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Il «lato oscuro» degli italiani nelle lettere a Pacciani

Redazione Spazio70

La paradossale sintonia tra un pezzo d'Italia e il contadino accusato di essere il serial killer delle coppiette toscane

«Scrivono le studentesse. Mandano lettere genitori e bambini. “A nonno Pietro”, cioè al presunto killer di Firenze, per dichiarargli ammirazione, solidarietà, affetto. “Ah che anima santa quel ragazzino che m’ha scritto! E il su babbo, anche lui, gente che ha cuore, che ha pietà per un povero disgraziato come me, sputato da tutti, accusato innocente, rinchiuso nelle sbarre! Tutti con me ce l’avete e voi non sapete cos’è l’umanità, nessuno ce l’ha!”.

GLI AMMIRATORI DI PACCIANI: GIOVANI, SPESSO. DONNE, SOPRATTUTTO

Irato come sempre, com’è a ogni pausa di questo processo, Pietro Pacciani leva i pugni e ti manda al diavolo. L’aula bunker dove sfilano i testi è semideserta. Fa caldo, Firenze è piena di turisti, la folla delle prime udienze ha ormai altro a cui pensare.

Se n’è andato Tomas Harris, l’autore del “Silenzio degli innocenti”, che ha studiato qui la tecnica del “serial killing” all’italiana; resiste Nahoko Kametsu, la giornalista giapponese venuta a raccontare “il lato oscuro, ombroso, bizzarro degli italiani ai miei connazionali che vi immaginano semplici, allegri, mangioni e amanti dell’opera lirica”.

Beh, eccolo il “lato oscuro” degli italiani.

In un pacco di carte che processuali non sono. In un centinaio di lettere senza rilevanza penale, pro o contro Pacciani, giunte in Procura e alla Corte, catalogate, archiviate e conservate per cinque anni almeno, come prescrive la legge. Nelle missive dei suoi ammiratori: donne soprattutto, giovani spesso. Nei fogli protocollo a righe istoriati da Pacciani con disegni, poesie, invocazioni e lamenti.

Nelle magliette “I love Pacciani”, con sul retro la scritta “un uomo è innocente fino a quando è dimostrato il contrario”, lanciate sul mercato da un imprenditore romano.

«NONNO» PACCIANI

“Egregio signor Pacciani, lei è il mio più grande e migliore amico in assoluto”, gli scrive Matteo, il tredicenne lombardo, “l’anima santa” come lo chiama Pacciani.

“Mi ha interessato molto il racconto della sua vita molto dura, sfortunata e piena di sacrifici”, dice Matteo, “e quando è arrivata la sua importante lettera ho provato gioia, felicità e soddisfazione”. E il padre del ragazzo è preoccupato? Macché. “Matteo non perde un programma riguardante la sua vicenda”, annota in calce alla lettera, “e conserva tutti i giornali. La osserva con molta attenzione, parla sempre di lei in famiglia e nei suoi pensieri la figura centrale è sempre lei. Da parte mia, le esprimo tutta la mia solidarietà più che certo della sua estraneità in tutta questa triste storia ingigantita da un certo tipo di stampa e televisione”.

Un bambino lo chiama “nonno”, mentre Pietro Fioravanti, avvocato di Pacciani (in coppia con Rosario Bevacqua), suo principale consigliere e sostenitore, cita a memoria: “Per il suo passato Pacciani può essere un mostro, ma non è il mostro di Firenze”. Fioravanti cita la lettera di Katy, studentessa di giurisprudenza a Firenze: “Mi fai rabbia quando non rispondi alle accuse: anche se hai fatto male alle tue figlie, sedici morti non possono pesare sulla tua coscienza. Ti voglio bene”.

Per violenza carnale alle sue due figlie, Rossana e Gabriella, Pacciani è stato condannato nel 1987 e ha scontato quattro anni e mezzo di carcere. Altri quattordici li ha passati in galera per omicidio di gelosia commesso nel 1951. Un personaggio orribile indipendentemente dal fatto che sia il mostro? Quelli che gli scrivono non sembrano pensarla così.

«ORA SEI CAMBIATO, LO SO. TI VOGLIO BENE»

“Tu sei un uomo meraviglioso”, gli scrive una maestra di Arona, “se non altro perché ami la natura, sai coltivare i campi; vorrei imparare da te la bontà del tuo linguaggio e la bontà del tuo animo”. E le figlie violentate? “Dubitavo fin dall’inizio delle testimonianze delle tue figliole, come le chiami tu”, scrive una studentessa bresciana in Legge: e se gli amici e i parenti si allontanano, “lasciali perdere, se non ti credono non meritano il tuo affetto. Ricorda sempre che non sei solo, ci sono io e come me tante altre persone che la pensano come me. Ti voglio bene”.

L’umana comprensione è infinita: “Capisco che da giovane non sarai stato uno stinco di santi”, scrive la studentessa bresciana, “per esempio il fatto di andartene in giro di notte a guardare le coppiette. Ma che caccio ci troverai? Vabbè, ma ora sei cambiato, lo so…”. E il linguaggio trasfigura i fatti: “Anche nella tua irruenza, ti considero un vero uomo”, si entusiasma un’altra ragazza.

Non è, si badi, uno scontro tra innocentisti e colpevolisti, diatriba sulla quale il giudizio va sospeso almeno fino alla sentenza […], ma c’è la passione italiana per il violento che piange, minaccia e si dispera […]. Le esternazioni di Pacciani sono spappolate, per logica e linguaggio, ma stanno sopra le righe e bucano il video: le sue lacrime in tv muovono gli animi e la penna di chi gli scrive quanto e più delle sue maledizioni.

«GESÙ, FAMMI COMPAGNIA. TU SEI RISORTO, E IO?»

[…] Nei fogli protocollo che istoria in carcere, con buona mano in verità, tratto di penna blu, rosso e nero, si disegna bambino in calzoncini corti con un bastone in mano a randellare un serpente; contadino all’aratro trainato da una coppia di buoi; e poi oggi, “il povero Pietro qui a soffrire”, “povero me vecchierello meschino”.

Disegna chiese, cattedrali, cappelle, gatti, cavalli, lucertole, oche, missili a testata nucleare, e in versi annota: “Il mondo è pien di spasimi e lamenti / l’eco lo sentiremo da lontano / si partirà per luoghi sconosciuti / si va in pensione senza contributi”. C’è il grande cuore di Maria e quello di Gesù Cristo: “Aiutami Gesù. Fammi compagnia, tu sei risorto e io?”.

Già, e io? Forse è qui – lasciando da parte sia la patologia sia l’umana compassione – la chiave di volta di questa paradossale sintonia tra un pezzo d’Italia e il contadino accusato di essere il mostro. In questo senso di continua afflizione per i torti subiti, veri o presunti che siano, qualsiasi torto si sia fatto agli altri. In questo sentirsi sempre in credito di qualche cosa: amore, benevolenza, prestazioni sessuali e contributi previdenziali.

In questo violento piagnisteo che trasforma anche le tragedie in soap opera. Con una mano al cuore e un occhio alla tv».


Da «L’Espresso», 22 luglio 1994, citato in «Il mostro. Anatomia di un’indagine», di Michele Giuttari