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La «leggenda» di Vallanzasca

Redazione Spazio70

Da un servizio di Gualtiero Tramballi per «Epoca»

E’ durata sei mesi e diciannove giorni la leggenda di Vallanzasca. Dall’alba del 27 luglio 1976, quando fuggì in pigiama blu dall’ospedale per infettivi Agostino Bassi di Dergano (alle porte di Milano), all’alba del 15 febbraio quando i carabinieri lo hanno sorpreso in una mansarda nei pressi della via Cassia a Roma. Il giorno in cui riuscì ad evadere da Dergano, Renato Vallanzasca non era nessuno, un banditello da sottobosco della malavita: tanto che il Corriere della Sera dedicò all’episodio un titolo su tre colonne nelle pagine della cronaca cittadina.

In sei mesi e diciannove giorni il giovane malfattore dal viso pulito è diventato il Dillinger italiano, il pericolo pubblico numero uno, il più sanguinario bandito del dopoguerra. Un mito che è andato gonfiandosi giorno dopo giorno e sul quale venivano praticamente scaricate tutte le imprese criminali che quotidianamente avvenivano nell’intero Paese. Una specie di sinistra primula rossa con il dono dell’ubiquità: gli sono stati attribuiti otto delitti, non meno di tre sequestri di persona, una miriade di rapine. C’è chi lo ha accusato di avere freddamente giustiziato un biscazziere su un marciapiede milanese ed è certo che quel giorno Vallanzasca era rinchiuso in carcere. C’è chi ha scritto che ha già sulle spalle due condanne all’ergastolo e invece quando fuggì dall’ospedale Agostino Bassi aveva ancora da scontare tre anni e sette mesi di carcere, niente altro, poi con la giustizia sarebbe stato pari.

Perché i conti sono presto fatti: fino a quel momento il bandito era stato condannato a due anni per furto e a sei anni per rapina. Totale: otto anni. Dato che era stato arrestato alla fine di febbraio 1972 ed è evaso alla fine di luglio del 1976, significa che in prigione aveva già soggiornato per quattro anni e cinque mesi. Niente ergastoli, dunque: quelli semmai verranno dopo, quando la giustizia sarà riuscita a vederci chiaro e avrà sfrondato la leggenda dalla realtà.

IL DILLINGER ITALIANO

John Dillinger

Parlando di Vallanzasca non si può insomma fare a meno di ricordare Luciano Lutring, un altro famoso bandito degli anni Sessanta, che ora sta scontando la sua pena nelle carceri di Brescia. Trasformato dai cronisti nel «solista del mitra», venne pure lui indicato come il responsabile di tutte le rapine, le sparatorie, gli omicidi avvenuti in quel periodo. «Un gangster spietato, la polizia è decisa a sparare a vista», scrivevano i giornali di allora. Quando poi venne catturato (in Francia, dove si era rifugiato), si accertò che Lutring in Italia aveva semplicemente svaligiato qualche oreficeria, senza mai sparare neppure un colpo di pistola in aria. Tutto il resto – le rapine in banca e gli omicidi – andava sul conto della «banda del lunedì», quella formata dai tre «bravi ragazzi» di Angera e di quel pazzoide di Piero Cavallero.

Ora, è chiaro che il personaggio di Vallanzasca è ben diverso, lui i delitti, le rapine e i sequestri di persona li ha compiuti davvero, ma si ha ugualmente l’impressione che la figura del Dillinger italiano – così come è stata tratteggiata in questi ultimi sei mesi e diciannove giorni – uscirà piuttosto ridimensionata dagli interrogatori e dalle indagini avviati dopo la cattura.

Renato Vallanzasca, ora ventottenne, è nato alla periferia di Milano, al numero 162 di via Porpora, due passi dalla vecchia stazione di Lambrate, dove i pendolari cominciano e concludono, perennemente di corsa, la loro estenuante giornata di lavoro. Un dignitoso appartamento al secondo piano nel quale la madre Maria (ora sessantenne) era andata a vivere con Osvaldo Pistoia, un uomo che per lei aveva lasciato la moglie e i due figli. Dall’unione erano nati due maschi: Renato e quattro anni dopo Roberto. Osvaldo Pistoia (oggi ha 75 anni) non è stato molto fortunato con i figli: il maggiore dei due, di primo letto, Ennio, nel ’65 uccise la moglie e poi si tolse la vita. Renato ha combinato quello che ha combinato, Roberto è in carcere a Udine condannato per rapina.

