazione, salpa verso l’estremo Oriente, il trentasettenne Fioravante vola a Bangkok e si accorda con Kin. «Mi ero presentato all’appuntamento in un’isola dell’Oceano Indiano l’8 maggio» racconta Palestini in un’intervista rilasciata a Il Giornale nel 2017 «c’erano due barche: una dei pirati, pirati veri, l’altra trasportava la droga. Potevo tornarmene in aereo, ma preferii stare sulla nave per assicurarmi che tutto andasse bene». Nulla va per il verso giusto. Il 24 maggio, presso Port Said la Alexandros viene circondata da lance militari ed elicotteri. Per il più grosso carico d’eroina mai approdato in Occidente non si muove solo il nascente pool antimafia guidato da Antonino Caponnetto e Giovanni Falcone ma anche l’FBI e l’Interpol greca. Finisce in manette anche Mutolo, che da buon uomo di mafia si chiude in un silenzio di tomba, mentre Koh Bak Kin, consegnatosi alle autorità italiane a Bangkok il 2 agosto seguente, diviene ben presto collaboratore di giustizia. Gabriellino, al contrario, finisce nelle mani delle autorità egiziane. Nella terra dei faraoni e delle piramidi i reati legati al commercio degli stupefacenti in quegli anni prevedono la pena capitale. Per il marinaio abruzzese si fa uno «strappo alla regola»: venticinque anni da scontare nel terribile carcere ottocentesco di Liman Tora, località distante circa quaranta chilometri dal Cairo.

L’INFERNO DI TORA

Il carcere di Tora

Se si vuole immaginare un istituto di pena egiziano nella prima metà degli anni Ottanta basti pensare al celebre film Fuga di Mezzanotte (1978) del regista Alan Parker, in cui un cittadino americano vive gli orrori e le violenze di un carcere turco. Settanta persone in una cella sottoterra, topi e scarafaggi, violenze, torture e decapitazioni. Questo è il carcere di Tora, un inferno in cui l’uomo Plasmon deve sopravvivere per lungo tempo. Dopo qualche mese i giudici Falcone e Ayala si recano al Cairo: le indagini intorno al traffico degli stupefacenti orchestrati da Cosa Nostra sono andate avanti e sentire quel curioso marinaio di Giulianova potrebbe dare un’ulteriore svolta investigativa. «L’interrogatorio avvenne nel carcere del Cairo. Palestini», racconta lo stesso Giuseppe Ayala nel suo libro Chi ha paura muore ogni giorno,«era irriconoscibile rispetto all’immagine pubblicitaria che sia io che Giovanni ricordavamo perfettamente. Il suo fisico atletico e muscoloso aveva assunto le sembianze di una larva. Ci raccontò delle condizioni di vita all’interno della prigione egiziana, che l’avevano ridotto in quello stato pietoso, e ci pregò di caldeggiare la sua estradizione in Italia. Ottenuta la quale, la sua collaborazione sarebbe stata piena e incondizionata».

Palestini non parla ma rimane colpito dall’umanità di Giovanni Falcone e, in particolare, da una sua frase che aprì il loro colloquio nel carcere egiziano: «Gabriellino, è vero che sei arrivato al top delle cose, ma tu sei fatto di un’altra pasta». È proprio il giudice palermitano a chiederne per primo l’estradizione nel 1985 ma la questione è molto complessa: il governo egiziano chiede in cambio la liberazione di alcuni connazionali detenuti in Italia. La risposta dello Stato italiano è di diniego totale, lasciando di conseguenza Palestini al suo tragico destino. Anche Mutolo, che teme un cedimento del suo stretto collaboratore, spinge i vertici di Cosa Nostra a mobilitarsi almeno per un suo trasferimento, ma Riina e compagni non mostrano alcun interesse in merito. Abbandonato a sé stesso, il gigante abruzzese capisce che deve cavarsela da solo. Pur essendosi guadagnato il rispetto dell’ambiente carcerario, la sua lunga detenzione è una storia di ricadute continue, di malattie virali, di vessazioni subite dai suoi carcerieri. Riprende ad allenarsi, e con lui buona parte dei suoi compagni di detenzione. L’allenamento e la forza d’animo, lo salvano da una fine certa.

L’ESTRADIZIONE E IL RISCATTO

Una recente foto di Palestini

Verso la fine degli anni Novanta l’attenzione dei media riporta i riflettori su un italiano (non uno qualunque, ma l’uomo Plasmon) da anni detenuto in Egitto. Grazie alle iniziative dell’allora ministro di Grazia e Giustizia Oliviero Diliberto si incomincia a intavolare una trattativa con il governo egiziano. Tuttavia gli anni passano e l’estradizione non si concretizza. Entra in gioco anche il consolato italiano sulla questione Palestini, come racconta nel già citato documentario di Del Grosso Mario Vattani, console italiano al Cairo dal 1999 al 2002: «Visto il modo in cui gli egiziani trattavano i crimini legati alla droga capii subito che i margini di intervento per farlo tornare prima erano vicini allo zero. Il mio lavoro era quello di tenerlo il più possibile in vita e assicurarmi che i suoi diritti fossero rispettati, come italiano».

L’estradizione arriva nel giugno del 2003 e il cinquantasettenne Palestini torna finalmente nella sua Giulianova. Ha il viso segnato da un’esperienza ai limiti dell’umano, ma il corpo è quello di vent’anni prima. La sua vita ricomincia esattamente dal punto di partenza: torna a lavorare nel porto, come quando accompagnava il padre a pescare, ma soprattutto riprende i remi e il pattino. Alla soglia dei sessant’anni, l’uomo Plasmon non è un amatore qualunque. Sul pattino, a cui ha dato il nome di «Riscatto», Gabriellino si avvia a diventare un recordman di tutto rispetto. Nel 2009 voga dalla città croata di Sebenico al porto di Giulianova in trenta ore; batte il suo stesso record all’età di settantuno anni, nel 2017, coprendo la traversata Sebenico-Giulianova in poco meno di ventotto ore. Dedica l’impresa a Falcone e Borsellino ed entra nella storia degli sport marini. C’è un risvolto umano anche nel suo rapporto con Gaspare Mutolo, collaboratore di giustizia dai primi anni Novanta. I due sono rimasti amici e lo scorso anno Palestini ha fatto da sponsor ad una mostra di Asparinu, divenuto un pittore molto ricercato, tenutasi proprio a Giulianova. Entrambi, ultrasettantenni, nel bene e nel male hanno trovato il loro riscatto.