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«Lo decapitiamo o lo crocifiggiamo?». L’inquietante omicidio di Giacomo Frattini

Redazione Spazio70

Una efferatezza non casuale, portatrice di veri e propri «messaggi» con significati simbolici ben precisi

Napoli, 21 gennaio 1982. Con una telefonata anonima presso la redazione dell’agenzia Ansa, una voce maschile scandisce il titolo telegrafico di un comunicato: «Trucidazione uomo Cutolo» poi continua: «in via Pier delle Vigne, in una Fiat 500 di colore bianco targata NA681460 troverete il cadavere di un cutoliano. Nella cabina telefonica di piazza Vittoria c’è un messaggio». Dopo aver agganciato la cornetta, il telefonista della camorra compone un altro numero. A rispondere sono i carabinieri del gruppo Napoli 1: «Abbiamo trucidato un cutoliano, andate in via Pier Delle Vigne».

UN GIOVANE FATTO LETTERALMENTE A PEZZI

Giacomo Frattini

I primi ad accorrere sul posto sono il colonnello Calderaro e il maggiore Conforti. In breve tempo si aggiungono anche il capo della Mobile Ammaturo e il sostituto procuratore Martusciello, oltre ai vari giornalisti e curiosi.

La vettura è lì, alle spalle di Piazza Carlo III°, nel luogo indicato dalla telefonata. Dal finestrino si intravede una coperta di lana. Quel panno bianco e azzurro adagiato sui sediolini posteriori avvolge il corpo mutilato, sfregiato e decapitato di Giacomo Frattini, 23 anni, detto «Bambulella» ma noto negli ambienti carcerari anche con il soprannome «o ‘nfamone», un pregiudicato con piccoli precedenti penali ma indicato dai suoi rivali come un killer appartenente alla NCO di Raffaele Cutolo.

Il corpo del ragazzo ucciso è in gran parte ricoperto di tatuaggi: cuori, pistole e frasi d’amore su gambe e braccia, una donna nuda sulla schiena. Sul petto una farfalla, squarciata assieme alle carni dalle quali è stato estirpato il cuore. Già, perché il giovane non è stato soltanto sgozzato, gli assassini si sono accaniti su di lui e lo hanno fatto letteralmente a pezzi.

Sui sedili anteriori sono stati posizionati due sacchetti di plastica solitamente impiegati per i rifiuti. Uno di essi custodisce la testa della vittima, nell’altro sono conservati il cuore e le mani. Un agghiacciante spettacolo granguignolesco degno dei più cruenti film dell’orrore, tuttavia, nonostante l’evidente efferatezza che li contraddistingue, quei gesti atroci non sono stati compiuti a caso, come in un semplice «sfogo» di sadica follia, ma costituiscono dei veri e propri «messaggi» con un significato simbolico ben preciso.

La testa mozzata (pensiero) sta ad indicare una «cattiva decisione», in questo caso schierarsi dalla parte di Cutolo. Con l’amputazione delle mani (azione) si fa sapere a tutti che quel giovane, in passato, si era reso responsabile dell’omicidio di uno o più anticutoliani. Il cuore strappato (sentimento) è un atto di disprezzo che dovrebbe rappresentare «l’infamità» e l’essere «senza onore» della vittima.

L’IPOTESI DI UNA «CROCIFISSIONE» DAVANTI ALLA CASA DI CUTOLO

Emulando i terroristi politici, gli uomini della camorra fanno ritrovare un volantino all’interno di una cabina telefonica. Nel comunicato si fa riferimento ad una data ben precisa: quella del terremoto. Il violento sisma all’interno del carcere di Poggioreale creò infatti una confusione che agevolò l’uccisione, da parte dei cutoliani, di alcuni camorristi alleatisi con i clan Bardellino e Giuliano, famiglie appartenenti alla coalizione criminale in guerra contro la NCO.

«Bambulella è stato massacrato oggi — si legge nel comunicato— un altro boia delle carceri appartenente alla banda Cutolo è morto. Costui non si è mai astenuto dal partecipare ad aggressioni e accoltellamenti di massa come quello della sera del 23 novembre 1980. Nel momento in cui il verme [Cutolo, ndr] tirerà fuori la testa, gliela schiacceremo senza pietà».

Ma come è avvenuto l’omicidio di «Bambulella»? Facciamo un passo indietro.

Ventitreenne, secondo di nove figli, Giacomo Frattini è fuori di prigione da meno di un mese: ha lasciato la sua cella nel carcere di Bari il 28 dicembre 1981. Sono in tanti a saperlo, anche i suoi nemici, i quali decidono di avvalersi della complicità di una vecchia conoscenza del giovane, un pregiudicato del quale Frattini fa molto male a fidarsi. I camorristi sequestrano il ragazzo per poi trasferirlo ancora in vita in un nascondiglio non distante dall’area dell’Orto botanico. Nel frattempo, a Forcella, territorio del boss Luigi Giuliano detto «’o Rrè», si sta tenendo un summit della Fratellanza Napoletana, coalizione di clan anti-cutoliani che successivamente diventerà la più famosa Nuova Famiglia. Una volta giunta la notizia dell’avvenuto rapimento, l’omicidio Frattini diviene l’argomento principale della riunione. Tra le varie proposte di «omicidio esemplare» qualcuno parla di «crocifissione davanti alla casa di Cutolo». Una proposta che alletta molti ma che comporta non poche difficoltà di tipo tecnico. Alla fine si opta per la decapitazione con le mutilazioni.

Tra i camorristi presenti alla riunione vi è anche un ventinovenne di nome Paolo Di Lauro (non ancora ribattezzato «Ciruzzo ‘o milionario») che negli anni successivi, alla guida di un proprio clan a gestione familiare (dieci figli maschi), darà vita al potente impero criminale di Scampia, realizzando negli anni ’90 la piazza di spaccio più grande d’Europa, mantenendo un’egemonia incontrastata fino al 2004. L’imponente ascesa di Di Lauro inizierà nella primavera del 1982 con l’omicidio del suo capo Aniello La Monica, anche lui presente alla riunione. Ex macellaio, La Monica ha proprio il compito di amputare «Bambulella» e di estrargli il cuore. A raccontare questo dettaglio è l’ex boss Luigi Giuliano divenuto collaboratore di giustizia. Saranno proprio le sue dichiarazioni, ad oltre 25 anni dai fatti, ad avere un ruolo determinante. Nel maggio 2014 la Cassazione confermerà l’ergastolo per Di Lauro ed altri camorristi «storici» come Luigi Vollaro, Raffaele Abbinante e Renato Cinquegranella.