DAL RIFORMATORIO, AL CARCERE, FINO ALLA PARENTESI «ROSA»

In via Porpora, Maria Vallanzasca e Osvaldo Pistoia avevano aperto un piccolo negozio di articoli di merceria che li tenevano occupati dalla mattina alla sera. Renato crebbe con molta libertà. Bel ragazzo, intelligente, assai sveglio, arrivò fino al quarto anno di ragioneria e ancora oggi la madre si chiede come facesse a passare gli esami, visto che era sempre in giro. A 17 anni il suo carattere era già dominato da quella componente di megalomania che è poi sempre stata la costante della sua vita da bandito. Gli piaceva far bella figura con le ragazze, farsi dire dagli amici che aveva fegato, che era un duro. Poi pagava per tutti, adorava mostrarsi generoso, gran signore. «Così i soldi non gli bastavano mai», dice Maria Vallanzasca, «più gliene davo e più ne voleva».

I sussidi materni dovevano effettivamente essere insufficienti perché a questo punto Renato cominciò a dedicarsi ai furti. Finì presto al Beccaria, l’istituto di rieducazione per minorenni che dovette rieducarlo ben poco perché quando uscì il ragazzo riprese immediatamente la stessa strada. Catturato ancora, stavolta finì a San Vittore dove trascorse undici mesi. Venne fuori dal carcere che ormai era un professionista rifinito, quello che non aveva imparato prima lo aveva appreso dai maestri conosciuti in cella.

A questo punto nella vita di Renato si apre la grande parentesi rosa. Attraverso il fratello conosce un’operaia di 14 anni dal nome curioso, Ripalta Pioggia, una bruna dalla pelle chiara e dagli occhi ardenti che lui ribattezza immediatamente Consuelo. Può forse chiamarsi Ripalta la donna di un duro, di un «dritto» che ha già alle spalle tante esperienze? Fra i due scocca il colpo di fulmine, decidono di mettersi insieme, lei lascia la fabbrica e va a fare la padrona di casa in un appartamentino di via Monte Nero, fra Porta Vittoria e Porta Romana. Ma per condurre questa vita non basta più rubare le auto. Renato mette insieme la sua prima banda (della quale fa parte anche il fratello Roberto) e passa a un’attività più redditizia.

«L’ANGOSCIA DI VEDER BRUCIARE I SUOI ANNI MIGLIORI IN CARCERE, LO OSSESSIONAVA»

Ripalta Pioggia

A cavallo tra la fine del ’71 e l’inizio del ’72 assalta prima un supermercato di periferia, a Quarto Oggiaro, poi tre portavalori appena usciti da un altro grande emporio, in viale Monte Rosa. Il secondo colpo frutta bene, 55 milioni in contanti. Davanti a tanti soldi gli ex ladri d’auto perdono la testa, si danno alla gran vita, si mettono in vista. E alla fine di febbraio hanno già tutti le manette ai polsi. Finisce in carcere anche Consuelo, che è incinta di quattro mesi. Ne esce cinque mesi dopo, completamente scagionata: giusto in tempo per andare a rifugiarsi in via Porpora da mamma Maria e mettere al mondo Massimiliano. Quando il bimbo nasce, Renato è in carcere a Bari. Grida che vuole vedere suo figlio, chiede il trasferimento a Milano. Quando glielo negano, si massacra entrambe le braccia con una lametta, le cicatrici – una ventina – sono chiaramente visibili ancora oggi.

Quel figlio, Vallanzasca, non lo vedrà mai perché Consuelo non ci metterà molto a capire che con un individuo del genere non sarà mai possibile condurre un’esistenza normale. Già da tempo la ragazza e il bambino hanno lasciato via Porpora. Adesso Ripalta Pioggia sta tentando di rifarsi una vita accanto a un brav’uomo che ha accolto a braccia aperte anche Massimiliano. «Renato per me è morto», dice ora, «e mio figlio non porterà mai il suo nome». «Per Vallanzasca fu un colpo duro, perché quella ragazza è stata veramente il grande amore della sua vita», dice oggi l’avvocato Camillo Rosica legale di Vallanzasca. «Divenne insofferente, pronto alla ribellione. Se avesse avuto la pazienza di espiare fino in fondo la sua condanna, forse avrebbe potuto salvarsi. Ma ormai aveva fretta di tornare libero, l’angoscia di veder bruciare in carcere i suoi anni migliori lo ossessionava».

27 LUGLIO 1976: LA «LEGGENDA» DI RENATO VALLANZASCA COMINCIA IN QUESTO MOMENTO

Renato Vallanzasca cominciò i tentativi di evasione. La notte di Capodanno del 1974 riuscì con altri tre detenuti a lasciare la cella, a segare le sbarre di una finestra del corridoio al secondo piano e a calarsi nel cortile con delle lenzuola intrecciate. I cani lupo avvertirono però la presenza dei fuggitivi che vennero bloccati dalle raffiche di mitra delle sentinelle. Il bandito ci riprovò nel maggio del 1976, questa volta a Campobasso, dove era stato trasferito. Durante l’ora d’aria si arrampicò sul muro di cinta e stava per scavalcarlo quando un agente di custodia intervenne sparando per aria. Bloccato dopo una furibonda colluttazione, venne rinchiuso in una cella di isolamento. Vallanzasca «protestò» ingoiando dei chiodi e frammenti di lametta da barba. Corse il rischio della peritonite, ma venne soccorso in tempo. Il terzo tentativo, stavolta a Milano, venne infine coronato dal successo. Riuscito a farsi ricoverare all’Agostino Bassi per una sospetta epatite virale, prima corruppe un agente di custodia promettendogli un compenso di tre milioni, poi convinse un compagno di stanza, uno slavo, a simulare una violenta colica renale. Alle grida di dolore accorsero le guardie e una infermiera che si curvarono attorno al letto del malato. Nel frattempo l’agente corrotto aveva lasciato socchiusa la porta metallica. Vallanzasca ne approfittò silenziosamente, prendendo il largo in pigiama.

Erano quasi le cinque del mattino del 27 luglio 1976, la leggenda di Renato Vallanzasca, del gangster spietato e pronto a tutti, comincia in questo momento. Il 23 ottobre 1976, al casello di Montecatini dell’autostrada Firenze-mare, un uomo al volante di una BMW spara e uccide l’appuntato bruno Lucchesi, 59 anni, che aveva bloccato l’automobilista chiedendogli patente e libretto di circolazione. L’assassino fugge, tra le mani della vittima rimane la patente, naturalmente falsificata, con sopra la fotografia di un giovane dai capelli lisci e scuri e con il volto semicoperto da grandi occhiali da sole. La polizia è convinta che si tratti del Vallanzasca. Venti giorni dopo, il 13 novembre, quattro banditi assaltano la sede centrale della Banca di Andria in Puglia. All’improvviso si sente in lontananza la sirena di un’auto della volante. I rapinatori perdono la testa e aprono il fuoco con i mitra. Vengono colpiti quattro impiegati e uno di loro – Emanuele Di Celie, 54 anni – muore sul colpo. «Tra i banditi c’era sicuramente il Vallanzasca», dicono anche in questo caso gli indagatori.

Poi il clamoroso episodio di piazza della Vetra, a Milano, appena quattro giorni dopo il 17 novembre. La banda si scontra con la polizia, rimangono sul terreno – uccisi – il vicebrigadiere Giovanni Ripani e Mario Carluccio, braccio destro di Vallanzasca. Un altro bandito, Francesco Careccia, rimane ferito e viene catturato, mentre il capo della gang riesce a cavarsela ancora una volta. Si dirà poi che la banda si era radunata in piazza Vetra per assaltare l’esattoria civica, ma Vallanzasca ha sempre negato questo particolare. «Si può andare a compiere una rapina così difficile senza mitra e senza auto?», ha detto. E ancora: «Mentre aspettavo Carluccio e Careccia ho fatto la corte a una pittrice dilettante che stava riprendendo la chiesa di San Lorenzo. Era una bella ragazza, abbiamo scherzato, tanto che a un certo punto ho preso un pennarello e ho disegnato un uomo nudo sulla tela. Mi fate tanto fesso da mettermi così in mostra proprio pochi minuti prima di compiere una rapina?».

LA MADRE: «ARRENDITI, TI PREGO, SE NON VUOI FARMI MORIRE DI CREPACUORE»

La signora Maria Vallanzasca

Il mito si gonfia, non c’è delitto, non c’è rapina, non c’è regolamento di conti dal quale Vallanzasca rimanga fuori. E se lui non è direttamente coinvolto, immancabilmente compare il nome di uno dei suoi uomini. Il bandito ora comincia a scottare e la malavita prende le distanze, tanto più che il bel Renato si è anche messo contro, quasi non bastassero polizia e carabinieri, uno dei boss mafiosi più potenti, il re delle bische Francesco Turatello che i cronisti – forse nel ricordo di altri tempi – si ostinano a chiamare «faccia d’angelo» anche se ora somiglia sempre più a un maiale ben pasciuto.

Un uomo di Vallanzasca ha commesso un grosso sgarbo nei confronti di Turatello, ha perso una forte somma al gioco e non ha pagato. Vallanzasca, che ha un suo codice d’onore e che non abbandonerebbe mai un amico, ha protetto il suo uomo. Di qui la guerra senza esclusione di colpi tra le due bande: si dice addirittura che «faccia d’angelo» avesse posto una taglia di 50 milioni sulla testa del nemico e distribuito la fotografia a ogni killer del suo clan. Probabilmente anche per questo Vallanzasca ha tentato di cambiare aspetto, tingendosi i capelli e facendosi crescere i baffi, ma l’accorgimento è servito a poco perché è stato lui stesso a renderlo inutile, concedendo interviste ai giornali e anche alla televisione. Ormai siamo alla megalomania spinta allo stadio più esasperato.

La madre che lo conosce meglio di tutti, gli lancia un appello accorato: «Se ti è rimasto un po’ di cuore, se mi vuoi ancora bene, ti supplico di costituirti. Solo così potrai salvarti, potrai difenderti e dimostrare che molti errori li hai commessi per colpa di altri. Arrenditi, ti prego, se non mi vuoi veder morire di crepacuore».

IL RAPIMENTO DI EMANUELA TRAPANI

Per tutta risposta Renato Vallanzasca cambia genere e si batta anche lui nel ramo rapimenti. Non è la sua attività preferita, ma evidentemente ha deciso di prendere il largo e ha bisogno di molti soldi. Sa benissimo che un solo sequestro di persona può fruttare anche più di duecento rapine in banca. La mattina del 13 dicembre rapisce Emanuela Trapani che rilascia solo il 23 gennaio dopo aver ottenuto un riscatto sul quale le fantasie hanno lavorato parecchio, ma che pare fosse proprio di un miliardo esatto.

Sui quaranta giorni di convivenza del bandito spavaldo con la figlia sedicenne del re dei cosmetici, sono stati imbastiti scabrosi fumettoni che giustamente hanno indignato i familiari della rapita. Non ci sembra invece che vi sia qualcosa di male se si riferisce che Vallanzasca si sia realmente invaghito della graziosa Emanuela. La fonte è degna di fede: «E’ proprio una ragazza giusta», ha ripetuto più volte il bandito.

Questa simpatia giustificherebbe una sorveglianza a un certo punto meno assidua e rafforzerebbe il particolare del tentativo di fuga attuato dalla vittima del sequestro il 14 gennaio. Particolare che tra l’altro a noi risulta autentico: la ragazza cioè quella sera arrivò effettivamente davanti a casa sua in taxi, ma prima di riuscire a farsi sentire venne raggiunta e di nuovo bloccata dal bandito che si era buttato al suo inseguimento. Così affannosamente da dimenticare per la prima volta di infilarsi la pistola nella cintura. Il padre della rapita sostiene che la ragazza scesa dall’autopubblica era una controfigura e che la manovra faceva parte di un piano di Vallanzasca tendente a terrorizzare la famiglia. A noi risulta che gli indagatori hanno fatto fiutare alcuni indumenti di Emanuela ai cani poliziotto e che questi, una volta mollati, hanno puntato decisi verso il taxi nel frattempo sistemato in mezzo ad altre auto.

«VIVO NON MI PRENDERANNO MAI. IN CARCERE NON CI TORNO»

Vallanzasca in pigiama, pochi minuti dopo la cattura da parte dei carabinieri

Ma ormai la leggenda del gangster imprendibile volge al termine. Il 31 gennaio la polizia irrompe in uno dei covi di Vallanzasca (in via Lassalle) e cattura Antonio Colia, uno dei pezzi grossi della banda. Con lui sono un complice, Osvaldo Monopoli, e le loro due donne. Tre giorni dopo in via Galeazzi Alessi, i carabinieri scoprono l’appartamento dove Emanuela Trapani era stata tenuta prigioniera. In poche ore tredici componenti della gang sono ammanettati. La primula rossa sente odore di bruciato, domenica 6 febbraio commette l’ultimo errore avventurandosi sull’autostrada Milano-Bergamo e non esitando a compiere una strage quando a Dalmine si trova di fronte un posto di blocco. Sul terreno rimane anche un altro dei suoi scudieri, Antonio Furiato, ma il capo, sebbene ferito, riesce ancora a cavarsela e a rientrare a Milano. Ci risulta sia rimasto nascosto in città fino a mercoledì 9 febbraio, pagando un tetto due milioni al giorno; poi con i pochi complici rimastigli, ha deciso di puntare in direzione di Roma, fidando su nuove alleanze e su nuovi rifugi sicuri.

«In carcere non ci torno», aveva spesso ripetuto durante molte interviste rilasciate in passato. «Vivo non mi prenderanno mai, per questo porto sempre una bomba in tasca; uno strappo alla sicura ed è tutto finito». La bomba l’aveva anche nella mansarda vicino alla via Cassia, ma ha solo minacciato di farla esplodere. In realtà si è fatto prendere implorando che lo lasciassero vivere, accucciato sul letto con una ferita ai glutei e ancora in pigiama proprio come era fuggito sei mesi e diciannove giorni prima dall’ospedale di Dergano. Più tardi è tornato a fare lo spavaldo, a scherzare, a ripetere fanfaronate: ma solo quando era ormai sicuro di avere salvato la pelle.